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FOCUS ON - 1 ] [ FOCUS ON - 2 ]

 

FOCUS ON - 2

 

LA PRESSIONE BASSA O "IPOTENSIONE"

Lucia D'Addezio

 

 

La pressione bassa, o "ipotensione", è un disturbo che colpisce molti italiani. Si tratta della presenza di valori della pressione sanguigna più bassi rispetto al normale, problema che può manifestarsi con giramenti di testa, senso di affaticamento, tachicardia, cute fredda, sudorazione e svenimento.

Purtroppo con l’arrivo del caldo e dell’afa, questi sintomi possono aggravarsi oppure manifestarsi anche in soggetti che, in condizioni normali, in genere non ne sono affetti.

L’aumento delle temperature esterne, infatti, comporta una reazione particolare dell’organismo. La sudorazione, per esempio, può portare il corpo ad una lenta disidratazione che comporta l’abbassamento dei valori della pressione sanguigna. Allo stesso modo, la vasodilatazione (cioè l’aumento della dimensione dei vasi sanguigni cutanei in risposta al caldo) favorisce la diminuzione della pressione.

Entrambi questi meccanismi di difesa del corpo possono causare problemi in coloro che già soffrono di bassa pressione ma anche far comparire i sintomi in persone sane.

I sintomi delle crisi ipotensive causate dal caldo non vanno presi sottogamba. Ma come riconoscerli?

 

Avete la pressione bassa se:

  • vi gira improvvisamente la testa

  • vi sentite stranamente spossati ed affaticati

  • i vostri riflessi sono più lenti

  • sentite le palpebre pesanti e lo sguardo appannato

  • alzandovi di scatto, sentite strani fischi nelle orecchie.

Come combattere la pressione bassa in estate? Ecco alcuni consigli:

  • bevete molta acqua e idratate il corpo in maniera appropriata

  • mangiate frutta e verdura in abbondanza

  • evitate le bevande alcoliche; se necessario, assumete integratori a base di Magnesio e Potassio

  • evitate gli sforzi e l’attività fisica nelle ore più calde della giornata

  • evitate i cibi grassi e molto calorici, come i fritti, ma anche i piatti troppo piccanti

  • tra gli alimenti che sono un vero toccasana per la pressione bassa ci sono: la liquirizia, la rapa, le mandorle, la radice di ginseng, il germe di grano e la soia

  • nel caso di pallore, sudorazione fredda, tachicardia e giramenti di testa improvvisi, stendetevi in un luogo fresco, portando le gambe in alto; in casi gravi non esitate nel contattare un medico.

 

PREPARARE LA PELLE AL SOLE

Lucia D'Addezio

 


L’estate, si sa, è una stagione molto delicata e rischiosa per la 
pelle e per la sua salute. Anche a banalissimi errori nella cura della nostra epidermide durante le prime esposizioni al sole, infatti, possono corrispondere gravi ed irreparabili danni alle cellule e ai tessuti.

Per evitare l’insorgere di problemi ed inestetismi, ma anche per proteggere la pelle da patologie pericolose come il melanoma, provate a seguire questi semplici consigli su come preparare la pelle all’esposizione al sole.

La prima, fondamentale, regola da seguire è mantenere la pelle idratata e protetta sempre, durante tutti e 12 i mesi dell’anno, cercando di non farsi prendere dalla pigrizia e dalla mancanza di tempo. Mantenere la pelle giovane, sana e bella è un processo duraturo nel tempo: usate sempre una crema idratante ed una emolliente, fate periodicamente uno "scrub" e detergete viso e corpo con prodotti adatti al vostro tipo di pelle.

Con l’avvicinarsi dell’estate e dei mesi caldi, è buona norma iniziare a bere di più. 2 litri di acqua al giorno sono la dose minima indispensabile al corpo e alla pelle per combattere la disidratazione.

Già da due mesi prima dell’esposizione al sole, è buona norma mangiare cibi ricchi di vitamine A, B e C. Anche gli integratori alla provitamina A e gli antiossidanti possono essere un valido aiuto per preparare la pelle al sole.

Se l’acqua bevuta non dovesse essere sufficiente, prendete in considerazione l’idea di ricorrere a degli integratori idrosalini.

Se normalmente soffrite di eritemi solari o se siete molto propensi alle scottature, provare ad eliminare dalla vostra dieta gli alimenti "a rischio" come gli asparagi, i carciofi, i pomodori, ma anche bevande come la birra. Questi contengono infatti sostanze che possono peggiorare la situazione (Nichel e Istamina).

La dieta è fondamentale per proteggere la pelle, nutrirla e consentirle di abbronzarsi in maniera naturale. Via libera per frutta e verdura di colore giallo e rosso, ricche di Betacarotene e vitamine. Tra queste ci sono: le carote, i peperoni, le pesche, le albicocche, il melone, l’anguria, e molto altro.

 

 

ALLA LARGA DAGLI ENERGY DRINK?

 

 

Secondo un commento pubblicato online sul Journal of American Medical Association (JAMA) lo scorso gennaio, gli energy drink con un’alta quantità di caffeina, anche quelli non alcolici, potrebbero essere rischiosi per la salute. I ricercatori della University of Maryland School of Public Health e della Wake Forest University School of Medicine, a commento del loro studio, sottolineano l’importanza di avere informazioni corrette ed etichette chiare e complete nell’aiutare i consumatori a moderare le quantità. Bere prodotti a base di caffeina infatti, sarebbe potenzialmente dannoso per tre ragioni.

Primo, la caffeina è associata a effetti avversi sulla salute delle persone più sensibili: non è un caso che nelle future mamme un’alta assunzione possa provocare maggiori rischi di aborto tardivo e ridotto peso del neonato alla nascita, mentre negli adolescenti produca un’alta pressione sanguigna e disturbi al sonno.

Secondo, il mix tra caffeina e alcol è molto pericoloso: «La pratica di miscelare le bevande energetiche con l'alcol è più diffusa di quanto si crede - scrivono i coordinatori della ricerca, Amelia Arria e Mary Claire O’Brien, - ed è legata al consumo di grandi quantità di alcolici, con le conseguenze che questo comporta, come comportamenti sessuali violenti e guida in stato di ebbrezza. Le azioni in alcuni Paesi contro la fabbricazione di bevande in cui energy drink e alcolici sono già mixati è stato un primo passo importante, ma bisogna continuare l'azione gli individui possono, infatti, ancora mixare le bevande da soli, inoltre non esiste nessuna regolazione della quantità di caffeina che questi drink possono contenere».

Terzo, anche se dovranno essere condotte ulteriori ricerche a conferma di ciò, sembra che l’uso di bevande a base di caffeina sia associato a una maggiore dipendenza dall’alcol e da altre sostanza che creano dipendenza.

 

Fonte: http://jama.ama-assn.org/content/early/2011/01/21/jama.2011.109.full

 

 

BACK TO SCHOOL: PRIMA COLAZIONE PER BEN COMINCIARE

di Carla Favaro

 

 

Migliore capacità di memorizzazione, di attenzione, di comprensione.
Nonostante gli ormai provati benefici legati ad una sufficiente e corretta prima colazione, sono ancora troppi i bambini e i ragazzi che la mattina affrontano la scuola senza aver mangiato. In Italia questo fenomeno riguarda quasi il 40% degli studenti. Sono le femmine che saltano la colazione più facilmente dei maschi, probabilmente un "espediente" per dimagrire, mentre una recente revisione sistematica degli studi ha evidenziato che l'abitudine di fare regolarmente la prima colazione è associata nei bambini e negli adolescenti ad un ridotto rischio di diventare sovrappeso o obesi. Oltre ai vantaggi che derivano da un buon frazionamento delle calorie giornaliere (importante per modulare l'appetito e gli apporti energetici), l'abitudine ad iniziare la giornata con questo primo pasto potrebbe spiegare l'associazione osservata fra regolare consumo della prima colazione e migliori parametri metabolici, quali, in particolare, minori livelli plasmatici di colesterolo osservati anche nei bambini.

 

 

Dopo i tempi più rilassati delle vacanze, il ritorno a scuola (e al lavoro, per i genitori) si traduce in ritmi molto più serrati, spesso a scapito dei pasti, soprattutto la prima colazione. Sarebbe un errore, però, non dedicare tempo e attenzione sufficiente a quest'occasione alimentare che ha il compito di rifornire l’organismo di energia e nutrienti dopo il lungo digiuno notturno. Alla prima colazione, infatti, viene attribuito un ruolo di grande importanza sia per lo stato generale di benessere e di salute sia per le performance, comprese quelle scolastiche. A questo riguardo, l’abitudine di fare regolarmente la prima colazione è stata associata ad un miglioramento della capacità di memorizzazione, del livello di attenzione, della capacità di risoluzione di problemi matematici e della comprensione durante la lettura e l’ascolto (1).

Eppure sono ancora molti gli studenti che il mattino escono di casa senza aver mangiato. Dall’esame di 47 studi osservazionali condotti sia negli USA che in Europa, è risultato che dal 10 al 30% dei bambini ed adolescenti salta la prima colazione (2). Dati simili sono stati osservati di recente anche nell’indagine OKkio alla Salute, nella quale è risultato che l’11% dei bambini non fa la prima colazione ed il 28% non la fa in modo adeguato (3).

Le femmine saltano la colazione più facilmente dei maschi e questo potrebbe essere connesso in qualche modo con l’insoddisfazione per il proprio peso corporeo o potrebbe anche rappresentare un "espediente" per dimagrire (2, 4). Un espediente, però, controproducente dal momento che se si salta la prima colazione è facile poi aver fame durante la mattinata o arrivare troppo affamati all’ora di pranzo, rendendo più difficile il controllo. Del resto, anche una recente revisione sistematica degli studi ha evidenziato che l’abitudine di fare regolarmente la prima colazione è associata nei bambini e negli adolescenti con un ridotto rischio di diventare sovrappeso o obesi (5).

 

BIBLIOGRAFIA

1. Marangoni F. et.al.: A consensus document on the role of breakfast in the attainment and maintenance of health and wellness - Acta Biomed. 2009 Aug; 80(2):166-71. Review

2. Rampersaud G.C. et al.: Breakfast habits, nutritional status, body weight, and academic performance in children and adolescents. J Am Diet Assoc. 2005 May; 105(5): 743-60

3. Rapporti ISTISAN 09/24: OKkio alla SALUTE: sistema di sorveglianza su alimentazione e attività fisica nei bambini della scuola primaria - Risultati 2008. Istituto Superiore di Sanità

4. Shaw M.E.: Adolescent breakfast skipping: an Australian study Adolescence - 1998 Winter; 33 (132): 851-61

5. Szajewska H., Ruszczynski M.: Systematic review demonstrating that breakfast consumption influences body weight outcomes in children and adolescents

 

(Fonte: http://www.assolatte.it/assolatte/index.jsp)

 

Carla Favaro

Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell'Alimentazione

Università Milano Bicocca

 

 

L'ALLENAMENTO FISICO PROTEGGE I MASCHI DALL'ICTUS

 

IMMAGINE TRATTA DA: http://www.toptraining.it/cms/content/view/358/138/

 

Un allenamento fisico regolare, soprattutto se praticato dopo i quaranta anni, protegge gli uomini dal rischio di ictus. Secondo uno studio condotto su cittadini newyorkesi, pubblicato su "Neurology", gli uomini che fanno con regolarità un'attività fisica da moderata a intensa sono meno a rischio ictus rispetto ai sedentari o a quelli che si limitano a walking, golf o bowling. Lo stesso effetto, precisano i ricercatori del Columbia University Medical center e del New York Presbyterian Hospital (Usa), non è stato rilevato nelle donne più sportive.
La ricerca ha coinvolto 3.298 abitanti della parte settentrionale di Manhattan (NY), con un'età media di 69 anni, seguiti per 9 anni. In questo periodo si sono verificati 238 ictus. In generale il 41% dei partecipanti non faceva attività fisica, il 20% si dedicava a discipline di moderata o elevata intensità e il resto si dedicava a sport più "tranquilli". I risultati hanno confermato che il gruppo più sportivo è risultato il 63% meno a rischio di ictus rispetto ai pigri.

 

 

BAMBINI E DIETA MEDITERRANEA: CRESCERE IN SALUTE

Giorgio Pitzalis
Specialista in Pediatria, Gastroenterologia e Scienze Nutrizionali Pediatriche
Comitato Scientifico Associazione "G. Dossetti: i Valori"

www.giustopeso.it

 


In Italia 4 bambini su 10 in età scolare sono sovrappeso od obesi. Nei Paesi industrializzati c'è il rischio che l'aspettativa di vita dei figli sia inferiore a quella dei loro genitori, proprio a causa delle patologie derivanti dall'eccesso ponderale. Ancora oggi, in tema di nutrizione, l'informazione è frammentaria, talvolta incompleta e il più delle volte mediata da interessi commerciali. L'attenzione posta agli alimenti assunti quotidianamente spesso è superficiale e il cibo continua ad essere costantemente veicolo di affetto o attenzione. Intanto l'elogio della dieta mediterranea, ad opera del ricercatore americano Ancel Benjamin Keys compie 40 anni. Pane, pasta, legumi, latte e formaggi, olio d'oliva, frutta, verdure ed ortaggi, pesce e carni alternative sono i cibi più rappresentativi della tradizione alimentare mediterranea, che anche nei Paesi più industrializzati viene oggi proposta come modello ideale di alimentazione, sulla base di vasti studi epidemiologici. Esistono infatti valide prove scientifiche che un'alimentazione come quella mediterranea riduca notevolmente i rischi di insorgenza di obesità, aterosclerosi, diabete, ipertensione, malattie digestive, ecc. All'estero vengono così rivalutate le sane e più tipiche abitudini alimentari dei popoli del bacino mediterraneo, abitudini che peraltro sono state oggi da noi abbandonate, perché considerate espressione di "vita povera". Come conseguenza, oltre a spendere molto di più, mangiamo male (cioè in modo poco equilibrato) e troppo. Un esempio? 1 solo biscotto o 1 brick di succo di frutta possono apportare all'organismo anche 100 kcal che, se in eccesso rispetto al fabbisogno, possono "regalare" in poco più di 2 mesi 1 kg di peso. Gli alimenti tipici della tradizione mediterranea sono adatti anche a costituire facilmente dei "piatti unici", capaci cioè di fornire da soli l'apporto nutritivo degli usuali "primo" e "secondo", sostituendoli efficacemente ed economicamente in un unica portata. Esempi tipici: pasta e fagioli (o ceci o lenticchie), spezzatino con patate, paste asciutte o riso con condimento di carni, pesce o formaggi, minestrone con formaggio grattugiato, la pizza, ecc. Far seguire a questi "piatti unici" un "secondo" tradizionale è inutile ed eccessivo: è infatti sufficiente la sola aggiunta di verdura fresca e di frutta per realizzare un pasto completo, nutrizionalmente equilibrato e poco costoso. In generale la dietoterapia dell'obesità (anche in età evolutiva), deve essere in primo luogo bilanciata a livello dei macronutrienti (proteine, lipidi, carboidrati) e moderatamente ipocalorica. Particolare attenzione meritano i bambini in età scolare: questa è la fascia di età più colpita dal fenomeno sovrappeso-obesità: è bene consigliare loro di seguire una dieta bilanciata in termini di proteine, carboidrati e lipidi. A questo proposito la dieta mediterranea (Italian way of eating) assicura una giusta quota di proteine (15%), dando comunque lo spazio che merita ai carboidrati (60%), non lesinando i grassi o lipidi (25%). In pratica, queste possono essere le corrette indicazioni alimentari in età evolutiva:

  • preferire i cereali integrali con ridotto indice glicemico (pasta, orzo, riso, etc.) rispetto a quelli con indice glicemico più alto (pane, patate, etc.)

  • contenere il consumo proteico (carni rosse, insaccati, formaggi)

  • incentivare il consumo di frutta e verdura di stagione

  • utilizzare spesso grassi "buoni" (olio d'oliva extravergine, pesce), e qualche frutta secca oleosa con guscio, come noci, mandorle, pinoli (1-2 volte/sett.)

  • insaporire ed esaltare gli aromi con abbondante uso di erbe aromatiche piuttosto che con intingoli complessi

  • mantenere un buon ritmo fame - sazietà (meglio 5 pasti al giorno)

  • variare gli alimenti nell'arco della settimana

  • bere molto (1,0-1.5 litri di acqua al giorno) limitando quanto più possibile i soft drinks

  • assumere i dolci con parsimonia (piccole porzioni alla settimana di dolci semplici).

Cosa altro aggiungere? Svolgere quotidianamente un adeguato livello di attività fisica!


Chi vuole fare presto un grande fuoco inizia con piccoli ramoscelli (William Shakespeare)

 

 

ANORESSIA: SCOPERTO DIFETTO CEREBRALE CHE PREDISPONE ALLA MALATTIA

 

IMMAGINE DA: http://angelomatteucci.spaces.live.com/Blog/cns!AD6D2037DB9DF7B6!599.entry

 

Problemi con la famiglia, con i coetanei o semplicemente con la propria immagine: nessuna di queste motivazioni di natura sociale sembrerebbe essere la vera ragione per cui una ragazza o un ragazzo sviluppa problemi del comportamento alimentare, come l'anoressia.

Alla base del disturbo, secondo uno studio inglese, ci sarebbe infatti una predisposizione genetica legata a un difetto nello sviluppo del cervello. Un'anomalia che si sviluppa già nell'utero materno. Parola dei ricercatori del Great Ormond Street Hospital di Londra, che ne hanno parlato in una conferenza convocata all'Institute of Education della capitale inglese a marzo 2009.

Per la rivoluzionaria ricerca - riporta il tabloid "Daily Mail" - lo psichiatra infantile Ian Frampton ha studiato oltre 200 pazienti anoressici, in maggior parte donne fra i 12 e i 25 anni, di nazionalità britannica, americana e norvegese, ricoverati in cliniche specializzate di Edimburgo e Maidenhead.

Dalle analisi è emerso che il 70% del campione ha un danno a livello della rete neurotrasmettitrice del cervello.

Si tratta di condizioni tipiche anche di altre malattie come la dislessia, l'iperattività e la depressione.

In sintesi, anche l'anoressia potrebbe diventare una malattia curabile con una pillola. "Le motivazioni che finora si pensava fossero alla base dei disturbi alimentari, come la pressione dei modelli di magrezza imposti dai media - sottolinea Frampton - non spiegavano scientificamente come mai alcune persone cadono nella rete dell'anoressia e altre no. Esistono invece fattori predisponenti che, oltretutto, potranno sollevare i genitori dal senso di colpa e di responsabilità di fronte a un figlio malato.

Si apre quindi la strada per studiare farmaci che possano ristabilire l'equilibrio cerebrale di chi è colpito da questa malattia".

[Fonte: UNIVADIS - Roma 30 marzo 2009 (Adnkronos Salute)]

 

 

DAL CONGRESSO SINU 2008 UN Sì PIENO PER IL CAFFè AGLI ANZIANI

 

 

Sì al consumo moderato, con o senza caffeina: il caffè è un toccasana per gli anziani, soprattutto per quelli che della bevanda fanno uso da sempre. Sono i suoi molteplici costituenti, polifenoli e caffeina, a decretarne l'effetto positivo sulla salute nella terza età. E del resto numerosi studi epidemiologici dimostrano in assoluto l'assenza di relazione fra consumo di caffè e mortalità in generale. Questo quanto emerso durante il Congresso SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) "Invecchiamento e longevità: evidenza in campo nutrizionale" che ha avuto luogo a Roma l'11 e il 12 dicembre 2008.


Interessante l'approccio scientifico INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione) che auspica e prospetta uno studio sulle molecole bioattive del caffè (tra cui i polifenoli appunto) dopo l'ingestione della bevanda.
Ciò per evidenziare quali siano i cambiamenti metabolici indotti e quali siano i meccanismi "genetici" attraverso cui tali cambiamenti avvengano. Bere caffè significa aumentare la concentrazione plasmatica di acido caffeico (un polifenolo) e di conseguenza aumentare la capacità antiossidante totale del plasma, ma anche diminuire l'aggregazione piastrinica e modulare l'espressione genica.

Quando poi si tratta di consumo protratto nel tempo, valutato come numero di tazze/die, l'ingestione di caffè (anche per il suo contenuto in caffeina) promette miglioramenti nei test cognitivi e, ancor meglio, è proprio l'assunzione abituale di caffè che protegge dall'insorgenza di Parkinson e di Alzheimer e dall'insorgenza del diabete di tipo 2 (frequente in età avanzata). E ancora: il caffè, proprio per le sue componenti antiossidative, è protettivo rispetto alla cellula epatica, tutelando dal danno di cirrosi alcoolica e non alcoolica fino a prevenire l'eventuale esordio di carcinoma epatico. Nulla da eccepire poi se si parla di pressione: la tazzina post-prandiale è l'ideale per contrastare il fastidioso calo pressorio del dopo pasto, così frequente negli anziani.

(Approfondimenti in merito, oltre che aggiornamenti scientifici sul tema, nelle varie patologie e differenti momenti fisiologici, sono reperibili sul nuovo sito www.caffemedicina.it, interamente dedicato ai professionisti della salute)

 

 

80 milligrammi di caffeina, tale è il contenuto medio di una tazzina di caffè all'italiana prodotta con la Moka.
Di fronte a questo dato sorgono ovvie domande sull'interazione caffè/caffeina e salute alle quali la ricerca scientifica, ha, soprattutto nell'ultimo ventennio, cercato di dare risposte.
 

CONTENUTO MEDIO STIMATO DI CAFFEINA IN ALCUNE BEVANDE E ALIMENTI

Bevanda o alimento

Quantità

Bevanda a base di cola

Caffè americano

Decaffeinato

Espresso

Moka

Istantaneo

Istantaneo decaffeinato

Cappuccino

Cioccolata (barretta di 60 g)

35-50 mg per lattina

115-120 mg per tazza (c.ca 150-200 cc)

< 5 mg per tazzina

Fino a 40 mg per tazzina

Fino a 80 mg per tazzina

65-100 mg per tazzina

< 5 mg per tazzina

70-80 mg per tazza (c.ca 120 cc)

30-40 mg

40-50 mg per tazza (c.ca 120 cc)

Fonte Coffee Science Information Centre


Puntuali e positive, le ricerche hanno ormai sfatato il luogo comune che bere caffè fa male, ma, ancora oggi si nota confusione causata sia dall'avventatezza con cui si interpretano i dati scientifici sia dai sistemi di ricerca assai differenti fra loro.

 

Effetti sull'organismo della Caffeina e degli altri componenti il Caffè

Melanoidine
Le melanoidine del caffè grazie alla incorporazione nella loro struttura di notevoli quantità di acido clorogenico esercitano una potente azione antiossidante la cui conseguenza si ripercuote positivamente su una serie di attività biologiche tra cui quella antibatterica e antimutagenica che possono considerarsi benefiche per il tessuto intestinale e per l'intero organismo con una diminuzione del rischio di malattie degenerative e un'attività protettiva nei riguardi delle patologie cronico-degenerative. (fonte INRAN e Università "Federico II" di Napoli).
Niacina (Vit. PP)
Componente essenziale dei coenzima trasportatori di idrogeno (NAD e NADP) che presiedono a funzioni biochimiche fondamentali per la normale integrità tissutale (cute), nel tratto gastroenterico e nel sistema nervoso. L'acido nicotinico esercita due importanti azioni farmacologiche: Vasodilatazione periferica e abbassamento del colesterolo sierico.
Potassio
Interviene nella trasmissione nervosa e nella regolazione dell'equilibrio acido-base e del bilancio idrosalino.
Metilxantine
Le metilxantine presenti nel caffè sono: la caffeina, la teofillina, la teobromina. Eccone i principali effetti farmacologici:

Sistema/Organo

Effetti delle Metilxantine del Caffè

Cardiovascolare

 

Cuore

Ionotropico/cronotropico positivo

Vascolarizzazione

 

Coronarie

Dilatazione

Renale

Dilatazione

Periferica

Dilatazione

Centrale

Costrizione

Respiratorio

Broncodilatazione
Stimolazione della respirazione

Renale

Diuresi
Stimolazione del rilascio di renina

Gastrointestinale

Stimolazione della secrezione gastrica

Muscolatura liscia

Rilassamento

Adiposo

Stimolazione della lipolisi

Piastrinico

Inibizione dell'aggregazione

Nervoso centrale

Stimolazione

Fonte: Caffeine, Coffee and Health edited by S. Garattini (Ist. Farmacologico M. Negri)


La caffeina ha quindi funzioni farmacologiche, ma alle dosi comunemente consumate con il caffè ha effetti assai modesti. Per avere effetti farmacologici tipici bisogna consumare dosi molto elevate in un tempo ristretto (300 mg di caffeina/da 4 a 6 caffè all'italiana in un'unica dose) data la breve emivita della caffeina (4 mg/Kg di peso corporeo = emivita di 2.5-4.5 ore).

 

EFFETTI DEL CAFFè

Funzioni metaboliche: Non aumenta il colesterolo ematico, non incrementa le LDL. Incrementa la termogenesi. Previene dal Diabete II.
Sistema cardiovascolare: non vi sono associazioni tra consumo e ictus, malattia coronaria. Non incide sul rialzo pressorio se non nell'immediato con somministrazione acuta.
Apparato urinario: ha effetti diuretici; stimola il rilascio di renina; non è associato al cancro al rene.
Sistema nervoso: variabile individuale. Favorisce lo stato di allerta e le performance cerebrali. Protettivo nei confronti della malattia di Parkinson e Alzheimer.
Apparato gastrointestinale: digestivo; previene da CCR; cancro esofageo, gastrico; stimola l'attività propulsiva del colon.
Funzioni epatobiliari: previene da Cirrosi epatica e epatocarcinoma; stimola la cistifellea; previene i calcoli biliari. Da evitare solo se già in presenza di calcolosi.
Apparato muscolo scheletrico: stimolatore della performance fisica.

 

Il decaffeinato non è mai sconsigliato
Il caffè decaffeinato, fatto salvo la esigua quantità di caffeina che quindi ha minor effetto su sistemi, apparati, etc., mantiene buona parte delle qualità benefiche del caffè. La recente accusa di provocare un rialzo colesterolemico e quindi di annoverarlo fra i possibili fattori di rischio per le malattie cardiache è stato sfatato dalla comunità scientifica tra cui INRAN e Nutrition Foundation of Italy perché non è emerso - nei consumatori di decaffeinato - alcun incremento della colesterolemia. A supporto una valutazione di ben 8 studi (American Journal of Epidemiology 2001) che conclude negando qualunque differenza tra gli effetti sui lipidi e sulle lipoproteine plasmatiche del caffè normale e del decaffeinato, ma escludono differenze sia sulla colesterolemia, che sulla trigliceridemia e sui valori del colesterolo HDL o dell'apo B.

Gravidanza e Allattamento: Per quanto relativo la Gravidanza si sottolinea che la diminuzione di consumo di caffè avviene naturalmente nella buona parte dei casi ed è conseguente alle nausee. Il recente studio condotto dal Dott. Fabio Parazzini (Ist. Farmacologico Mario Negri) "Consumo di Caffè in gravidanza e rischio di nascite pretermine" e pubblicato su European Journal Clinical Nutrition, Feb, 59(2): 299-301, esclude una associazione tra assunzione di caffè e rischio di ritardo di crescita intrauterina e parto pre-termine. Resta comunque confermato che il consumo di alimenti nervini in gravidanza e anche durante l'allattamento va controllato in quanto gli alcaloidi sono escreti con il latte materno e possono generare irritabilità. Si suggerisce pertanto l'utilizzo di prodotti decaffeinati.
Anziani: se non vi sono controindicazioni legate ad ipertensione o altre patologie, il caffè può essere consumato in moderate quantità.
Sportivi: non vi sono controindicazioni di sorta ma anzi il caffè stimola la performance fisica.
Bambini: l'emivita della caffeina resta identica a qualunque età. Pertanto è da valutarsi il consumo di qualunque prodotto contenente tale alcaloide. Per quanto sopra provoca meno problemi una tazza di latte macchiato con caffè rispetto a bevande tipo cola.

 

 

EMICRANIA E ANORESSIA, STESSA ORIGINE?

Antonio Caperna (tratto da: La Repubblica Salute – Giugno 2008)

 

Immagine tratta da: http://www.inerboristeria.com/emicrania.html

 

Dal convegno dell'Associazione Ricerca sulle Cefalee, un'ipotesi: disfunzione nelle medesime aree cerebrali?

 

La disfunzione delle medesime aree cerebrali alla base del legame tra i disturbi del comportamento e gli attacchi di emicrania. È l'affascinante ipotesi, presentata al III Congresso Nazionale A.N.I.R.CEF. (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee) "Le Comorbilità e la Farmacocoresistenza nelle Cefalee. Attualità e prospettive" che si è tenuto recentemente a Taormina. Due studi dimostrerebbero una comorbilità nascosta tra le due patologie.

Nelle donne anoressiche e bulimiche la percentuale di emicraniche è significativamente più elevata rispetto alla popolazione normale; il 75-83.5 % delle anoressiche e bulimiche soffre anche di emicrania, contro il 12,5% delle coetanee che non hanno problemi con il cibo. Inoltre nella maggior parte dei casi (68,1%) i primi sintomi del disturbo alimentare coincidono con i primi attacchi di emicrania o addirittura li precedono.

Questi dati, emersi a Taormina, sono stati presentati in occasione del X congresso dell'Ansisa (Associazione nazionale specialisti in scienze dell'alimentazione), che si è tenuto a Vicenza. Roberto Ostuzzi, presidente Ansisa, ha infatti collaborato con Giovanni D'Andrea, presidente Anircef, nella realizzazione della ricerca.

"Il secondo studio invece ha valutato il profilo biochimico, scoprendo simili disordini nelle due categorie. L'ipotesi che l'emicrania possa favorire l'insorgenza dei disturbi alimentari è confortata anche dal riscontro in entrambe le patologie di una disfunzione delle stesse aree cerebrali: ipotalamo, corteccia limbica e amigdala", spiega D'Andrea, "Proprio in queste zone si concentrano infatti particolari recettori denominati "tars" (trace amine receptors), ai quali si legano le cosiddette amine elusive, così chiamate perche erano sempre sfuggite a ogni indagine di laboratorio. Dosando queste sostanze e le catecolamine nel plasma e nelle piastrine, abbiamo registrato concentrazioni alterate rispetto a chi non soffre delle due patologie". Dallo studio, infatti, emerge che la dopamina è aumentata nelle emicraniche e moltissimo in chi soffre di disturbi alimentari. Parimenti accade per la tiramina, mentre la noradrenalina diminuisce per entrambe.

"Un discorso diverso invece va fatto per l'octoparmina, che si innalza in chi soffre di emicrania, ed ha concentrazioni normali nelle anoressiche mentre è bassa nelle bulimiche" analizza l'esperto. "Questa sostanza, oltre ad essere un neuro modulatore, è anche importante per il metabolismo dei lipidi: quando la sua concentrazione diminuisce, aumenta la massa grassa del soggetto", chiarisce D'Andrea.

Alla base dell'emicrania quindi vi sarebbe un disordine omeostatico delle sinapsi nervose, cioè del giusto equilibrio tra neurotrasmettitori e neuro modulatori, che nel soggetto normale permettono la corretta trasmissione delle informazioni. "Questa distorsione a livello sinaptico è ancor più accentuata nei centri nervosi delle persone che soffrono di anoressia o bulimia", conclude D'Andrea, "quindi, secondo la nostra ipotesi, i disturbi alimentari dipenderebbero dall'anomala attivazione di questi circuiti".

 

GENI, RELAZIONI E PSICOLOGIA

DA cosa nasce un disordine alimentare? La risposta degli esperti, finora, è legata al concetto di multifattorialità. Così il Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell'Istituto Superiore della Sanità lo descrive: "malattia complessa, risultante dall'interazione di molteplici fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici e psichiatrici; c'è comunque da parte del paziente una ossessiva sopravvalutazione dell'importanza della propria forma fisica, del proprio peso e corpo e una necessità di stabilire un controllo su di esso ... Si evidenziano, oltre a una componente di familiarità (studi transgenerazionali e sui gemelli hanno dimostrato che i disordini alimentari si manifestano con più probabilità tra i parenti di una persona già malata, soprattutto se si tratta della madre), l'influenza negativa da parte di altri componenti familiari e sociali ...". Questi disturbi "possono anche dipendere da situazioni particolarmente traumatiche: violenze sessuali, comportamenti abusivi, drammi familiari".

 

 

EPIDEMIOLOGIA

Cibo, problemi per un milione di donne

 

OLTRE un milione di donne Italiane è alle prese con seri problemi di alimentazione. È l'allarme lanciato a Vicenza, in occasione del X Congresso Nazionale ANSISA. "I dati epidemiologici ci dicono che In Italia, come negli altri paesi occidentali, Anoressia e Bulimia rappresentano un problema sociale e sanitario di grande rilevanza ", afferma Roberto Ostuzzi, Presidente del Congresso e di ANSISA, "Se è vero che le donne sono le più colpite e che il 20-30% di loro va incontro a una cronicizzazione, è preoccupante anche la crescita del numero di maschi che hanno un rapporto difficile con l'alimentazione". La valorizzazione della magrezza quale mezzo di affermazione sociale, Il mito del successo, le elevate richiesta di performance, il timore del giudizio altrui, la necessità di sentirsi accettati sono solo alcuni di quei fattori che giocano un ruolo cardine nell'insorgenza di patologie legate all'alimentazione.

 

 

INFLUENZA E ANTIBIOTICI

 

Immagine da: http://www.videocomunicazioni.com/author/m-marzano/

 

Quest'anno evitare l'influenza sarà veramente difficile. Anche se finora i 3 virus "incriminati" (due australiani e uno della Florida sono sembrati poco attivi, l'abbassamento delle temperature ha fatto iniziare l'attacco e dopo la metà di gennaio (queste sono le informazioni che arrivano dal Ministero della Salute) si raggiungerà il picco massimo.

Quindi se già per Capodanno "l'australiana" ha già messo a letto circa 500.000 italiani tra adulti e bambini, si prevede un numero di circa 5-7 milioni di casi tra metà gennaio e fine febbraio. Le fasce di età più colpite sono i bambini e gli adolescenti, con maggior incidenza in quella che va da 0 a 4 anni.

I vaccinati in Italia sono stati oltre 13 milioni; per chi pensa di vaccinarsi ora però forse è un po' tardi ... Nessuno vieta di vaccinarsi, ma i tempi di azione del vaccino sono di circa 10 giorni e quindi potrebbe essere veramente troppo tardi per evitare l'influenza e i suoi fastidiosi sintomi.

I virus di quest'anno sono nuovi e quindi sarà più facile che riescano a colpire, anche se i loro effetti saranno quelli tipici: febbre alta, dolori muscolari, stanchezza e inappetenza. Ma non saranno solo i nuovi arrivati ad "agire": oltre 260 virus diversi sono pronti a colpire, tra i quali quelli "classici" di stagione, come i rinovirus (naso chiuso e raffreddore), e i virus gastrointestinali, sempre molto fastidiosi.

 

GLI ANTIBIOTICI

Raffreddore, influenza, faringite, tonsillite ... e si parte con l'antibiotico, spesso senza sentire prima il consiglio del medico.

E pensare che nella maggior parte delle patologie da raffreddamento, causate da VIRUS, l'uso dell'antibiotico non è raccomandato. Nelle malattie virali l'uso di antibiotici è scorretto: il rischio che si corre è di restare in breve senza armi per combattere le infezioni batteriche. Crescono infatti sempre più le "farmaco resistenze", cioè la capacità dei batteri di modificarsi e di resistere ai farmaci, rendendo sempre meno efficaci i farmaci stessi.

Un recente sondaggio ha confermato l'uso scorretto di questi farmaci nella popolazione italiana: oltre il 40% degli intervistati afferma di aver preso antibiotici senza una reale necessità. Il 29% infatti li ha usati per curare l'influenza ed il 14% per combattere il raffreddore!

Oltretutto il 40% dichiara poi di interrompere la cura senza rispettare il giusto periodo d'uso e questo è un altro errore grave, così come cambiare da soli l'antibiotico senza consultare il medico.

 

 

 LE MEDUSE: UN ARGOMENTO ... BRUCIANTE ...

 

 

Le meduse sono state tra i primi animali comparsi negli Oceani della Terra, oltre 500.000.000 di anni fa.

Il corpo della medusa, formato per il 98% di acqua, prende il nome di "ombrella". Nella parte inferiore, concava, l'ombrella si prolunga in una struttura centrale, di dimensioni più o meno allungate, che termina con la "bocca" della medusa stessa. I tentacoli "urticanti" partono di norma dal margine dell'ombrella.

Questi animali vivono in mare aperto e si lasciano trasportare dalla corrente: fanno quindi parte del "Plancton" e sono presenti in tutti i mari del mondo.

Si nutrono di piccoli organismi planctonici, che catturano con i loro tentacoli urticanti. Diventano a loro volta nutrimento delle tartarughe marine e di alcuni pesci pelagici (ad esempio il Pesce Luna).

La dimensione di questi animali possono variare da pochi millimetri ad oltre 2 metri di diametro dell'ombrella e 40 metri di lunghezza dei tentacoli.
Le Meduse sono presenti in tutto il Mediterraneo con maggiore densità nelle zone riportate nella cartina seguente:

 

 

Gli esemplari più diffusi nel Mediterraneo:

 

COTHYLORIZA TUBERCOLATA

Una delle specie più comuni del Mediterraneo. Ha forma di disco con ombrella convessa

AURELIA AURITA

Nota come Medusa Quadrifoglio per la forma dell'apparato digerente al centro dell'ombrella

RHIZOSTOMA PULMO

Il "Polmone di Mare" arriva a 10 Kg di peso e 60 cm di diametro ma è praticamente innocuo

PELAGIA

Pelagia Noctiluca, detta "Vespa di mare" o "Medusa luminosa". Provoca dolorose irritazioni

 

Cosa fare in caso di "contatto ravvicinato" con una Medusa:

  • NON STROFINARE la parte colpita e non usare acqua dolce, per evitare di peggiorare la situazione rompendo eventuali cellule urticanti ancora intatte.

  • USARE ACQUA SALATA e MOLTO CALDA: questi tipi di veleno vengono infatti inattivati dal calore.

  • Sostanze come ACETO, LIMONE, AMMONIACA o una soluzione di FORMALDEIDE possono essere utili per diminuire la sintomatologia dolorosa.

  • Nei casi più gravi, con larghe superfici interessate o con presenza di dolore persistente e forte, cefalea, convulsioni o disturbi della respirazione, è bene rivolgersi SUBITO a strutture mediche idonee.

 

ENERGY DRINK SOTTO ACCUSA

 

Roma, 6 Novembre 2007 (Fonte: Adnkronos Salute): Ancora sotto accusa gli Energy Drink

 

 

"Aumentano la pressione arteriosa oltre a fornire più energia", rivela uno studio presentato oggi al congresso dell'American Heart Association. "Bastano due lattine al giorno delle più comuni bibite energizzanti per avere rialzi pressori", rivelano i ricercatori della Wayne State University. "E se nelle persone sane questi sbalzi di pressione non costituiscono un pericolo per la salute - aggiungono - in chi è affetto da patologie cardiache o consuma troppi drink ogni giorno, la situazione può diventare seria". Tanto che gli scienziati suggeriscono "agli ipertesi o a chi soffre di patologie cardiache di evitare del tutto questo genere di bevande".

Molti energy drink contengono infatti alti livelli di caffeina e taurina, un amminoacido presente anche negli alimenti proteici come carne e pesce. Un mix capace di aumentare, nell'arco dei sette giorni di osservazione, dal 7.9% al 9.6% la pressione sistolica a quattro ore dal consumo della bibita. Mentre il valore della pressione diastolica ha segnato oscillazioni variabili tra il 7% e il 7.8%.

Aumenta anche la frequenza del battito cardiaco, passata da un +7% il primo giorno a un +11% del settimo. (Rilevazioni riscontrate dai ricercatori in un campione di 15 volontari sani e giovani - età media 26 anni).

 

 

 

PICCOLA GUIDA AGLI ALIMENTI

 

 

Cosa è il "Peso Ideale"? è quel peso, composto in prevalenza di massa muscolare, ma anche di grasso corporeo (in bassa percentuale), che garantisce un buono stato di salute. Varia da persona a persona e non può essere ricavato da semplici tabelle, ma deve essere determinato dallo specialista con le idonee metodiche.

Un'attività fisica normale (2-3 volte a settimana), poi, non comporta quasi mai un fabbisogno energetico aggiuntivo, né richiede l'uso di prodotti dietetici e/o di integratori alimentari.

 

PROTEINE

Quali e dove trovarle

Fabbisogno giornaliero

Dieta scorretta

Proteine animali: carne, pesce, uova, latte, formaggio. Forniscono proteine complete, in quanto contengono gli otto amminoacidi essenziali.

Proteine vegetali: cereali, legumi, frutta, ortaggi. Forniscono proteine incomplete, perché mancano di alcuni amminoacidi essenziali.

In un adulto è intorno a 0.8 grammi ogni kg di peso corporeo; nello sportivo questo valore aumenta a 1.5 grammi in ragione dell'ipertrofia muscolare. In proporzione, corrisponde a circa il 15‑20% della razione calorica totale, e dovrà provenire per il 50% da alimenti di origine vegetale e per il 50% da alimenti di origine animale.

Apporto eccessivo: le proteine vengono trasformate in zuccheri e grassi. Ciò non migliora la prestazione, ma può arrecare gravi danni come coliti, stitichezza, affaticamento renale ...

Apporto insufficiente: diminuzione dell'efficienza fisica e psichica, della coordinazione nervosa e rapidità di riflessi.

GLUCIDI O CARBOIDRATI

Quali e dove trovarli

Fabbisogno giornaliero

Dieta scorretta

Monosaccaridi: glucosio (contenuto nella frutta e nel miele) e fruttosio (frutta e miele).

Disaccaridi: saccarosio (canne e barbabietole da zucchero) e lattosio (latte e latticini).

Polisaccaridi: amido (cereali, tuberi, legumi) e glicogeno (carne e pesce).

In un adulto deve corrispondere a circa il 55‑60% della razione calorica. Il consumo di zuccheri semplici non dovrebbe superare il 10‑12% delle calorie totali. Il resto è fornito da alimenti contenenti carboidrati complessi che, oltre a fornire energia a più lento rilascio, apportano altri nutrienti fondamentali all'equilibrio della dieta.

Apporto eccessivo: obesità, costipazione, diarrea, coliche, carenza di calcio e vitamina B1, tendenza a formare carie.

Apporto insufficiente: scarso rendimento atletico dovuto alla formazione di corpi chetonici provenienti dalla demolizione dei lipidi utilizzati a scopo energetico in sostituzione dei carboidrati.

LIPIDI O GRASSI

Quali e dove trovarli

Fabbisogno giornaliero

Dieta scorretta

Grassi saturi animali: burro, lardo, carni grasse, formaggi, salumi, uova.

Saturi vegetali: olio di cocco, burro di cacao, olio di semi di palma.

Polinsaturi animali: oli e grassi di pesce.

Polinsaturi vegetali: olio di semi di girasole, di mais, di soia, margarine vegetali.

Monoinsaturi vegetali: olio di oliva e arachidi.

Deve essere di circa 1 g per kg, corrispondente al 25‑30% della razione calorica totale. I 2/5 del fabbisogno lipidico deve essere ricoperto da grassi di origine vegetale. I lipidi meglio digeribili e facilmente metabolizzabili sono i polinsaturi. Vietati i grassi colti, precedenza assoluta all'olio di oliva extravergine.

Apporto eccessivo: disturbi epatici e biliari, aumento dei colesterolo cattivo, predisposizione all'obesità, minore resistenza alla fatica.

Apporto insufficiente di grassi soprattutto essenziali (polinsaturì): affaticamento, disfunzioni nella crescita, problemi di coagulazione e fragilità capillare.

 

LA DIGESTIONE

Tempo di permanenza degli alimenti nello stomaco

Fino a 30': Glucosio, fruttosio, miele, alcool, bibite isotoniche (in piccole quantità)

Da 30' a 60': Tè, caffè, latte magro, brodo povero di grasso, acque minerali zuccherate (tipo limonate, aranciate ecc.)

Da 60' a 120': Latte, yogurt, cacao, formaggio magro, pane bianco, purè di patate, riso bollito asciutto, pesce cotto, composta di frutta

Da 120' a 180': Carne magra, legumi verdi lessati, carote e patate lessate, pasta, uova strapazzate, omelette, banane, bistecca tartara

Da 180' a 240': Pane nero, formaggio, frutta cruda, legumi al vapore, insalata verde, filetto di pollo o vitello ai ferri, patate arrosto, prosciutto

Da 240' a 300': Arrosti, pesci e carne ai ferri, pisellini, fagioli bianchi o verdi, torte al burro o alla crema

Circa 360': Lardo, salmone affumicato, tonno sott'olio, insalata di cetriolo, peperoni, patate fritte, arrosto di maiale, funghi

Fino a 480': Sardine sott'olio, oca arrosto, zampetto di maiale, crauti

 

CONSIGLI

1 - Il pasto deve essere sempre consumato almeno tre ore prima dell'esercizio fisico, per evitare il richiamo dei sangue nell'apparato digerente invece che nell'apparato muscolare.

2 - La colazione deve essere sempre abbondante (20‑25% dell'apporto calorico dell'intera giornata), ma si deve evitare di bere il caffelatte, perché i due alimenti uniti, rallentano i tempi di digestione.

3 - Il pranzo deve essere ricco di carboidrati e fibre vegetali, preceduto da un ricco piatto di verdura mista.

4 - La cena deve essere completa dal punto di vista nutrizionale.

5 - La frutta va mangiata tutti i giorni, ma preferibilmente lontano dai pasti: è ricca di zuccheri semplici ideali quando lo stomaco è vuoto.

6 - è necessario bere almeno un litro e mezzo al giorno di acqua minerale.

7 - Non bisogna esagerare con sale, zucchero e condimenti vari come burro, panna e grassi animali.

 

 

LA SALUTE VIEN MANGIANDO

PAGINEMEDICHE.IT

 

Ci sono alcuni malesseri che potrebbero essere prevenuti facendo attenzione a ciò che si mangia, eliminando ciò che potrebbe rivelarsi fatale a lungo andare e preferendo, invece, cibi sani e ricchi di sostanze nutritive, ma poveri di zuccheri e di grassi animali. In pratica, si potrebbe affermare che, adattando un vecchio adagio, la salute vien mangiando.


CONTRO LA STIPSI?
La stitichezza è un problema che affligge molte persone, soprattutto donne e ancora di più se in gravidanza. Se la stitichezza si verifica una volta ogni tanto, può essere utile risolvere il problema momentaneo aiutandosi con un lassativo, ma se si è un soggetto predisposto oppure se l'episodio di stitichezza è piuttosto frequente, è meglio cercare di prevenire la stipsi mangiando in maniera adeguata. Innanzitutto, è bene mangiare alimenti ricchi di fibre, sostanze che il nostro organismo non riesce ad assimilare. Queste, assorbendo acqua, si trasformano in una sorta di materiale gelatinoso, il quale facilita l'espulsione delle feci.
Strettamente legato a questo processo è l'assunzione di acqua; essa, infatti, è essenziale per la funzione intestinale delle fibre, che altrimenti potrebbero avere l'effetto contrario. La media giornaliera dovrebbe essere di circa due litri; oltre l'intestino, ne beneficerà tutto l'organismo, poiché l'acqua stimolerà anche la diuresi e, quindi, l'eliminazione degli elementi di scarto. Le fibre sono solitamente ritrovabili in alimenti quali la frutta, le verdure ed i cereali; tra la frutta, preferite soprattutto le prugne, che hanno azione lassativa, tra gli ortaggi e le verdure il finocchio combatte la stipsi ed il gonfiore addominale e tra i cereali, preferite sempre quelli integrali.

CONTRO LE PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI?
Le patologie che affliggono il sistema cardiovascolare sono molto frequenti e sono dette le patologie dei ricchi perché vengono causate da un'alimentazione troppo piena di grassi. L'aterosclerosi, la formazione di placche all'interno delle vene, l'ipertensione, sono tutte malattie che minacciano ogni giorno il nostro cuore e, quindi, la nostra vita. Mai come nel caso di queste patologie, è lo stile di vita personale che fa la differenza. Lo sport, l'astensione dal fumo, una giusta alimentazione possono aiutarci a vivere meglio e più a lungo. È preferibile, per prevenire malattie cardiovascolari, ridurre o eliminare gli alimenti ricchi di grassi saturi e di cibi raffinati e di sale, che alza notevolmente la pressione arteriosa. A questo va aggiunta la necessità, se si è in sovrappeso o obesi, di ridurre notevolmente il proprio peso corporeo.
L'obesità, infatti, è un fattore di rischio per l'insorgenza di tutte le malattie dell'apparato cardiocircolatorio, e non solo. Quindi al bando, o quasi, il sale, gli insaccati, i formaggi e tutto ciò che contiene sale; proibiti anche i grassi animali (burro, strutto, lardo), i crostacei, le carni rosse e le frattaglie, tutti cibi ricchi di colesterolo. Da preferire, invece, la carne bianca (coniglio, tacchino, pollo), l'olio vegetale, meglio se extravergine di oliva, di mais o di soia, gli ortaggi e la frutta, ricchi di fibre e poveri di sodio e colesterolo, il pesce, soprattutto quello di mare, ricchissimo di omega 3, i cibi integrali, che rallentano l'assorbimento dei grassi.

PER PREVENIRE I TUMORI?
Lo spauracchio degli ultimi decenni è stato, ed è ancora, il cancro. Secondo alcuni studiosi, è possibile prevenire l'insorgenza dei tumori a tavola. Fondamentalmente, per prevenire i tumori bisogna cominciare dal peso; il sovrappeso e l'obesità, infatti, sono fattori di rischio per i tumori del colon, del seno, della prostata e dell'utero. Vale, quindi, tutto ciò che è stato detto anche per la prevenzione delle malattie cardiovascolari: prediligere frutta, verdura e ortaggi, di pesce e di grassi insaturi (oli extravergine di oliva, di masi e di soia) e bandire grassi saturi, cibi salati e carni rosse.

 

 

MANGIARE SANO, VIVERE A LUNGO

PAGINEMEDICHE.IT

 

Che la dieta mediterranea sia stata da sempre considerata una dieta sana e nutriente non è una novità. Ora, anche i congressi confermano questa convinzione.
Ma perché la dieta mediterranea è così sana rispetto a quelle attuate, per esempio, nei paesi nordici o negli Stati Uniti?

 

La dieta mediterranea si basa fondamentalmente sull'uso intenso di alimenti quali cereali, legumi, frutta e verdura. Limitato, invece, è l'uso di prodotti caseari, quali latte, formaggio e yogurt ed il pesce è preferito alla carne. Questo tipo di dieta nasce in considerazione dello stretto rapporto, già scoperto intorno agli anni '50, tra ciò che si mangia a tavola ed i disturbi cardiocircolatori. La ricerca ha fatto passi avanti, scoprendo che non solo la circolazione subiva gli eccessi a tavola, ma che anche altre patologie erano condizionate da un'alimentazione eccessiva o poco sana; tra queste, soprattutto tumori al colon, al seno, all'endometrio, ecc., per non parlare dell'obesità, la "malattia del benessere" che sta diventando negli ultimi tempi una vera e propria epidemia, il diabete, le dislipidemie, ecc.
Ma cosa consiglia, in sostanza, la dieta mediterranea? Questo tipo di alimentazione predilige, come abbiamo detto, cibi ricchi di fibre, come le verdure e gli ortaggi, la frutta, sia fresca che secca, ma con una grossa preferenza per la prima, carboidrati (pane, pasta e riso), legumi e prodotti caseari, meglio se "magri", per l'alimentazione di tutti i giorni. Il tutto condito con olio d'oliva, meglio se extravergine. Inoltre, consiglia di limitare l'uso delle uova al massimo 4 volte a settimana e del pesce e di preferire carne bianca (pollo, coniglio, tacchino, ecc.), che può essere mangiata più volte a settimana, rispetto a quella rossa, che va limitata a poche volte al mese, perché meno digeribile. Per quanto riguarda le bibite, è bene evitare quelle gassate, bere circa 6 bicchieri d'acqua e moderare l'assunzione di vino rosso soltanto durante i pasti.

 

 

La piramide si suddivide fondamentalmente in tre zone principali.
La "zona verde" indica quegli alimenti che possono essere mangiati tutti i giorni; la "zona gialla", invece, comprende gli alimenti che vanno limitati a poche volte alla settimana. La "zona rossa", infine, è per la sola carne rossa, consigliata soltanto poche volte al mese.

CONSIGLI PER UNA SANA PASQUA
È inevitabile. Pasqua, come Natale, rappresenta una gioia per il palato ed un tormento per la linea. Tanto più perché in previsione dell'estate e di tutto ciò che essa comporta.
Ma allora, come fare a passare queste feste senza eccedere, ma anche senza rinunciare alla buona tavola?
Ecco qualche consiglio utile per limitare i danni:

  • Innanzitutto, mangiare tutto, ma con moderazione

  • Evitare i bis

  • Accettare porzioni piccole di ogni piatto

  • Lasciare nel piatto l'ultimo boccone, in modo che chi vi invita non insista a riempirlo di nuovo

  • Prima di riempire il bicchiere nuovamente, vuotarlo

  • Alla fine del pasto, fare una bella passeggiata all'aria aperta, che aiuta a digerire meglio

  • Poiché non è l'eccesso di un giorno a rovinarci, ma gli eccessi giornalieri, cercare di limitare le sostanze grasse dopo le feste, seguendo una dieta più sana nei giorni successivi.

 

LE NITROSAMMINE: UN PROBLEMA PER LA SALUTE

Marco Piumetti

 

 

In ambito tossicologico è molto importante il problema delle nitrosammine poiché molte di esse sono cancerogene e la loro presenza è dovuta sia ai componenti naturali degli alimenti sia all'uso di nitriti  aggiunti come additivi a insaccati, prosciutti, wurstel, carni in scatola ed altri prodotti a base di carne, pesci marinati, prodotti caseari, …

Dal punto di vista chimico le nitrosammine sono dei composti  organici caratterizzati dalla presenza del gruppo N=O legato all'atomo di azoto di un'ammina secondaria e si ottengono generalmente per reazione dei nitriti con le ammine secondarie.

 

Struttura generale di una nitrosammina

(Re R1 sono i due gruppi sostituenti)

 

In condizioni molto acide (per esempio all'interno dello stomaco), i nitriti vengono trasformati in acido nitroso che, essendo un acido piuttosto debole è in grado di dissociarsi in ione nitrosonio (N=O+) ed in gruppi ossidrilici (OH-).

Lo ione nitrosonio può quindi reagire con un'ammina per formare la nitrosammina.

Oltre alle condizioni acide richieste per la loro formazione, le nitrosammine possono formarsi in condizioni di alta temperatura, per esempio durante la cottura degli alimenti tramite frittura o arrostitura, oppure nell'ambiente per reazione delle ammine con gli ossidi dell'azoto.

Occorre, inoltre, considerare il fatto che i nitrati che sono di per sé innocui tendono ad essere trasformati in nitriti per effetto della flora batterica e quindi diventare potenzialmente dannosi.

 

Formazione delle nitrosammine [1]:

 

Step I: I nitriti (R-NO2) in presenza di un ambiente acido formano l'acido nitroso (HNO2) secondo la seguente reazione:

 

*Il Nitrito di sodio (NaNO2) è un conservante

 

Step II: Dall'acido nitroso si forma la specie reattiva, lo ione nitrosonio N=O+ che è in grado di unirsi all'azoto dell'ammina secondaria per formare la nitrosammina. La reazione complessiva è la seguente:

 

 

Molte possono le fonti delle nitrosammine, quali ad esempio la birra, i vegetali, il pesce, la carne, i salumi e i formaggi. Nella carne conservata possono esserci tracce di nitrosammine poiché la carne contiene le ammine (che derivano dalla presenza di proteine) e, per conservarla, talvolta viene aggiunto il nitrito di sodio, con il cloruro di sodio. Questo metodo di conservazione di molti alimenti è importante per evitare la formazione della tossina Botulina, prodotta da un batterio della carne, ed impedire la formazione della Salmonella ma ha l'inconveniente di essere un potenziale vettore per la produzione delle nitrosammine; pertanto, per ridurre tale effetto, nell'industria alimentare vengono spesso aggiunti degli inibitori (antiossidanti) quali le vitamine C ed E.

è infatti noto che l'acido ascorbico, così come la vitamina E, inibisce la formazione delle nitrosammine ed attualmente viene utilizzato un suo isomero, meno costoso, come agente inibente. Oggigiorno, grazie ai miglioramenti dei metodi di conservazione dell'industria alimentare, il livello di nitrosammine in molti prodotti conservati risulta essere inferiore rispetto al passato, in cui tali agenti inibenti non venivano impiegati [2]. Tuttavia, le nitrosammine  possono essere presenti anche in fonti non alimentari, quali il fumo di sigaretta, nei materiali plastici, nei pesticidi, in alcuni cosmetici, nelle industrie metallurgiche …

La classe delle nitrosammine è ben nota da oltre cento anni ma il loro interesse ha cominciato ad aumentare dal 1956 quando i due scienziati inglesi John Barnes e Peter Magee osservarono che la dimetilnitrosammina se fatta inalare o ingerire ai ratti, provocava rapidamente dei tumori al fegato. Da tale scoperta si iniziarono a studiare circa 300 composti di nitrosammine e, per il 90 % di essi, si trovarono delle proprietà cancerogene sugli animali. La maggior parte delle nitrosammine, infatti, sono degli agenti mutageni, provocano l'alchilazione del DNA, e molti di essi agiscono su specifici organi. Esiste, inoltre, una correlazione tra la loro assunzione ed il cancro allo stomaco [3][4]; secondo l'AIRC (Ass. It. Ricerca sul Cancro) il consumo di insaccati con conservanti è una della cause accertate di cancro allo stomaco [5]. Un altro studio della Columbia University di New York rivela che il consumo di insaccati conservati con nitriti può ridurre le funzioni respiratorie del 3% e ciò pare che sia dovuto ai nitriti e nitrati che aggrediscono specifiche proteine adibite al mantenimento dell'elasticità polmonare [5]. Anche nel tabacco sono presenti tracce di nitrosammine, infatti, è stato osservato che i fumatori di tabacco sono esposti a molte nitrosammine tra cui le N-nitrosonornicotine, presenti in diversi tipi di tabacco.

 

 

Tali composti sono risultati cancerogeni per ratti, topi e criceti ed in particolare la somministrazione orale ha indotto carcinomi del tratto digestivo superiore e delle cavità nasali in alcuni di essi. Nonostante ciò, per quanto riguarda l'effetto delle nitrosammine presenti nel fumo di tabacco non esistono ancora per l'uomo dei dati epidemiologici certi [2].

 

BIBLIOGRAFIA

 

[1] H. Hart: Chimica Organica, Terza Edizione Zanichelli, 1991

[2] Nitrosamines and Cancer, Richard A. Scanlan, Ph.D.  Dean of Research Emeritus and Professor of Food Science  - Linus Pauling Institute - http://lpi.oregonstate.edu/f-w00/nitrosamine.html

[3] Documentazione Regionale Salute - Centro di Documentazione per la Promozione della Salute - Via Sabaudia, 164 - 10095 Grugliasco (TO) www.dors.it/matline/stasch.php?astampa%5B0%5D=508&PHPSESSID=c832f4809a89012ac433434e251202be

[4] Nitrosamine and related food intake and gastric and oesophageal cancer risk: a systematic review of the epidemiological evidence. World J Gastroenterol. 2006 Jul 21;12(27):4296-303

[5] http://www.cibo360.it/alimentazione/chimica/additivi/nitriti.htm

 

 

IL "FUOCO DI SANT'ANTONIO

 

Herpes Zoster

 

L'Herpes Zoster è una malattia virale conosciuta in Italia col termine di "fuoco di Sant'Antonio". Il nome deriva dal greco, Herpes (Herpein = strisciare, comparire saltuariamente) e Zoster (Zostrix = cintura). Conosciuta fin dall'antichità, è rimasta un'infezione misteriosa per molti secoli. Solo, infatti, dal XIX secolo si è riusciti ad inquadrarla in maniera più netta.

CAUSE

La varicella rappresenta la malattia primaria, che si sviluppa prevalentemente nei bambini: dopo un periodo d'incubazione di 14 giorni compare la febbre e le classiche eruzioni cutanee, caratterizzate da papule che si trasformano poi in vescicole piene di liquido.

 

Varicella

 

Dopo la guarigione completa con la scomparsa delle vescicole e la formazione di anticorpi circolanti, il virus non è completamente distrutto, bensì va ad annidarsi in alcune strutture nervose ‑ i gangli sensitivi ‑ dei nervi spinali e cranici che il virus aveva raggiunto durante la disseminazione varicelliforme.

Li rimane dormiente per anni o per tutta la vita, fino a quando non intervenga un'attivazione dei virus, per abbassamento delle nostre difese immunitarie.

Questo risveglio è legato a grossi stress emozionali, traumi, malattie infettive, eccessiva esposizione al sole con ustioni, traumi, terapia radiante.

Una volta risvegliatosi il virus ripercorre a ritroso i nervi per raggiungere la cute che aveva lasciato anni prima come varicella. Ecco spiegato il nome di "fuoco di Sant'Antonio": questo passaggio, infatti, crea un dolore insopportabile, insomma un vero e proprio fuoco, talvolta difficile da controllare se non utilizzando farmaci importanti tipo morfina o similari.

CURE

La diagnosi si presenta semplice e mirata, in quanto oltre al dolore compaiono sulla cute le classiche eruzioni vescicolari a grappolo. In epoca pre‑antivirale è stata invocata ogni terapia per la cura dell'herpes zoster: ne ricordiamo alcune molto empiriche come l'olio di lino per impedire l'adesione della pelle ai vestiti e il nitrato d'argento per le cauterizzazioni. Il barone Alibert nel 1815 consigliava ancora le sanguisughe o la flebotomia accanto ad acqua di malva, pomata di giusquiamo, di belladonna e oppio.

Oggi fortunatamente la terapia è molto più semplice e mirata: si tratta dell'utilizzo dei farmaci antivirali antizoster: delle vere e proprie "bombe" intelligenti che colpiscono in maniera precisa e specifica soltanto il virus senza danneggiare le nostre cellule. Tra questi ricordiamo il capostipite "aciclovir", fino ad arrivare al "valaciclovir", "famciclovir" e l'ultimo nato: "brivudin". È importante cominciare subito la terapia anti‑zoster per impedire le gravi complicanze della malattia.

 

 

CICLISTA CUORE GENEROSO

di Roberto Corsetti


La pratica di sport aerobici, e in particolare del ciclismo, può favorire sensibilmente la prevenzione all'infarto. Vediamo come.

 


In questi ultimi decenni, il progresso dei mezzi di trasporto ha permesso all'uomo di superare con facilità mari e montagne e di spostarsi con incredibile velocità da una parte all'altra del mondo. Lo sviluppo di macchine sempre più perfette e capaci di funzionare autonomamente, grazie all'impiego dei computer, ha inoltre fatto sì che lavori assai faticosi potessero essere effettuati con il minimo sforzo. L'avvento dell'automazione, del controllo a distanza e della robotica ha portato a una significativa riduzione dell'attività fisica, ma ha anche rappresentato una delle maggiori cause della più grande epidemia che l'uomo abbia mai conosciuto: la malattia coronaria, ossia il progressivo deterioramento delle arterie coronarie, che sono le arterie che portano sangue e, con esso, ossigeno al cuore. Il lume delle arterie coronarie si restringe per una progressiva deposizione di grasso (colesterolo) sulle pareti, condizione conosciuta come "aterosclerosi".

Il risultato
Il risultato è una riduzione del flusso sanguigno e, quindi, dell'ossigeno che raggiunge il cuore (ischemia). Il cuore, ricevendo meno ossigeno, dapprima "si lamenta", e il segnale di questo lamento è il dolore (angina), ma successivamente, perdurando o aumentando il deficit di ossigeno, la situazione può precipitare fino alla comparsa di un infarto (che è rappresentato dalla morte di tutte le cellule che occupano quella regione del muscolo cardiaco che riceveva meno sangue) o, addirittura, della morte improvvisa. Coloro che sopravvivono all'infarto devono necessariamente confrontarsi con la triste realtà che la morte può sopraggiungere con un altro infarto e che, in tutti i modi, la qualità della vita è irrimediabilmente compromessa.

Quali cause?
La malattia delle coronarie (cardiopatia ischemica), che - come detto - è la causa dell'infarto e/o della morte improvvisa, inizia a svilupparsi inesorabilmente nei primi anni di vita. Essa, molto semplicemente, è caratterizzata dalla formazione, sul pavimento che riveste le coronarie, di una o più placche ripiene di grassi (in prevalenza colesterolo), che progressivamente crescono fino a restringere e chiudere del tutto il lume del vaso. Quando il sangue non riesce più a passare, una regione più o meno grande del cuore non riceve più sangue, e quindi l'ossigeno indispensabile per la vita delle cellule cardiache, e va incontro alla morte (infarto). Tale malattia mostra uno sviluppo precoce e rapido, e da ciò ne deriva che è necessario concentrare gli sforzi sulla prevenzione in età giovanile. A tal fine, è utile conoscere i principali fattori di rischio (vedi il riquadro "I fattori di rischio"), ossia quelle malattie o abitudini di vita o situazioni contingenti che favoriscono lo sviluppo delle lesioni sulle coronarie. Una familiarità positiva con malattie delle coronarie (padre o madre o nonni con cardiopatia ischemica) rende ovviamente il soggetto più suscettibile a sviluppare egli stesso la malattia, ma anche con l'età avanzata aumenta notevolmente il rischio di sviluppare la malattia. Per quanto riguarda il sesso, il maschio è più a rischio della femmina in età fertile, poiché la donna appare notevolmente protetta dall'elevato tasso di ormoni estrogeni. La situazione, però, cambia dopo la menopausa: da quel momento in poi il sesso femminile ha quasi le stesse probabilità di sviluppare la malattia rispetto al maschio. Probabilmente, comunque, i più minacciosi fattori di rischio sono costituiti dagli elevati livelli di colesterolo nel sangue o "ipercolesterolemia", dai valori elevati di pressione arteriosa o "ipertensione", dal diabete, dal fumo di sigarette e dall'obesità. Notevole importanza nel determinare la lesione delle coronarie, poi, è rivestita da alcuni aspetti di tipo caratteriale e psicologico. In particolare, un temperamento irascibile e la suscettibilità allo stress, tipica di quegli individui con una personalità che si lascia condizionare negativamente dagli eventi e appaiono sempre "a tutta", concitati e nervosi, predispongono allo sviluppo della malattia.

Ma anche l'inattività fisica
Ma anche l'inattività fisica e la vita sedentaria risultano in grado di promuovere o potenziare la malattia, anche se non si ritiene che esista un rapporto diretto causa-effetto: di sicuro essa risulta strettamente associato all'eccesso di peso che, quasi sempre, scaturisce dal sedentarismo. Tra tutti questi fattori alcuni sono modificabili, ossia possono essere influenzati positivamente da una corretta prevenzione e da una condotta di vita sana o, anche, dalle terapie mediche, mentre altri devono essere considerati non modificabili (familiarità, età e sesso).

L'utilità dell'esercizio fisico
L'attività motoria serve a mantenere sveglia la "memoria" di tutte le cellule, perché esse non dimentichino mai la funzione specifica per la quale sono state "progettate": il movimento. Come detto, il diffondersi dei mezzi di locomozione, della televisione e del computer, ha ridotto progressivamente la necessità di doversi muovere "con le proprie gambe", con gravi conseguenze non solo sulla forza muscolare, che diminuisce, e sulla capacità di resistere agli sforzi, anche essa ridotta, ma anche sull'aumento di peso, sull'aumento del colesterolo nel sangue e dei valori minimi e massimi di pressione arteriosa. Tutto ciò si traduce in una minore aspettativa di vita, se è vero, come è stato ampiamente dimostrato, che "l'attività fisica aggiunge anni alla vita e vita agli anni". Tra i meccanismi attraverso i quali l'esercizio fisico allunga la vita e ne migliora la qualità, evidenziamo la riduzione della pressione arteriosa e del colesterolo nel sangue e il miglioramento della funzione e della resistenza dell'"endotelio", ossia il pavimento delle arterie in genere e, quindi, anche delle coronarie, che così si difende meglio dagli attacchi dei vari fattori di rischio e non sviluppa, o perlomeno sviluppa assai più lentamente, le lesioni tipiche, ossia le placche. Peraltro, gli individui che praticano regolarmente attività fisica riescono più facilmente a mantenere il peso forma e sono meno propensi a fumare, limitando così l'influenza negativa di altri due pericolosissimi fattori di rischio. Si deve però fare una netta distinzione tra sport di potenza (lotta, sollevamento pesi, body building) e sport di durata aerobici (ciclismo, corsa a piedi, sci di fondo), poiché solo questi ultimi si sono dimostrati in grado di procurare dei vantaggi sulla salute e, in particolare, sulla prevenzione della cardiopatia ischemica, laddove gli sport di potenza, viceversa, possono avere effetti addirittura controproducenti. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano una riduzione dell'incidenza della cardiopatia ischemica negli individui che praticano un'attività fisica, lavorativa o anche solo ricreativa, rispetto a coloro che vivono nell'ozio.

Riduzione del colesterolo
I molteplici studi effettuati sull'argomento hanno dimostrato che la pratica costante di una disciplina sportiva come il ciclismo modifica significativamente l'assetto dei grassi (lipidi) presenti nel sangue, e ciò accade indifferentemente sia nei soggetti che mostrano normali livelli di colesterolo sia in coloro che presentano, già di base, una ipercolesterolemia. Il principale effetto dell'esercizio fisico aerobico appare, senza dubbio, la diminuzione del tasso dei trigliceridi e del colesterolo "cattivo", ossia quello che rovina le arterie ed è conosciuto come colesterolo LDL. Ancora più significativo è l'aumento, indotto dall'attività fisica, del colesterolo "buono", anche detto HDL, che è poi quella parte di colesterolo che serve "ad allontanare dal sangue il colesterolo cattivo" e che rappresenta uno tra i più efficaci fattori protettivi nei confronti della cardiopatia ischemica. Un meccanismo assai importante nel determinare l'effetto benefico dell'attività fisica di tipo aerobico sulla quantità di grassi presenti nel sangue sembra essere la perdita di peso. Infatti, pare che l'aumentato rischio di ammalarsi di cardiopatia ischemica, tipico degli obesi, dipenda in gran parte da uno sfavorevole assetto lipidico e, in particolare, dalla diminuzione del colesterolo HDL o buono. Più di uno studio ha dimostrato che individui praticanti con regolarità il ciclismo su strada, calando di peso, presentano un aumento dei livelli del colesterolo buono. Alcuni ricercatori anglosassoni hanno diviso un gruppo di soggetti tra i trenta e i sessant'anni, in sovrappeso e con elevati livelli di colesterolo, in tre sottogruppi. Al primo hanno fatto effettuare un allenamento costante e regolare, per circa tre mesi, con sedute di ciclismo su strada o in laboratorio (cicloergometro), al secondo hanno consigliato una dieta alimentare da seguire ugualmente per tre mesi, al terzo hanno indicato di non cambiare affatto le abitudini di vita e alimentari. I ricercatori hanno evidenziato una maggiore perdita di peso in coloro che avevano seguito una dieta rispetto a quelli sottoposti a esercizio aerobico, una riduzione del colesterolo cattivo simile nei due gruppi e un aumento del colesterolo buono HDL assai più marcato in coloro che avevano effettuato attività ciclistica rispetto a coloro che erano stati sottoposti alla dieta. Quindi, appare evidente come un esercizio fisico aerobico, quale è il ciclismo, possa influenzare positivamente l'assetto lipidico e svolgere una significativa opera preventiva nell'impedire l'insorgenza o la progressione della malattia delle coronarie.

Riduzione della pressione
La pratica continuativa e metodica di una disciplina sportiva aerobica riduce i due valori della pressione arteriosa a riposo, sia il valore massimo (pressione sistolica) che quello minimo (pressione diastolica). Inoltre, gli sportivi impegnati in discipline aerobiche mostrano un rischio minore di sviluppare ipertensione arteriosa e sembrano meno vulnerabili all'insorgenza dell'ipertensione causata da regimi dietetici ipercalorici e/o particolarmente ricchi di sale e dallo stress. Inoltre, gli individui sedentari risultano più predisposti a sviluppare ipertensione arteriosa nel corso degli anni rispetto agli sportivi e a coloro che, in genere, presentano buone o elevate capacità prestative. La pratica del ciclismo è inoltre in grado di ridurre i valori di pressione arteriosa in quei soggetti che hanno già iniziato a mostrare valori elevati. In quest'ultimo caso risulta però difficile capire se la riduzione della pressione, ottenuta con la pratica di una disciplina come il ciclismo, sia o meno dipendente dalla riduzione di peso. La maggior parte degli autori è propensa a credere che non ci sia un nesso con la perdita di peso, ma ancora si discute e non vi è nulla di sicuro. È però possibile affermare con certezza che la pratica di uno sport come il ciclismo previene l'insorgenza dell'ipertensione e presenta effetti positivi indiscutibili nel trattamento dell'ipertensione, tanto che lo si raccomanda, insieme ad altre misure (dieta, perdita di peso, regime alimentare iposodico), ai soggetti che presentano forme iniziali lievi di ipertensione.

Effetti sul fattore psicologico
La pratica costante del ciclismo produce una sensazione soggettiva di benessere e piacere, che però risulta difficilmente misurabile. È dimostrato come l'attività fisica comporti un aumento delle endorfine, ormoni che donano una sensazione di benessere e un atteggiamento positivo, nei confronti della vita, caratterizzato da una grande fiducia in se stessi e un notevole ottimismo. In tal senso è consigliabile raccomandare la pratica del ciclismo a tutti coloro che non riescono a liberarsi dell'ansia, dello stress e del pessimismo cronico.

Medicina a basso costo
In conclusione, una costante e regolare pratica del ciclismo, esercizio fisico aerobico per eccellenza, esercita un indiscutibile effetto benefico preventivo sull'insorgenza della malattia delle arterie coronarie. Il meccanismo di tale effetto è la favorevole modificazione dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare e, in modo particolare, delle alterazioni dei grassi nel sangue, dell'ipertensione arteriosa, dell'obesità, dello stress e del diabete. La pratica del ciclismo, quindi, potrebbe essere considerata una "medicina a basso costo" nella prevenzione e nella cura della cardiopatia ischemica, ma, come per tutte le altre medicine, si devono conoscere le "modalità di somministrazione, i rischi e le controindicazioni" ...

Attività fisica: quale e quanta
L'attività fisica consigliata nella prevenzione delle malattie cardiovascolari è senz'altro quella di tipo aerobico, e quindi lo sci di fondo, la corsa a piedi e, naturalmente, il ciclismo. È necessario osservare una buona costanza e una buona regolarità e, in genere, sono consigliati non meno di due - tre allenamenti alla settimana. Molto importante è la loro durata e la loro intensità. Le esercitazioni sulla bici non dovrebbero durare meno di 40 - 50 minuti, ma è consigliabile cercare di restare in bici per almeno 90 o 120 minuti. Si deve iniziare con un'intensità tale che la frequenza cardiaca rimanga intorno al 60 per cento della massima teorica per l'età (la massima frequenza teorica viene calcolata sottraendo l'età a 220: ad esempio, per un atleta di cinquant'anni, essa sarà 220-50 = 170). Dopo alcune settimane l'intensità del lavoro potrà essere incrementata fino a raggiungere progressivamente il 70-80 per cento. Ovviamente, la seduta di allenamento dovrà prevedere una parte iniziale dedicata al riscaldamento (15-20 minuti) e una parte finale per il defaticamento (almeno 10 minuti). Inoltre, le uscite in bicicletta dovrebbero essere effettuate nelle condizioni ambientali migliori: mai al freddo eccessivo o sotto il solleone e, per le persone in età avanzata, mai all'alba.

I rischi e le controindicazioni
Nel 490 a.C. Filippide morì al termine di una corsa di 200 km, da Atene a Sparta, fatta per chiedere aiuti, prima della vittoria degli Ateniesi contro i Persiani a Maratona. Il quesito che ci si pone è se uno sforzo sproporzionato al grado di allenamento e di preparazione atletica del soggetto possa causare la rottura di un cuore perfettamente sano. La risposta è sicuramente no. Un cuore sano, lo si è dimostrato ampiamente, è praticamente invulnerabile. Così, anche la pratica per tanti anni di una disciplina sportiva a impegno cardiovascolare elevato come il ciclismo non danneggia in alcun modo il cuore. Anzi, semmai, il contrario, e studi condotti su ex professionisti del pedale hanno confermato tale teoria. Purtroppo, però, in qualche caso, raramente per fortuna, un soggetto potrebbe essere portatore di una patologia cardiaca silente, congenita o acquisita in seguito, per la quale uno sforzo fisico potrebbe esporlo al rischio di eventi infausti. Tutto ciò per dire che, qualora si decidesse di iniziare a praticare il ciclismo per prevenire la cardiopatia ischemica o per evitarne la progressione, o anche solo per diletto, è assolutamente necessario effettuare, prima, una visita approfondita conoscitiva del proprio stato di salute. Un buon cardiologo dello sport o un medico dello sport di estrazione cardiologica potranno prescrivere ed effettuare gli accertamenti necessari per definire lo stato di salute e dare alcune utili indicazioni sul programma di allenamento più consono alle caratteristiche individuali di ciascuno. Chiaramente, in alcuni casi, ripetiamo per fortuna rari, al termine della visita e degli accertamenti, potrebbe essere individuata una patologia che controindica nella maniera più assoluta gli sforzi fisici. Alcune cardiopatie congenite, i difetti gravi delle valvole cardiache, un infarto miocardico recente o particolarmente esteso, il dolore cardiaco (angina) che compare per sforzi minimi, l'ipertensione severa non controllata dalla terapia medica e alcune forme di aritmie particolarmente minacciose, controindicano nel modo più assoluto l'attività fisica.

 

Articolo pubblicato su "la Bicicletta - Novembre 2002 (COPYRIGHT© La Bicicletta - Italy)

 

 

SPORT ... L'AMICO DEL CUORE

 

Lo sport è amico del cuore. La sedentarietà, infatti, è uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, mentre, al contrario, svolgere una regolare attività sportiva permette di allenare e mantenere giovani cuore e vasi sanguigni.
I risultati dipendono dal tipo di sport e dal tipo di sforzo fisico che comporta: le attività anaerobiche (senza produzione di ossigeno) stressano l'apparato cardiovascolare, ma contribuiscono a bruciare grassi e a diminuire la quantità di colesterolo LDL nel sangue; gli sport aerobici (con produzione di ossigeno) come la corsa di fondo o il ciclismo allenano il cuore, migliorandone l'efficienza e la resistenza.

 

CUORE E SPORT
 

Cuore e sport

Un'attività fisica sana, regolare e senza sforzi aumenta il colesterolo buono (HDL), diminuisce quello cattivo (LDL), abbassa la pressione arteriosa e i livelli di glicemia ma, soprattutto, riduce il rischio di aritmie minacciose e di morti improvvise.

 

Perché fare attività fisica?

Fare sport ci mantiene giovani, più di qualsiasi prodotto di bellezza o cura miracolosa. Un'attività fisica condotta con moderazione ma regolarità, fin dall'età dello sviluppo, permette all'organismo di mantenersi sano ed efficiente più a lungo, ritardando la degenerazione dei muscoli, delle articolazioni e delle strutture organiche.
è scientificamente dimostrato che lo sport apporta benefici per tutto il corpo:

  • muscoli ed articolazioni si rafforzano, con miglioramenti anche nella postura e nella resistenza alla fatica quotidiana. Muscoli addominali e dorsali in forma, poi, allontanano il rischio di patologie della colonna vertebrale (ad esempio: ernie e lombosciatalgie)

  • il metabolismo si ottimizza: migliora il rapporto tra massa grassa e massa magra del corpo, viene regolato lo stimolo della fame e si riequilibrano i parametri ematochimici

  • aumenta la capacità e l'elasticità dell'apparato respiratorio, anche a riposo, per la maggiore richiesta di ossigenazione a cui sono chiamati gli alveoli polmonari durante l'esercizio fisico

  • migliora la capacità contrattile del cuore e la sua irrorazione coronarica: a riposo, uno sportivo ha un battito cardiaco di frequenza inferiore rispetto ad una persona sedentaria, ed è meno soggetto a sbalzi di pressione; inoltre, il suo sistema circolatorio è più elastico ed ha un migliore ritorno venoso, dovuto alla maggiore efficienza della muscolatura.

L'esercizio fisico, inoltre, scongiura il rischio di condizioni tipiche della vita sedentaria: l'obesità, il diabete, l'ipertensione, e tutte le patologie legate al sistema cardiocircolatorio, tra cui l'infarto, una delle cause di morte più diffuse nel mondo occidentale.


Un po' di sport, giorno dopo giorno
Certo, non ci si può inventare atleti da un giorno all'altro, né tutti hanno a disposizione il tempo e le energie necessarie per potersi dedicare con molto impegno ad un'attività sportiva; d'altronde, per chi non ha mai praticato sport, è necessario "partire per gradi", senza affaticare il cuore, i muscoli e la colonna vertebrale con esercizi eccessivi o prolungati, cosa assolutamente controproducente.
La vita moderna ci ha abituato ad una serie di comodità (l'automobile, l'ascensore, la metropolitana ...) che ci hanno sottratto l'occasione di fare anche solo un po' di movimento fisico: qualche rampa di scale o un breve tratto di strada fatto a piedi apportano benefici non solo al nostro fisico, magari dopo una lunga giornata alla scrivania, ma anche alla psiche.
Praticare sport, infatti, allevia la tensione accumulata in tutto il giorno, porta benessere a tutto l'organismo e, dopo lo sforzo, induce una piacevole sensazione di rilassatezza, che ha benefici influssi sull'umore, sulla vita sociale e sul riposo notturno.

 

Attività fisica per prevenire il rischio di infarto

Un'attività fisica sana, regolare e senza sforzi aumenta il colesterolo buono (HDL), diminuisce quello cattivo (LDL), abbassa la pressione arteriosa e i livelli di glicemia ma, soprattutto, riduce il rischio di aritmie minacciose e di morti improvvise. Lo sport praticato senza continuità e interrotto bruscamente può essere dannoso, meglio farlo con gradualità e costanza. Secondo recenti studi statunitensi, l'esercizio fisico ridurrebbe del 25% i rischi di mortalità da infarto.
Infatti, la probabilità di un primo attacco cardiaco risulta raddoppiato nelle persone sedentarie di sesso maschile rispetto a coloro che praticano sport. Gli esercizi anti-infarto sono: nuoto, tennis, footing possibilmente all'aperto e, comunque, mai meno di quattro volte a settimana per 40 minuti a seduta. Sì allo sport, quindi, anche se gli esperti sconsigliano di praticarlo quando fa caldo o troppo freddo o dopo aver mangiato abbondantemente.
Nel caso in cui il paziente sia stato sottoposto a intervento chirurgico c'è la ginnastica "calistenica", che consiste in una serie di esercizi dolci da far eseguire dopo la seconda settimana dall'infarto e dopo la terza dall'operazione, in modo da evitare un secondo infarto ed un peggioramento della malattia ischemica di fondo.
è notizia di questi giorni che in dieci anni la sindrome coronaria acuta responsabile degli attacchi è scesa dal 10 al 5%. Ogni anno in Italia sono vittime di malattie cardiovascolari 242mila persone. Di queste, il 30 per cento, cioè 73mila, sono dovute all'infarto del miocardio: 187 decessi ogni 100mila abitanti. Nel Bel Paese i pazienti affetti da cardiopatia ischemica, l'anticamera della sindrome coronaria acuta, sono un milione e 500mila. Un dato finale: gli uomini nell'età compresa tra i 50 e i 70 anni sono a maggiore rischio infarto rispetto alle donne, soprattutto nei paesi nordici dove è più alto il consumo di grassi animali.

 

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Combattere la sedentarietà dopo i 40 anni riduce il rischio cardiaco, anche se fino a quel momento si è stati più pigri: uno studio tedesco

 

Non è mai troppo tardi per iniziare a fare attività fisica per proteggere il proprio cuore. Uno studio condotto presso le Università tedesche di Ulm e di Heidelberg ha intervistato 312 soggetti con problemi cardiovascolari e 479 sani tra i 40 e i 68 anni chiedendo a tutti di descrivere, attraverso un questionario, la quantità e il tipo di attività fisica svolta fino a quel momento.
Secondo quanto riferito dalla rivista Heart, sembra che per coloro che avevano fatto regolare attività fisica si registrasse una riduzione fino al 60% del rischio cardiovascolare rispetto agli altri. Ma ciò che è emerso ancora più chiaramente da questa ricerca è che, anche se tra i venti e i trent'anni non si è fatta alcuna attività sportiva e si è ceduto un po' alla pigrizia, iniziare a muoversi e ad essere più attivi dopo i 40 anni sembra essere altrettanto efficace. I volontari che hanno iniziato a fare attività sportiva intorno ai 40 anni, infatti, vedevano ridurre del 55% le chance di avere un problema cardiaco rispetto ai loro coetanei che continuavano ad essere sedentari.

(MFL Comunicazione - 28/08/2006)

 

 

Lo sport ed il rischio cardiaco

Tra i fattori di rischio per le malattie cardiache oltre al fumo, l'ipercolesterolemia e l'ipertensione arteriosa è stata recentemente inserita la sedentarietà o mancata attività fisica. Questo perché si ritiene che l'attività fisica svolta da soggetti sedentari per una durata di 30 minuti quotidiani, riduce i rischi di cancro dell'intestino e del colon, di osteoporosi, ipertensione arteriosa, depressione, ansietà e stress.
È inoltre doveroso precisare che, quando si parla di attività fisica, non ci si riferisce esclusivamente agli esercizi aerobici come il jogging il ciclismo, il nuoto, ma anche ad altre attività che si effettuano quotidianamente quali salire le scale, camminare per la città o praticare hobby come il giardinaggio. È da considerarsi ugualmente importante l'allenamento di sport di resistenza e gli esercizi con i pesi perché aumentando la forza contribuiscono a bruciare il grasso corporeo ed aiutano a diminuire la quantità di colesterolo nel sangue.
I benefici che l'esercizio fisico procura si possono così sintetizzare:

  • diminuzione della pressione arteriosa media

  • diminuzione del colesterolo totale ed LDL (colesterolo cattivo)

  • diminuzione dei rischi di lesioni ortopediche

  • diminuzione del grasso corporeo

  • miglioramento dell'efficienza di cuore e polmoni

  • controllo e prevenzione dello sviluppo di diabete

  • aumento del colesterolo buono (HDL)

  • aumento dei livelli energetici

  • aumento della tolleranza allo stress ed alla depressione

Le conseguenze che l'attività fisica apporta all'apparato cardiovascolare sono difficilmente schematizzabili perché ciascuno sport procura in impegno cardiaco diverso. Questo infatti a seconda dei diversi sport può essere costante nel tempo, come ad esempio nella maratona in cui la durata della gara è relativamente lunga, o intermittente come per le attività aerobico-anaerobiche. Altre attività invece, come alpinismo, sport subacquei, sport motoristici etc. hanno un rischio intrinseco riconducibile all'ambiente sfavorevole in cui vengono svolti.
Si può quindi concludere che il rischio cardiovascolare aumenta per i soggetti che praticano sport di contatto nei quali possono verificarsi traumi contusivi toracici o violenti stimolazioni cardiache come i traumi cranici, in grado di facilitare fenomeni aritmici di tipo ipocinetico. Si è verificata dunque l'esigenza di classificare i diversi sport considerando gli effetti acuti e cronici che l'attività fisica determina sull'apparato cardiovascolare, per realizzare uno strumento di guida diretto agli specialisti di medicina dello sport; questo strumento è stato fornito dalla Bethesda Conference e dal COCIS. Come criteri guida per la classificazione sono stati presi in considerazione il carico di pompa, la pressione di esercizio, la frequenza cardiaca e le influenze emozionali, non solo nel momento della gara ma anche nell'allenamento.

 

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LEGAMENTO CROCIATO NUOVO PER IL GINOCCHIO

di Fabio Lodispoto

Specialista in Medicina dello Sport, Roma

 

 

Due nuove opportunità per ricostruire il legamento crociato anteriore del ginocchio: il legamento artificiale e il trapianto da donatore. Il primo è ottenuto in laboratorio ed è realizzato in materiale sintetico, il secondo viene prelevato da cadavere e conservato a 80° celsius sottozero prima di essere impiantato nell'articolazione a sostituzione del legamento lacerato. Di solito è il ginocchio stesso dello sportivo infortunato a fornire i tendini necessari alla ricostruzione del crociato rotto. L'articolazione diventa così allo stesso tempo donatrice e ricevente. Si usano di solito i tendini prelevati dall'interno della coscia o il tendine rotuleo, più di rado il tendine del quadricipite.

Le modalità di prelievo sono più o meno invasive ma tutte hanno un denominatore comune: la asportazione di tendini sani attraverso una incisione chirurgica. Due gli effetti potenzialmente negativi di questo gesto chirurgico: alterazione della sofisticata biomeccanica dell'arto e lo sviluppo di complicanze o danni chirurgici locali legati al prelievo. Effetti del tutto assenti se si ricorre invece al trapianto da donatore o al legamento artificiale.

Gli Interventi

In questo ultimo caso il recupero post operatorio risulta accelerato per la notevole riduzione della invasività chirurgica ed è del tutto assente il danno estetico altrimenti causato dalla cicatrice chirurgica nella sede del prelievo. Si tratta tuttavia di interventi che hanno anche qualche controindicazione e dei limiti precisi.

Tanto che le indicazioni sono ristrette solo a casi specifici. "Il legamento artificiale per la sostituzione del crociato anteriore rotto in un ginocchio infortunato non è certo una novità", chiarisce Giuliano Cerulli, direttore della Scuola di Ortopedia dell'Università di Perugia che ha di recente presentato i dati conclusivi di una ampia casistica di impianti di legamento artificiale, "Sono stati impiantati soprattutto negli anni ottanta e in gran numero, ma con risultati disastrosi. La tecnica è stata in pratica abbandonata. Oggi è diverso. I legamenti artificiali impiantati sono di seconda generazione. La loro resistenza meccanica alla trazione si conserva inalterata alle prove di laboratorio per 22 milioni di cicli".

Attività Sportiva

Come dire dieci anni di intensa attività sportiva anche ad alto rischio come il calcio a cinque. Non solo: i materiali sono biocompatibili e bioattivi. Significa che il tessuto del legamento viene riconosciuto come "amico" dal ginocchio ricevente e invece di scatenargli contro una violenta infiammazione lo accetta e lo integra colonizzandolo con cellule produttrici di collagene e avvolgendolo di tessuto sinoviale. Di qui i risultati riportati nelle casistiche di Cerulli: ritorno alla piena attività sportiva e lavorativa in sole otto settimane e assenza di complicanze o effetti indesiderati nel 97% dei casi.

"Un intervento che tuttavia non è per tutti", sottolinea Cerulli, "Il paziente deve essere selezionato secondo precisi criteri di inclusione: età tra i 35 e i 55 anni, con disturbi continui al ginocchio infortunato e motivato dalla necessità di una ripresa molto rapida delle attività sportive o lavorative. Si tratta di circa il 7‑8% di tutti i pazienti infortunati e che necessiterebbero di un intervento ricostruttivo. Una opportunità ad esempio valida per un sportivo che alla vigilia di un importante impegno agonistico vede sfumare l'occasione della sua vita per una rottura dei legamenti, o più comunemente per un lavoratore che non può permettersi il "lusso" di rimanere lontano dai suoi interessi per la lunga fisioterapia altrimenti necessaria con il tradizionale intervento sul crociato".

Le Cicatrici

Assenza di cicatrici e di danni estetici anche per il trapianto da donatore cadavere. Sono spesso le donne a richiedere questa tecnica o comunque pazienti che hanno precise necessità estetiche (indossatrici, personaggi televisi­ o dello spettacolo). Estetica a parte i vantaggi sono anche di ordine pratico: l'assenza di incisioni chirurgiche e di sacrificio di parti anatomiche importanti come i tendini accelerano il recupero post operatorio ed eliminano le possibili complicanze locali nella sede di prelievo.

A chi serve

Pazienti che sono già stati sottoposti più volte al prelievo dei tendini o hanno deficit muscolari sono i candidati ideali a questo tipo di soluzione chirurgica. Esistono tuttavia anche degli svantaggi potenziali che limitano le indicazioni a questo intervento solo in casi accuratamente selezionati: la conservazione del pezzo anatomico da trapiantare per alcune settimane a bassissima temperatura assicura da una parte la morte della maggior parte delle cellule in grado di scatenare una risposta di rigetto, ma dall'altra riduce la sua attività biologica. Nel ginocchio viene cosi trapiantato un legamento morto che ha in parte perso le sue caratteristiche meccaniche e che deve essere colonizzato nel tempo dalle cellule del ginocchio che lo ospita e da nuovi vasi sanguigni. Un periodo di integrazione del legamento da donatore quindi più lungo rispetto al trapianto tradizionale e alla base degli eventuali fallimenti meccanici che si possono verificare a distanza.

(2 marzo 2006: Repubblica Salute - Anno 12, n. 481)

 

"Allevamento" di tendini

I frammenti di tendine umano vengono allevati in contenitori di vetro: filamenti sottili di tessuto tendineo sono depositati su strisce di tessuto biodegradabile ed immersi nel liquido nutritivo. Quando le cellule del tendine si sono riprodotte a sufficienza la striscia viene interposta nei monconi del tendine rotto.

Frammento da impiantare

La striscia viene poi cucita sui due monconi dei tendine rotto. Questo si ricongiunge grazie al tessuto tendineo vitale contenuto nella striscia.

Il prelievo

Il prelievo del tendine del ginocchio da donatore cadavere è eseguito in ambiente sterile per ridurre il rischio di contaminazione del ricevente. Il tendine poi viene congelato e conservato in una banca dei tessuti. Alcuni frammenti sono conservati a parte per eseguire le prove di compatibilità prima del trapianto.

 

Per Saperne di Più:

Lodispoto On-Line

 

 

TACCHI ALTI E MAL DI TESTA

 


La donna che vorrà essere "alla moda" la prossima estate dovrà rispettare la regola "TACCHI 10" ... intesa come centimetri di altezza dei tacchi stessi. Ma questo miglior aspetto estetico ha come sempre un costo: camminare praticamente sui trampoli, cercando costantemente un equilibrio e assumendo una posizione del corpo e dei piedi completamente innaturale, genera alterazioni della postura spesso fortemente negative.

Per limitare i problemi non si dovrebbero calzare scarpe con tacchi così alti per più di 4-5 ore consecutive; per evitare completamente i problemi l'ideale sarebbe comunque non utilizzare tacchi di 10 centimetri, ma accontentarsi di 3-4 centimetri soltanto.

I danni più comuni causati da un uso eccessivo o improprio dei tacchi alti sono i seguenti:

- CEFALEA: stando a lungo sui tacchi alti, per riuscire a restare in piedi in un costante equilibrio instabile, si devono contrarre per tempi prolungati i muscoli del collo e delle spalle, che di conseguenza si irrigidiscono e diventano dolenti. Da ciò spesso deriva un mal di testa caratterizzato da dolore medio, ma continuo, localizzato soprattutto alla zona occipitale del cranio.

- LOMBALGIA E LOMBOSCIATALGIA: la posizione del tutto innaturale, col passare del tempo, può alterare le curve fisiologiche della colonna vertebrale, accentuando la lordosi lombare e la cifosi dorsale. L'iperlordosi, patologia abbastanza comune, è spesso causa di lombalgie e lombosciatalgie molto fastidiose.

I disturbi si possono alleviare (ma sarebbe meglio prevenirli ...) con esercizi di ginnastica posturale e stretching mirato.

 

  

Alterazioni dell'equilibrio e della postura causate dall'altezza del tacco

 

 

PROTEINE A CONFRONTO

Carni e Salumi contro i Legumi

 

Le proteine, costituite da catene di diversi aminoacidi combinati tra loro, svolgono una funzione plastica: sono cioè necessarie all'organismo umano per la costruzione di tutti i tessuti.
Questa funzione, detta anabolica, è massima nel bambino e nell'adolescente, tuttavia si mantiene anche nell'adulto, in quanto le cellule del corpo sono soggette a un costante processo di rinnovamento.
Le proteine sono contenute in percentuali consistenti nelle carni e nei salumi, nei cereali, nelle uova, nei formaggi e nei legumi, ed in quote modestissime nelle verdura e nella frutta.
Ma oltre alla quantità, è differente anche la qualità.
Il valore delle proteine
Di tutti gli aminoacidi necessari all'uomo, ve ne sono alcuni che non è in grado di sintetizzare: questi sono perciò considerati essenziali e devono, obbligatoriamente, essere introdotti con la dieta.
Il valore biologico degli alimenti a contenuto proteico, quindi, sarà maggiore se essi contengono aminoacidi essenziali e, soprattutto, se li contengono nelle proporzioni ottimali per il fabbisogno dell'uomo.
Solo gli alimenti di origine animale si avvicinano molto a questo equilibrio (l'uovo arriva quasi alla perfezione). Le proteine vegetali, invece, sono carenti di qualcuno di questi elementi: quelle dei cereali sono scarse di lisina, quelle dei legumi scarse di aminoacidi solforati.  
Un apporto bilanciato
Per garantirsi ogni giorno la necessaria quantità e varietà di proteine occorre seguire un'alimentazione molto variata in cui, soprattutto nei periodi di costruzione dell'organismo ed in quelli di rapida crescita, non manchino cibi di origine animale.
I piatti che in epoche storiche diverse dalla nostra potevano sostituire le carni e i loro derivati (riso e piselli, pasta e ceci, polenta e lenticchie) hanno ridotto, oggi, parte del loro valore biologico. A causa dei processi di raffinazione, infatti, i cereali che arrivano sulle nostre tavole possiedono un quantitativo di proteine minore, rispetto ai cereali integrali che costituivano l'originaria dieta mediterranea.
Ciononostante è possibile ancora seguire la tradizione, senza rinunciare a piatti gustosi e scegliendo abbinamenti bilanciati e, magari, rivisitati anche alla luce delle minori necessità caloriche dell'uomo moderno.  
Proteine con gusto
D'inverno, per esempio, un buon piatto caldo a base di polenta integrale o di grano saraceno e salsiccia grigliata o in sugo con vegetali stufati garantisce: carboidrati, sali minerali, proteine e vitamine. Seguendo buone tecniche di cottura anche il contenuto in grassi è accettabile.
E' un piatto ben digeribile e sufficientemente calorico. La salsiccia di suino, infatti, oltre a garantire un alto contenuto di proteine (oltre il 22%) e di vitamina PP, apporta anche sodio, potassio, ferro, calcio e fosforo. Per ridurre le calorie basta dimensionare in modo adeguato le porzioni e non eccedere con i sughi, come risulta dalla ricetta scelta, utilizzandone comunque al  massimo un cucchiaio da minestra per soggetto adulto.

 

APPROFONDIMENTI:

J. Baynes, MH. Dominiczak "Biochimica per le discipline biomediche". Ed. UTET 2000

Medline Plus Medical Encyclopedia: Protein in diet

Da Dica33 la Banca dati degli alimenti

 

 

ELETTROSEGMENTOGRAFIA

Leonardo Maria Leonardi

 

L'elettrosegmentografia (ESG) permette lo studio della attività bioelettrica del tessuto connettivo lasso.

 

IL TESSUTO CONNETTIVO LASSO

Il tessuto connettivo lasso, che si origina in seguito al processo di differenziazione del mesenchima, è costituito da vari elementi cellulari (cellule mesenchimali - indifferenziate e totipotenti, fibroblasti, macrofagi, monociti, linfociti, granulociti ecc.) e dalla sostanza intercellulare, che comprende le fibre (reticolari, collagene ed elastiche) e la sostanza fondamentale amorfa. Quest'ultima, detta anche matrice amorfa, ha le proprietà o di una soluzione colloidale molto viscosa (SOL) o di un gel fluido (GEL) ed è costituita di acqua, componenti di scambio sangue/tessuti (sodio, potassio, acidi grassi, proteine ...), sali, vitamine, ormoni, enzimi e glicosaminoglicani.

Il tessuto connettivo lasso è l'unico sistema in contatto diretto con tutte le cellule dell'organismo. Tutti i processi di scambio, tra capillari e fibre nervose terminali da una parte e cellule specifiche di organo dall'altra, devono avvenire attraverso i flussi tessutali extracellulari che fanno parte del tessuto connettivo.

La configurazione del tessuto connettivo lasso cambia in presenza di processi che alterano le funzioni vitali e che possono venire innescati da germi, intossicazioni, ferite, infezioni, farmaci, disturbi regolatori, carichi stressogeni (come il lavoro muscolare!) ... Il tessuto connettivo lasso rappresenta, quindi, il primo sistema di difesa dell'organismo.

PRINCIPI DI FUNZIONAMENTO

L'ESG indaga esclusivamente le grandezze elettriche che si riferiscono al tessuto connettivo lasso utilizzando una tensione di stimolo massima di 1 volt ed una frequenza di 10 Hz ; questa ultima non può in alcun modo superare la barriera della membrana cellulare (per indagare l'ambiente intracellulare è necessario utilizzare frequenze superiori ai 5 kHz) e stimolare il rilascio di endorfine con risultati terapeutici.

CAMPO DI AZIONE

La malattia si sviluppa, nella sua fase iniziale, nell'ambiente extracellulare (sistema di base di Pischinger); da un determinato momento in poi essa coinvolge anche il sistema intracellulare. Il periodo di tempo che intercorre tra una fase e l'altra può variare da alcune settimane ad alcuni anni (è universalmente noto che molte patologie si evidenziano con i loro sintomi proprio in questo modo e, in questa fase, quasi sempre la "restitutio ad integrum" risulta impossibile).

Mentre le tradizionali tecniche di diagnosi (di laboratorio o strumentali) sono in grado di individuare la presenza di forme patologiche solo dopo che queste abbiano interessato anche l'ambiente intracellulare, l'ESG,  ottenendo informazioni che riguardano solamente la sostanza extracellulare, è in grado di riconoscere gli stati patologici nella loro fase iniziale di sviluppo o, come si suole dire, a livello ancora di funzione e non ancora di danno anatomico.

La tecnica ESG viene utilmente applicata:

 

  • nella identificazione della presenza di campi di disturbo silenti acuti e/o cronici e delle catene patogenetiche causali (focolai odontogeni, tonsillari, appendicolari ecc.)

  • nella identificazione di tossiemie da impropria alimentazione e/o disbiosi intestinale

  • nella identificazione dei disequilibri ormonali

  • nel riconoscimento di stati allergici e di intolleranze

  • nel riconoscimento di disordini funzionali della colonna vertebrale

  • nel monitoraggio della correttezza del percorso terapeutico intrapreso

  • nella verifica del corretto metabolismo idrico

  • nella verifica dello stato di acidosi tissutale

  • nella verifica della eccessiva assunzione di sostanze voluttuarie eccitanti.

 

 

 

DOSAGGIO DEGLI EICOSANOIDI E DIETA

RAPPORTO TRA OMEGA-6 (AC. ARACHIDONICO) E OMEGA-3 (EPA E DHA)

Davide Stangalini (Specialista Biochimica Clinica) www.fleming-research.it

 

La Scienza dell'Alimentazione ha oggi raggiunto una maggiore consapevolezza che la dieta influenzi molti fattori biochimici ed ormonali del nostro corpo, gli stessi meccanismi che influenzano il nostro stato di salute complessivo e il senso di benessere e di sazietà. I moderni Dietologi cercano pertanto un controllo di questi fattori ormonali e biochimici con l'intervento di un regime alimentare equilibrato e sostenuto nel tempo, in modo da instaurare un circolo virtuoso.

Tra i mediatori che si intende cercare di equilibrare con la dieta ci sono gli eicosanoidi, ora dosabili anche in Italia con un nuovo test eseguito con metodo gascromatografico.

Gli eicosanoidi fanno parte degli acidi grassi essenziali, AGE o EFA (Essential Fatty Acids) così definiti e perché l'organismo umano non li può generare, pertanto occorre assumerli con il cibo.

Gli eicosanoidi sono sostanze in grado di modulare alcune risposte endocrine. Sono rappresentati da diverse famiglie di sostanze (prostaglandine, tromboxani, leucotrieni, ecc.) e secondo i dietologi i loro livelli possono essere modulati dall'assunzione di particolari farmaci e dalla dieta.

Gli eicosanoidi possono per semplicità essere distinti in Omega-6 tra cui l'Acido Arachidonico (AA) con effetti solitamente negativi sul metabolismo o Omega-3 tra cui l'acido Eicosapentaenoico (EPA) e l'acido Docosaesaenoico (DHA) con effetti positivi sul metabolismo.

 

 

I derivati dall'Acido Arachidonico (Omega-6) hanno la capacità di aumentare le reazioni allergiche, la proliferazione cellulare, la pressione sanguigna, le reazioni infiammatorie, l'aggregazione piastrinica, la trombogenesi e il vasospasmo, aumentano il colesterolo LDL e diminuiscono il colesterolo HDL.

Invece i derivati dall'EPA (Omega-3), hanno effetti opposti.

Le influenze tra eicosanoidi e ormoni, in particolare testosterone, insulina e ormone della crescita sono talmente complicate che in Medicina si è solo agli inizi della comprensione completa degli effetti complessivi.

L'obiettivo delle moderne diete che tendono a stabilire un equilibrio complessivo nel metabolismo biochimico e ormonale è strutturare una situazione alimentare che promuova la produzione di eicosanoidi Omega-3 e reprima quella degli Omega-6. Tra gli obiettivi più attesi vi è anche la regolazione dell'ormone insulina capace di modulare la presenza degli zuccheri nel sangue e dunque la produzione di eicosanoidi Omega-6 che deriva dalle situazioni iperglicemiche (molto zucchero nel sangue).

La ricerca scientifica è sempre più impegnata per una maggiore comprensione dei meccanismi biochimici, genetici e ormonali che ci regolano e si intuisce quanto gli sviluppi della ricerca Biomedica avranno in futuro influenza sul nostro stato di salute.

 

 

AUMENTA L'OBESITà PEDIATRICA

 

L'obesità pediatrica è in preoccupante crescita, dato che il 10-12% dei bambini italiani sono obesi e il 30-35% sono in sovrappeso corporeo: questi sono gli allarmanti dati presentati dall'Istituto Auxologico Italiano che ha effettuato una ricerca su più di 1500 bambini nel corso di sette anni.

I dati raccolti dimostrano che in Italia l'obesità infantile è una malattia che nel 25-50% dei casi si mantiene anche in età adulta, associandosi ad altri disturbi fisici. Già nel 28% dei bambini obesi è presente la sindrome metabolica, cioè la contemporanea presenza di altri fattori di rischio oltre l'obesità, come l'ipertensione, l'ipertrigliceridemia o bassi valori di colesterolo HDL.

"L'obesità - ha spiegato Alessandro Sartorio, direttore del laboratorio di ricerche dell'Istituto Auxologico - colpisce in modo differente le classi d'età visto che, sotto gli 8 anni, la percentuale è inferiore al 10% mentre cresce oltre il 14-16% per i bambini tra i 9 e i 13 anni. Vi sono poi più maschi obesi che femmine e, come per gli adulti, è una malattia maggiormente diffusa nel sud della penisola".

 

 

 

La NEURALTERAPIA è una terapia molto valida per la cura delle patologie di origine osteo-articolare; consiste in micro iniezioni che si effettuano penetrando nella cute meno di 1 millimetro, con aghi molto sottili (simili a quelli usati per la MESOTERAPIA). Queste iniezioni vengono eseguite in punti che dipendono dalla patologia che si vuole curare: a volte coincidono con i punti di agopuntura o sono situati nella sede dei cosiddetti "campi di disturbo" (cicatrici, zone traumatizzate, focolai cronici ...).

I FARMACI

Si utilizzano farmaci omeopatici e/o fitoterapici associati a piccole quantità di procaina (un anestetico locale).

COME FUNZIONA

Considerando la piccolissima quantità di procaina e la superficialità dell'iniezione, non agisce certo "anestetizzando" la parte trattata. Agisce "ripolarizzando" le cellule che, per problemi patologici, si comportano come delle batterie scariche, disturbando i tessuti sani circostanzi e, talvolta, anche quelli distanti dalla parte interessata.

Si può intervenire su:

  • forme reumatiche, artrosiche ed artritiche, lombalgie, cervicalgie, sindrome del tunnel carpale, ernia del disco stabilizzata;

  • patologie articolari di origine autoimmune (come l'artrite reumatoide e il lupus);

  • patologie post-traumatiche

  • dolore (post-operatorio, post-traumatico, da herpes-zooster).

è possibile associarla ad altre terapie, sia convenzionali che omeopatiche, omotossicologiche, fitoterapiche.

CONTROINDICAZIONI

Gravidanza, insufficienza renale grave, miastenia, deficit di colinesterasi, terapia anticoagulante, insufficienza epatica grave, bradicardia e blocco di branca, insufficienza coronarica, ipersensibilità alla procaina (rara).

LETTERATURA SCIENTIFICA

Biblioteca dell'Università Statale di Roma - Dipartimento di Neuroscienze.

 

 

UNA PROTEINA COLPEVOLE DELL'OBESITà?

(NATURE REVIEWS DRUG DISCOVERY, Gennaio 2003)

 

Da una ricerca pubblicata su NATURE (420, Novembre 2002) si evidenzia il ruolo fondamentale di una proteina in due gravi malattie metaboliche: Obesità e Diabete tipo 2. Cavie di laboratorio nutrite con una dieta iperlipidica o geneticamente obese, mostrano infatti un'alta quantità della proteina JNK1 (Jun-Nterminal kinase) nei tessuti epatici e nei muscoli. Nei topi senza JNK si ha meno obesità e minor resistenza all'insulina. Le condizioni di obesità sono inoltre associate a reazioni infiammatorie croniche con una produzione anormale di citochinine. Un'elevata produzione da parte del tessuto adiposo di una di queste, chiamata TNF (tumor necrosis factor alpha), è stata riscontrata in individui obesi.

Poichè TNF e acidi grassi liberi (FFA) sono potenti attivatori di JNK1, si può postulare che l'obesità sia legata ad un alterato controllo metabolico di JNK. Altri tipi di JNK sono coinvolti in malattie metaboliche quali artrite reumatoide, epilessia e malattie neurodegenerative.

 

 

l'obesità PUò ridurre la durata della vita anche di 20 anni!

(JAMA 2003;289:187-193)

 

NEW YORK (Reuters Health) - I risultati di un nuovo studio statunitense indicano che, in media, l'obesità può accorciare di più di 10 anni la vita di una persona; agli uomini di colore, addirittura, può abbreviarla anche di 20 anni. Le scoperte, pubblicate sul numero dell'8 Gennaio del Journal of the American Medical Association, supportano l'idea che l'eccesso di peso corporeo sia un problema per la salute, e dovrebbe stimolare i medici e i funzionari della sanità pubblica a raddoppiare gli sforzi per arginare la crescente epidemia di obesità. "L'eccesso di peso non ha ricevuto la stessa attenzione da parte dei medici e dei funzionari della sanità pubblica di altri fattori che minacciano la salute, come l'uso di tabacco, l'ipertensione, o l'ipercolesterolemia," scrivono in un editoriale di accompagnamento Joann E. Manson e Shari S. Bassuk, del Brigham and Women's Hospital di Boston. "Non è sorprendente che i tassi di obesità continuino a crescere." I risultati mostrano che "l'obesità ha un importante effetto sulla durata della vita," dichiarano l'autore dello studio, David B. Allison, della University of Alabama di Birmingham, e i suoi collaboratori. Secondo il report, l'obesità è particolarmente pericolosa per i giovani. Gli uomini bianchi gravemente obesi, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, vivono circa 13 anni in meno degli altri individui della popolazione generale. Le donne bianche gravemente obese hanno un'aspettativa di vita di 8 anni più breve rispetto alle loro controparti non obese. L'obesità ha anche un importante effetto sulla durata della vita dei giovani di colore. I giovani di colore obesi, tra i 20 e i 30 anni, perdono circa 20 anni e le donne obese di colore perdono circa 5 anni di vita, anche dopo aver aggiustato i dati per l'abitudine al fumo. Secondo lo studio basato sui dati di osservazione nazionale, gli adulti bianchi con un indice di massa corporea (BMI) da 23 a 25 e gli adulti di colore con un BMI da 23 a 30 sono vissuti più a lungo. I risultati quantificano i rischi sanitari associati all'obesità, specialmente per i giovani e gli adulti di mezza età. I ricercatori avvertono che, poiché circa due terzi della popolazione adulta degli USA è in sovrappeso od obesa, queste scoperte predicono una crisi sanitaria in evoluzione. Gli autori richiedono ulteriori studi, particolarmente sulle apparenti differenze razziali osservate. Nondimeno, questi risultati "confermano che l'obesità è uno dei più gravi problemi di sanità pubblica che sembra diminuire marcatamente l'aspettativa di vita, specialmente tra le persone nei più giovani gruppi d'età," come concludono il Dr. Allison e i colleghi.

 

 

ELENCO UFFICIALE INTEGRATORI ALIMENTARI

 

è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l'elenco dei prodotti autorizzati per l'integrazione alimentare nello sport.

Questi sono gli estremi per la consultazione:

 

GAZZETTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA - Roma - Giovedì, 19 dicembre 2002 - N. 234

MINISTERO DELLA SALUTE

Decreto 19 novembre 2002

"Elenco dei prodotti autorizzati ai sensi dell'art. 8 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 111, come alimenti adattati ad un intenso sforzo muscolare soprattutto per gli sportivi."

 

 

INFLUENZA 2002

 

L' autunno è alle porte ed è proprio questo il periodo consigliato per le vaccinazioni antinfluenzali. Bisognerà quindi cominciare ad andare in farmacia per premunirci. Quest'anno c'è una novità: un vaccino arricchito per proteggerci anche dai virus più temibili. Prodotto con l'aggiunta di un "adiuvante" chiamato MF59, potenzia la risposta immunitaria rispetto ai vaccini tradizionali.

La vaccinazione rimane il mezzo migliore, in termini di costo-efficacia e costo-beneficio, per prevenire l'influenza. Anche senza considerare le ricadute di questa malattia in termini di morbilità e spesa sanitaria, all'influenza sono associate serie complicazioni qualora si verifichino superinfezioni batteriche. Essa inoltre è responsabile di un eccesso di mortalità nelle categorie di soggetti maggiormente a rischio in ragione dell'età avanzata o della preesistenza di condizioni morbose predisponenti.

 

ATTENZIONE AI SINTOMI

L'influenza costituisce un serio problema epidemiologico per la sua ubiquità, contagiosità, la variabilità antigenica dei virus influenzali, l'esistenza di serbatoi animali e le possibili gravi complicanze. Poiché i suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie, il termine "influenza" viene spesso impropriamente attribuito ad affezioni delle prime vie aeree, di natura sia batterica sia virale: ciò porta à minimizzare l'importanza di questa infezione come causa di morbosità e mortalità. La stima dei casi in quest'ultimo anno porta a un valore complessivo di 2.606.522 rispetto ai 4.496.526 dell'anno precedente. Le previsioni per la stagione 2001/2002, sono di un altro anno tranquillo in termini di numeri complessivi. Infatti gli stipiti circolanti non differiscono molto da quelli degli ultimi anni e pertanto molte persone potranno sfuggire all'infezione. Ciononostante non si deve sottovalutare il problema e tener conto che i casi di influenza che si osserveranno avranno comunque le stesse caratteristiche di sempre. Non si tratterà quindi di forme più lievi, ma solo di una stagione non particolarmente pesante dal punto di vista numerico.

La vaccinazione antinfluenzale è raccomandata (e fornita gratuitamente dal SSN) per le seguenti categorie di persone:

  • persone al di sopra dei 64 anni

  • soggetti in età infantile ed adulta affetti da malattie croniche dell'apparato respiratorio, circolatorio, uropoietico. Malattie degli organi emopoietici, diabete ed altre malattie dismetaboliche, sindromi da malassorbimento intestinale, fibrosi cistica, altre malattie congenite o acquisite che comportino carente produzione di anticorpi e infine, patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici

  • soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo

  • personale di assistenza o contatti familiari di soggetti ad alto rischio

  • bambini reumatici soggetti a ripetuti episodi di patologia disreattiva che richiede prolungata somministrazione di acido acetilsalicilico e a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale.

Al contrario il vaccino non dovrebbe essere somministrato a persone con ipersensibilità alle proteine dell'uovo o ad altri componenti del vaccino stesso, a meno di un'attenta valutazione dei benefici in confronto ai possibili rischi.

In ogni caso le persone vaccinate dovrebbero essere ragguagliate sul fatto che, particolarmente nella stagione fredda, infezioni respiratorie e sindromi di tipo influenzale possono essere provocate da molteplici agenti batterici e virali, nei cui confronti il vaccino antinfluenzale non può avere alcuna efficacia protettiva. E' bene infine ricordare che la vaccinazione antinfluenzale non è controindicata né durante la gravidanza, né nel periodo dell'allattamento.

Oltre ai vaccini influenzali, è possibile potenziare le difese dell'organismo con l'alimentazione; in particolare privilegiando cibi che contengono sostanze antiossidanti, infatti, i processi ossidativi delle cellule mettono a rischio il nostro sistema immunitario.

 

PER CHI PREDILIGE I METODI NATURALI

In farmacia sono disponibili anche i vaccini omeopatici. L'Oscillococcinum in particolare, risulta il più efficace: prodotto con fegato d'anatra, agisce come antivirale poiché i volatili, migrando da emisfero a emisfero, giungono alle nostre latitudini trasportando il virus prima che arrivi l'epidemia. Come tutti i rimedi omeopatici, affinché sia utile, deve però essere preso regolarmente. La terapia prevede la somministrazione di un tubetto (contenente granuli) per tre volte i primi due giorni (mattina – sera - mattina) e successivamente un tubetto la settimana, lo stesso giorno alla stessa ora (Per esempio, ogni lunedì prima della colazione). La cura va iniziata a ottobre e proseguita almeno fino a marzo.

 

 

RAFFREDDORE: UN NUOVO APPROCCIO TERAPEUTICO   (dal sito www.okmedico.it)

di Daniela OVADIA

 

Il comune raffreddore che colpisce in autunno e in inverno non è certo una malattia grave tranne che per i rari casi di pazienti con immunodepressione e o asma grave. Eppure questo fastidioso disturbo è tanto invalidante da causare in media un giorno di assenza l'anno tra i lavoratori italiani. Forse per questa ragione un gruppo di medici dell'università della Virginia, negli Stati Uniti, ha deciso di sperimentare un trattamento che combina i comuni spray nasali antistaminici (in questo caso a base di clorfeniramina) con un antinfiammatorio (ibuprofene) e un inibitore della replicazione virale, l'interferone alfa2b.
"Circa 24 ore dopo essere stati esposti al virus del raffreddore i 150 volontari selezionati sono stati suddivisi in tre gruppi. Il primo ha ricevuto la tri-terapia, il secondo solo ibuprofene e antistaminico, il terzo placebo", spiega John Gwaltney, microbiologo e autore dello studio apparso su Journal of Infectious Diseases. "Nei cinque giorni di trattamento il primo gruppo ha visto una riduzione della sintomatologia del 73 per cento e il secondo solo del 33. Inoltre il gruppo trattato coi tre farmaci ha consumato circa la metà dei fazzoletti rispetto ai controlli".

 

LA VITAMINA "C" è UN MITO CONTROVERSO

Il trattamento proposto dai microbiologi americani difficilmente verrà confezionato per l'uso comune dato il suo costo elevato. Ma questo non sembra turbare gli autori della ricerca: "Il nostro scopo era quello di dimostrare che il raffreddore non si previene e non si cura con un farmaco o un rimedio solo, come crede la gente che si riempie di vitamina C, il cui ruolo è invece ancora controverso. Gli studi effettuati, infatti, negano che sia utile in prevenzione, mentre probabilmente accorcia leggermente la durata dei sintomi se assunta in altissime dosi durante la malattia" continua Gwaltney. "E' necessario invece un approccio completo, dato che i farmaci sintomatici non abbreviano la durata della malattia mentre l'inibitore della replicazione virale non può essere utile da solo se assunto quando i sintomi sono già presenti".

 

COSA DICONO LE REVISIONI SISTEMATICHE
Non tutti concordano col ricercatore statunitense, dato che gli studi volti a dimostrare la maggiore o minore efficacia dei diversi rimedi contro il naso che "cola" sono numerosi; la Cochrane Collaboration, ente britannico che promuove le revisioni sistematiche per fornire indicazioni terapeutiche evidence based, ha esaminato alcuni dei più comuni. Gli interferoni per via nasale, come quello usato nello studio, hanno, per esempio, un elevato potere protettivo nei confronti della malattia somministrata in ambiente sperimentale (con una riduzione delle infezioni del 50 per cento circa). Il loro uso su vasta scala, però, presenta alcuni inconvenienti. In uno studio profilattico in ambiente comunitario l'uso prolungato di interferone ha provocato sanguinamenti nasali e abbondante produzione di muco. In pratica, affermano i revisori, l'effetto degli antivirali assunti per lungo tempo è simile a quello della malattia che si vuole prevenire!

 

GLI ANTIBIOTICI NON SERVONO
Che gli antibiotici non servano contro i rinovirus è una realtà che tutti i medici conoscono, ma che deve fare i conti con l'insistenza dei pazienti e, talvolta, con l'idea che, in alcuni malati a rischio, la copertura antibiotica possa essere utile per prevenire le sovrainfezioni batteriche. "Tutti gli studi che abbiamo esaminato concordano nel ritenere gli antibiotici inutili, se non dannosi" conferma Brian Arroll, coordinatore della revisione in materia. "Solo uno studio su nove nota una riduzione delle assenze dal lavoro nei malati trattati, ma la differenza non è statisticamente significativa".

 

VIA LIBERA ALL'ECHINACEA
In questo tipo di malattia lieve i pazienti ricorrono spesso al fai da te e ai prodotti di erboristeria. Tra quelli ritenuti più efficaci dalla vox populi vi sono gli estratti di Echinacea angustifolia, una pianta della famiglia delle Composite. I revisori della Cochrane Collaboration hanno esaminato 16 studi per un totale di oltre 4.000 pazienti trattati con la pianta. La maggior parte delle ricerche riporta risultati positivi sia nel trattamento sia nella prevenzione del raffreddore comune, anche se la varietà delle preparazioni impiegate e la difficoltà nel titolare esattamente la quantità di principio attivo rendono i dati difficilmente comparabili tra loro e quindi non completamente attendibili.

 

UN METALLO PREZIOSO
Vi sono, invece, buoni motivi teorici per credere che lo zinco possa ridurre la sintomatologia da raffreddore, in quanto lo ione in questione sarebbe in grado di legarsi ai terminali carbossilici del rivestimento del Rinovirus, impedendone l'ingresso nelle cellule. Le sette indagini esaminate dagli esperti non sono state però ritenute sufficienti per dare indicazioni certe e inequivocabili in merito.

 

NON è SOLO FUMO

E' difficile per un medico rimandare a casa un paziente con la semplice prescrizione di respirare una pentola di vapore acqueo al giorno. Eppure, in base alla revisione sistematica, è questa la terapia più utile. Gli studi effettuati su questo antico rimedio (per la verità solo tre, per un totale di circa 320 partecipanti) ne confermano l'efficacia nel diminuire la congestione nasale e nel favorire l'eliminazione del muco in eccesso. Il vapore, però, non agisce per nulla sulla quantità di virus contenuta nelle secrezioni, malgrado l'elevata temperatura.

 

 

RICERCA DI BASE E LINEE GUIDA PER COMBATTERE L'ASMA   (dal sito www.okmedico.it)

di Daniela OVADIA

 

Per i circa tre milioni di asmatici italiani si profilano novità interessanti nel campo della ricerca di base che potrebbero condurre presto alla messa a punto di trattamenti innovativi.
La versione on line della prestigiosa rivista Nature Medicine ha pubblicato recentemente uno studio sulla lipoxina A4 (LXA4), una sostanza prodotta dall'organismo per regolare il traffico cellulare durante gli attacchi di broncocostrizione o di iperreattività bronchiale. LXA4, nella sua versione naturale, ha un limite costituito dalla brevissima vita.

Charles Serhan, anestesista e docente di biochimica presso l'Università di Harvard, negli Stati Uniti, ne ha messo a punto una versione di lunga durata. "LXA4 blocca l'infiammazione intercettando le cellule che la sostengono" spiega Serhan. "La forma sintetica messa a punto dal nostro laboratorio e battezzata Lxa mima l'azione di quella naturale ma dura più a lungo".
Per ora la sperimentazione è stata avviata, con successo, solo su topi geneticamente modificati per essere affetti da asma, ma le case farmaceutiche sono già interessate alla messa a punto e alla produzione su vasta scala. "Per sapere se funzionerà sull'uomo dobbiamo produrre un topo geneticamente modificato per esprimere la versione umana del gene LXA4" conclude Serhan.

 

UN GENE CHIAMATO ADAMO
Ulteriori novità riguardano la scoperta del gene responsabile dell'iperreattività bronchiale nelle forme familiari di asma.
Battezzato ADAM33 e posto sul cromosoma 20, è stato individuato da un gruppo di ricercatori dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna analizzando il DNA di 450 famiglie con almeno due figli asmatici. Non solo l'asma conclamato è legato alla presenza del gene, ma lo sarebbe anche la semplice sensibilità agli stimoli allergenici come gli acari della polvere, l'inquinamento e le infezioni virali. La proteina prodotta dal gene in questione agisce come mediatore dell'infiammazione e, col tempo, favorisce l'ispessimento della mucosa bronchiale che mantiene attivo il meccanismo dell'ipersensibilità.
Individuando precocemente (addirittura durante la vita fetale) i bambini portatori sarà possibile evitare l'esposizione agli stimoli allergenici con particolari accorgimenti alimentari e di arredamento della casa. In un secondo tempo i ricercatori britannici sperano di mettere a punto un farmaco in grado di bloccare l'attività di ADAM33.

 

LINEE GUIDA FAVOREVOLI AL CORTISONE
Attendendo le novità della terapia genica, gli esperti confermano l'utilità delle terapie attualmente disponibili per il controllo della malattia.
I National Institutes of Health statunitensi hanno recentemente revisionato le linee guida in materia di asma, ponendo l'accento sulle novità emerse dalla letteratura scientifica negli ultimi cinque anni.
"Si conferma l'utilità di una terapia graduale in base alla gravità degli attacchi" spiega William Busse, coordinatore del panel di esperti che ha prodotto la revisione. "In prima linea, però, rimangono gli steroidi inalatori, che hanno la capacità di tenere a bada l'infiammazione che costituisce, in base agli studi più recenti, il meccanismo principale di cronicizzazione del disturbo".
Ovviamente gli steroidi da soli possono non bastare e quindi la terapia combinata che prevede anche l'uso di beta2 agonisti a lunga durata sembra essere la più efficace per i casi di gravità moderata e intensa. "Questa è oramai una certezza nel campo dell'asma anche se mancano studi specifici di terapia combinata nei bambini, sui quali viene invece usata molto frequentemente" aggiunge Busse.
Gli esperti hanno anche rivisto tutti gli studi riguardanti il ritardo di crescita nei bambini sottoposti a cure con steroidi, concludendo che i rischi sono molto limitati e che spesso lo sviluppo più lento è un fenomeno reversibile alla sospensione della terapia. "Sono comunque necessari ulteriori ricerche su bambini di età inferiore ai cinque anni" afferma Busse. Nuove raccomandazioni riguardano anche l'uso degli antileucotrieni, una recente classe farmacologica che viene proposta solo come terapia combinata per la cura delle forme gravi e non come farmaco di prima scelta. "In primo luogo rimane il buon vecchio cortisone" conclude Busse, confermando quanto espresso anche dalle linee guida italiane in materia datate 2001 e consultabili on line. Un capitolo a parte è dedicato all'uso degli antibiotici nell'asma: spesso abusati, sono utili solo in caso di sovrainfezione batterica accertata e non a scopo preventivo nelle affezioni stagionali su base virale.
Infine, le linee guida americane (scaricabili) propongono un modello di autogestione della malattia da parte del paziente che si è dimostrato utile nel limitare le complicanze e il peggioramento dell'asma.

 

I "PUFF" SOTTO ACCUSA
Quest'ultima raccomandazione sembra contraddetta da uno studio pubblicato dal British Medical Journal che punta il dito sui famosi "puff" di beta agonisti a breve durata d'azione usati dai pazienti in autosomministrazione per far fronte alla crisi acuta.
Analizzando i dati di 96.000 asmatici, i medici si sono accorti che la mortalità è molto più elevata tra coloro che hanno usato molti "puff" nell'ultimo anno di vita rispetto a coloro che si limitano alla terapia steroidea.
Il risultato, che apparentemente mette in discussione sia la molecola contenuta nei dispenser sia la capacità di autogestione del malato, può però essere letta in senso opposto.
I malati più gravi, infatti, fanno ricorso con maggiore frequenza a questo tipo di trattamento che offre un sollievo immediato al senso di soffocamento, mentre lo steroide agisce solo sulla lunga distanza. E' probabile, dicono gli esperti britannici, che l'uso eccessivo di "puff" sia dovuto anche a uno scarso controllo della malattia in asmatici che consultano raramente il medico o che non vogliono usare correttamente gli steroidi.

 

 

ALZHEIMER: DA STOCCOLMA TUTTE LE NOVITà   (dal sito www.okmedico.it)

di Daniela OVADIA

 

TRA 50 ANNI MOLTI PIù CASI

Nel 2050 i casi di malattia di Alzheimer saranno tre volte più numerosi di adesso. Lo ha annunciato un gruppo di epidemiologi dell'università di Chicago nel corso della recente Conferenza Internazionale sulle demenze tenutasi a Stoccolma. La stima riguarda la popolazione statunitense, essendo stata fatta su dati raccolti dai Centers for Disease Control di Atlanta, ma, poiché la tendenza della diffusione della malattia è simile in tutti i Paesi, la proiezione è da ritenersi valida anche per l'Europa.
"La diffusione aumenterà, ovviamente, nella fascia di età superiore agli 85 anni" afferma Denis Evans, coordinatore dello studio. "La maggiore sopravvivenza dovuta allo sviluppo di terapie adatte alle più frequenti malattie geriatriche accresce la probabilità individuale di sviluppare questo tipo di demenza". è infatti ormai certo che, entro certi limiti, le degenerazioni amiloidi tipiche della malattia di Alzheimer sono presenti, in quantità variabile, anche nel processo fisiologico di invecchiamento e si dimostrano tanto più invalidanti quanto più si procede con l'età. Una stima effettuata nel 2001 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità individuava circa 37 milioni di pazienti affetti da demenza nel mondo: di questi circa otto su dieci sono affetti da Alzheimer. Non a caso la ricerca in questo campo non si arresta mai e le nuove scoperte sono orientate al trattamento sempre più precoce della malattia, con lo scopo di rallentarne l'inevitabile progressione con il suo corteo di costi sociali e umani.

 

UNA PET SPECIFICA AIUTA LA DIAGNOSI
Un aiuto concreto in questa direzione giunge dall'Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti, dove per la prima volta è stato messo a punto un mezzo di contrasto, chiamato componente Pittsburgh B o PIB, in grado di segnalare, nel corso di una tomografia a emissione di positroni (PET), la presenza di placche di amiloide. La scoperta consentirà di fare diagnosi di Alzheimer anche in fase preclinica, ma, soprattutto, di valutare l'efficacia di farmaci vecchi e nuovi sulla malattia. La maggior parte delle sostanze in commercio è infatti indirizzata contro le placche di amiloide anche se fino a oggi non è stato possibile quantificarne l'effetto in modo obiettivo.
"Ci è voluto molto tempo per mettere a punto questo mezzo di contrasto" ha detto William Klunk, dell'Università di Pittsburgh, nel corso del convegno di Stoccolma. "I problemi erano infatti numerosi: deve oltrepassare la barriera ematoencefalica, legarsi all'amiloide e non essere tossica per l'organismo. Inoltre la singola placca è invisibile all'occhio umano, persino col microscopio. Ciò che si vede, con la nostra tecnica, sono le aree di deposito della sostanza". Il mezzo di contrasto è stato usato su nove pazienti e su altrettanti soggetti sani. I risultati sono inequivocabili: i cervelli dei malati mostrano aree di captazione molto diffuse. Inoltre, grazie a questa tecnica di neuroimmagine, è possibile distinguere forme diverse della malattia: un deposito prevalentemente frontale, per esempio, rende ragione di una sintomatologia psichiatrica predominante e consente di mettere a punto trattamenti specifici. Il PIB è però ancora una sostanza sperimentale: per poterla usare correntemente sono necessari ulteriori studi che ne confermino l'innocuità.

 

ANCORA BUONE NOTIZIE DALLE STATINE
La conferenza svedese ha fornito notizie interessanti anche in campo terapeutico. Dal punto di vista della prevenzione è stata confermata l'efficacia delle statine. In uno studio dell'Università di Boston su 895 pazienti e su 1.483 familiari, le molecole anticolesterolemiche hanno dimostrato di essere in grado di ridurre del 39 per cento il rischio di sviluppare la malattia.
"Il colesterolo, una volta penetrato nel cervello, agisce come una sorta di collante nei confronti dei precursori dell'amiloide" spiega Robert Green, autore dello studio. "Ma il nostro studio è ancora solo indicativo, dato che coinvolge un piccolo numero di malati". Una nuova ricerca su un maggior numero di malati dovrebbe partire nei prossimi mesi grazie al National Institute of Aging statunitense. Verrà utilizzata la simvastatina. "Tutte le statine penetrano attraverso la barriera ematoencefalica e sono in grado di agire a livello cellulare" spiega Green. "La simvastatina, però, sembra un po' più efficace delle altre in questo compito, ed è esattamente ciò che lo studio dovrà dimostrare. Nel frattempo non vi sono ancora sufficienti prove da indurre i medici a prescrivere le statine al solo scopo di prevenire questa forma di demenza".

 

GLI ANTINFIAMMATORI, INVECE, NON SERVONO
Marcia indietro, invece, per quanto riguarda l'utilità degli antinfiammatori. Uno studio della Georgetown University di Washington dimostra che questa categoria di farmaci non ha alcun effetto sulla progressione del declino cognitivo. "Abbiamo selezionato 351 pazienti e li abbiamo trattati per 12 mesi con rofecoxib a 25 mg al giorno, naprossene a 200 mg due volte al giorno o con placebo" spiega Paul Aisen, autore della ricerca. "Lo scopo era di verificare se ci fossero differenze di efficacia tra antinfiammatori non steroidei selettivi o non selettivi".
L'outcome primario della ricerca era la misura della performance cognitiva a 12 mesi rispetto alle prestazioni di base, misurate usando l'Alzheimer's Disease Assesment Scale (ADAScog), una delle scale di valutazione più diffuse. In seconda istanza, invece, sono stati valutati eventuali cambiamenti nella vita di tutti i giorni, tra cui l'istituzionalizzazione e il decesso. "I cambiamenti nelle prestazioni cognitive nei tre gruppi non sono statisticamente significative" spiega Aisen. "Sono invece più frequenti i sanguinamenti gastrointestinali nei gruppi trattati rispetto al gruppo placebo. L'ipotesi infiammatoria nella genesi della malattia di Alzheimer è affascinate, ma ancora non sufficientemente provata".

 

PREVENZIONE DELLA DISABILITà PRECOCE E MOVIMENTO PER I PAZIENTI CON M. DI ALZHEIMER.

di Alberto CESTER

 

L'attività motoria è da intendersi nella terza età come una medicina. E' scientificamente dimostrato come una attività motoria continuativa migliori la velocità della marcia ed i metri percorsi. Si sa da sempre come corpo e mente siano intimamente collegati, lo "star bene" è un sottile equilibrio tra sensazioni del corpo e della mente e tale sensazione ha molto a che fare con la cosiddetta "ecologia di vita" che è individuale. Ovviamente ogni attività motoria dovrà essere personalizzata in base alle caratteristiche della persona, alle funzioni d'organo individuali e correlata al modello di invecchiamento del singolo.

Sappiamo ormai perfettamente come nell'invecchiamento fisiologico, la forza si riduca in genere con il passare degli anni, raggiungendo un acme verso i 30 anni e riducendosi fino ad oltre il 30-40% all'età di 80 anni. Tale decremento si collega con una involuzione di vari sistemi e meccanismi organici di controllo, ma soprattutto con quella che si definisce sarcopenia, riduzione delle fibre muscolari nobili, prevalentemente quelle a contrazione rapida. Parallelamente diminuisce con l'età in entrambi i sessi, la quantità di ossigeno consumato nello sforzo massimale. Invecchiamento articolare, usura dei sistemi capsulo-muscolo-ligamentosi, deficit muscolari acquisiti e patologie delle articolazioni antigravitarie collegate all'età fanno il resto ...

Di fronte alla demenza di Alzheimer, malattia caratterizzata da perdita cronica di funzioni oltre che cognitive motorie specie nelle fasi più avanzate, sappiamo come il movimento quotidiano e l'attenzione al peggioramento delle performance motorie e dei passaggi di postura dovrà essere alta e costante.

Va insegnato ai parenti ed ai care giver formali ed informali che il movimento è parte integrante del processo di cura, alla stregua delle medicine, delle attenzioni protesico ambientali e dei comportamenti assertivi in risposta alle reazioni catastrofiche, che spesso costellano il panorama assistenziale di questi soggetti. Talvolta l'attività motoria costante, la sola passeggiata, in ambiente tranquillo con persone conosciute e care, può rappresentare una valida opposizione a comportamenti motori aberranti (vagabondaggio), a difficile riposo notturno (compresa la sun down sindrome) e ad episodiche agitazioni incontrollabili talora anche dai farmaci.

Le fasi più delicate della malattia di A. oltre a quelle collegate all'esplosione dei disturbi del comportamento e para psicotici, alla perdita di funzioni di controllo degli sfinteri sono quelle collegate al peggioramento delle capacità di movimento. Iniziano le incertezze della marcia, la regressione delle più elementari attività di controllo delle cadute cioè la scomparsa delle cosiddette "reazioni di protezione a paracadute", che ognuno di noi attiva spontaneamente di fronte ad un pericolo motorio di caduta accidentale (ad esempio l'estensione in avanti delle braccia per proteggersi dopo essere inciampati).

L'ipocinesia, il rallentamento motorio globale, divengono così un altro dei passaggi "luttuosi" della malattia, in cui anche la "passeggiatina" quotidiana con il proprio caro viene negata al care giver.

La prevenzione della disabilità è la vera e forse unica medicina per gli anziani, in particolare per i dementi diviene uno dei fondamenti di valutazione anche dei risultati delle terapie. L'ipomobilità, l'incertezza del cammino, la difficoltà nei trasferimenti e nei dietro front, sono spesso l'anticamera di rovinose cadute, di fratture e di perdita dell'autonomia, se non di richiesta di istituto o peggio di morte.

è chiaro che ogni richiesta di performance motorie e di indicazioni a queste attività anche di base, deve essere supportata da una buona conoscenza personale del caso da parte del Medico (concetto di alleanza terapeutica, particolarmente importante tra medico e care giver nella demenza).

L'allenamento alle attività motorie continuativo è una delle attività preventive all'immobilità della terza età. Ovviamente ognuno sa in genere quanto poter chiedere al proprio fisico in termini di prestazioni, questa regola non vale per i pazienti con disturbi cognitivi, che vanno avviati con cautela alle attività motorie anche con programmi di ginnastica dolce. Il paziente per sottoporsi ad esercizi ginnici anche semplici e coscienti deve essere ancora cognitivamente se non completamente integro, abbastanza presente, da poter eseguire e comprendere i gesti richiesti dal terapista.

L'aprassia cioè l'incapacità di comprendere ed eseguire gesti anche semplici, che magari passivamente guidati si sanno ancora compiere, ostacola ogni programma cosciente di esercizi di gruppo. Spesso anche le ultime funzioni imitative specie nelle fasi avanzate della malattia, scompaiono, impedendo al paziente ogni approccio cosciente ad attività motorie controllate e corticalizzate.

La perdita di schemi motori e funzioni segmentarie e complesse nell'esecuzione dei gesti è talvolta talmente drammatica nelle fasi avanzate della cosiddetta regressione o (con termine più aggiornato da B. Reisberg dell'Università di New York) retrogenesi della malattia, da equiparare i comportamenti motori dei dementi di Alzheimer alle attività neurologiche gerarchiche primordiali dei primi anni di vita del bambino.

Il movimento rappresentato dalla passeggiata di un paio di chilometri al giorno è spesso una delle poche medicine prescrivibili dopo alcuni anni di malattia.

Va quindi salvaguardata e gestita come un rituale terapeutico irrinunciabile e troppo spesso dimenticato da medici e care giver.

 

NEWS 2006: Diminuzione della Performance Fisica può precedere esordio della Demenza


Una scarsa performance fisica è associata ad un aumento del rischio di demenza e morbo di Alzheimer: la diminuzione della funzionalità motoria potrebbe dunque precedere la comparsa dei danni cognitivi. Segni identificativi associati alla progressione verso la demenza aiuterebbero nella previsione dello sviluppo della demenza, ed avrebbero importanti implicazioni per eventuali interventi volti a rallentare la progressione verso queste devastanti malattie. In base al presente studio, il rallentamento della deambulazione ed uno scarso equilibrio potrebbero
essere correlati alla demenza, e potrebbero intervenire in uno stadio precedente rispetto al danno cognitivo. La mancanza di forza alla presa della mano, invece, interverrebbe durante uno stadio successivo, quando il danno cognitivo è già evidente (Arch. Intern. Med. 2006; 166: 1115-20).

 

 

IPERNUTRIZIONE ED INSULINA

 

Secondo un rapporto presentato al congresso di Experimental Biology (New Orleans - Aprile 2002) se si nutrono nel periodo post-natale dei ratti con latte arricchito di carboidrati, si causa un cambiamento permanente nelle isole di Langherans. Queste sono presenti nel pancreas e sono deputate alla produzione di insulina.

Il prof. Patel del dipartimento di biochimica della Buffalo University sostiene che questa ricerca dà una nuova prospettiva sull'obesità focalizzandola sugli eventi metabolici nel primo periodo di vita. Lo sviluppo di obesità o diabete può essere collegato ad alimentazioni per neonati che comprendono cereali, frutta e succhi ricchi di carboidrati. (TRENDS in Endocrinology and Metabolism - vol. 13, Luglio 2002)

 

 

ECCESSO DI ATTIVITà FISICA E CELLULITE

 

Se l'attività fisica è il mezzo migliore per mantenere un corpo asciutto e scattante e combattere la cellulite (patologia che affligge un gran numero di donne), l'eccesso al contrario può peggiorarla.

La causa va ricercata nel notevole afflusso di sangue ed ossigeno che gli sforzi eccessivi richiedono, e i tessuti cellulitici, già di per se poco vitali, reagiscono a questa richiesta producendo localmente acido lattico che va a peggiorare ulteriormente la situazione.

Per favorire una riduzione del tessuto cellulitico occorrono, invece, movimenti lenti e pacati; molto indicati: il footing molto leggero, il nuoto, la bicicletta e la ginnastica a corpo libero, che stimolano meglio il drenaggio dei tessuti.

 

 

RICORDARE I SOGNI

 

La vitamina B6, presa prima di dormire, sembra poter aumentare la capacità di ricordare i sogni e la "chiarezza" del ricordo.

Una sperimentazione svolta, presso il City College di New York, su 6 uomini e 6 donne che hanno assunto 250 mg di piridossina pochi minuti prima del sonno, ha dato come risultato un miglioramento della capacità di ricordare i sogni al risveglio. I partecipanti allo studio dovevano riempire un questionario ogni mattina al risveglio; il protocollo comprendeva tre cicli ciascuno, composti di cinque notti di controllo o di sperimentazione con la vitamina.

Sono state effettuate tutte le combinazioni dei cicli e ogni sequenza di cinque notti era distanziata dall'altra da due notti di "washout" (assenza di somministrazione).

Sono stati poi analizzati nei questionari, i punteggi relativi a quattro parametri dei sogni (vivacità, bizzarria, contenuto emotivo e colore), verificando l'eventuale effetto della piridossina.

Nelle notti successive all'assunzione di 250 mg di vitamina B6 si sono avuti sogni molto più vividi e colorati, con differenze, rispetto alle notti di controllo, statisticamente significative (con dosi più basse di piridossina - 100 mg - si sono registrati effetti intermedi).

Secondo gli esperti, l'incremento della vividezza del materiale onirico non è dovuto ad un effetto diretto della vitamina sulla memoria dei soggetti, ma a un'interazione sull'architettura del sonno; la piridossina, essendo un coenzima del metabolismo del triptofano, aumenta i livelli cerebrali della serotonina, che sopprime la fase di sonno REM (il sonno con i sogni).

L'assunzione della vitamina B6 poco prima di addormentarsi potrebbe cancellare i cicli di sogno della prima parte del sonno, potenziando invece l'attività onirica nella fase finale della notte e poiché solitamente al risveglio vengono ricordati solo gli "ultimi sogni", ciò spiegherebbe come mai i soggetti di questa ricerca abbiano avuto il ricordo di sogni più vivaci ed emotivamente ricchi assumendo la piridossina e non nelle notti di controllo.

In prospettiva clinica, se questo effetto verrà confermato, si può pensare ad interventi mirati a correggere particolari disturbi del sonno, anche molto gravi, che possono insorgere spontaneamente o in seguito all'assunzione di sostanze psicoattive.

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ULTIMO AGGIORNAMENTO PAGINA 30 GIUGNO 2011

 

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