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FOCUS ON - 1

 

DECALOGO PER UNA CORRETTA ALIMENTAZIONE

Giorgio Pitzalis - Specialista in Pediatria e Scienza dell'Alimentazione

Regola 1: Fai sempre la prima colazione! La sera non andare a letto tardi (è importante dormire almeno 8 ore) e, al mattino, ricordati di fare colazione! è consigliato bere latte o yogurt parzialmente scremato, accompagnato da fette biscottate con marmellata o cornflakes e/o frutta di stagione. Il tè non è una colazione valida. I biscotti sono più calorici. Attenzione quindi a non esagerare. Arrivare a scuola o al lavoro a digiuno è un errore frequente: cerchiamo di evitarlo. I genitori devono insegnare al bambino a fare colazione prima di andare a scuola: ne gioverà la sua crescita, il suo apprendimento e il suo umore.

Regola 2: Attento alle quantità! A pranzo è corretto mangiare 70-80 grammi di pasta o riso o polenta (un mazzetto di pasta che riempie lo spazio tra pollice e indice ripiegato fino alla base del pollice), condita con olio di oliva o sugo al pomodoro; il secondo piatto può essere a base di carne o pesce o formaggi con verdure. Sia a pranzo che a cena è indispensabile assumere dei contorni (verdura cotta o cruda, pomodori, insalate, finocchi, carote, fagiolini, ecc.) e frutta di stagione.

Regola 3: Bevi soprattutto acqua! L’acqua è la bevanda migliore ed è consigliabile a tutte le età. Tutti gli altri "soft drink" (tè, aranciate, coca, ecc.) sono essenzialmente costituite da zuccheri semplici, forniscono calorie inutili senza altri nutrienti. Anche i prodotti light (zero) hanno il loro costo (non lieve) e soddisfano solo il gusto e non altro. I succhi di frutta, quando consumati in eccessiva quantità, possono causare diarrea, dolori addominali, compromissione della crescita. Quindi attenzione, altrimenti il peso aumenta troppo!

Regola 4: Non abbandonare il latte e lo yogurt! Il latte è un alimento completo e ricco di calcio. Anche le tue ossa vogliono crescere e senza l’aiuto del calcio e del latte non si cresce bene. Non devi pensare al latte come ad un alimento per i lattanti. Una buona quantità di latte (1 tazza al mattino e 1 yogurt a merenda) è utile a tutti, soprattutto a chi pratica sport.

Regola 5: Mangia 5 volte al giorno! è consigliato mangiare cinque volte al giorno (prima colazione, spuntino del mattino, pranzo, merenda, cena). Evitiamo quindi di mangiare e masticare (chewing-gum) sempre e dovunque (quando vediamo la TV o studiamo). Si è visto infatti che concentrare i pasti in 2-3 "grossi appuntamenti con il cibo" è spesso la maniera migliore per assumere cibo in eccesso, tendendo ad assumere alimenti più grassi.

Regola 6: Mastica bene! Masticare il "boccone" almeno 15 volte aumenta il senso di sazietà e diminuisce la fermentazione degli zuccheri nello stomaco. Anche in questo caso l’esempio vale più di molte parole. Bisogna educare il bambino ad una adeguata masticazione poiché la prima digestione avviene in bocca. La voracità fa aumentare, tra l’altro, l’ingestione di aria e, quindi, sensazioni di gonfiore e pesantezza. Non vi abituate a mangiare davanti alla TV o al computer; poiché quando si mangia si deve essere pienamente consapevoli di quello che si fa: così si svilupperà il senso del gusto e della sazietà.

Regola 7: Mangia di tutto un po'! Ogni settimana sarebbe consigliabile assumere 3-4 porzioni di carne, 2-3 porzioni di pesce, 3 porzioni di formaggio, 2 porzioni di uova, 1-2 porzioni di salumi. Almeno 1–2 volte la settimana il pasto di due portate va sostituito con un pasto unico a base di pasta (o riso) con legumi. Regola 8: Mangia "5 pugni al giorno" di frutta o verdura! Attenzione non devi fare a pugni! Devi solo vedere quanta frutta e verdura mangi. Il tuo pugno può essere una misura. Più frutta, meno snack e patatine!

Regola 9: Non esagerare con gli snack! Mangia soprattutto merende preparate in casa, come ciambellone, crostata, pane e marmellata, pane e pomodoro. La merenda può essere costituita anche da un gelato di frutta, un frullato, uno yogurt o della frutta.

Regola 10: Quale pane mangiare? Quello del fornaio! è meglio mangiare il pane fresco del fornaio perché le calorie del pane in cassetta, crackers, grissini sono maggiori. Perché? Perché contengono più grassi e meno acqua, quindi sono solo apparentemente più leggeri. Sono anche ricchi di calorie i cornetti e tutti i prodotti da forno. Quindi, attenzione alle quantità.

 

FWL - BREATHING AND TRAINING RESEARCH

Nasce, a Piedimonte Matese (CE), FWL Breathing and Training Research con lo scopo di ricercare metodologie di allenamento respiratorio e specifico finalizzato a potenziare la captazione di aria e incrementare lo scambio dei gas in modo da produrre un maggior rifornimento di ossigeno alla muscolatura utile negli atleti che vogliono migliorare le loro performance.

Aumentando lo sforzo fisico, l’organismo richiede sempre più ossigeno per soddisfare tutto il lavoro muscolare e il cuore, che riceve sangue ossigenato dai polmoni, lavora sempre più finché, giunti alla soglia anaerobica, oltre all’esubero del lattato, è soprattutto la drastica desaturazione di ossigeno ciò che porta alla paralisi del muscolo.

A questo punto si molla, più perché si è affamati d’aria che non per il dolore muscolare.

è possibile migliorare la "fame d'aria" mediante un training respiratorio e distrettuale specifico basato su una nuova metodologia che si fonda su una tecnica comunemente conosciuta come allenamento contro resistenza del muscolo diaframmatico e dei muscoli intercostali.

Accanto al training respiratorio abbiamo rispolverato alcuni fattori delle "vecchie idee empiriche" per creare una miscela che non solo fortifichi ma che renda più resistente e più duratura la forma fisica.

Di sicuro si è meno annoiati e ripetitivi negli allenamenti per raggiungere e mantenere lo stato di forma.

L'inserimento di uno specifico programma di training respiratorio nel protocollo di allenamento abituale aiuta gli sportivi a migliorare la propria performance, in particolare:

  •  Aumento della forza dei muscoli inspiratori del 31.2%

  •  Aumento della resistenza dei muscoli inspiratori del 27.8%

  •  Riduzione dei tempi di recupero durante le ripetute del 7%

  •  Miglioramento della prestazione sportiva in competizione ciclistica del 4.6%

  •  Incrementa la resistenza allo sforzo del 33%

  •  Riduce il senso di affaticamento durante l'esercizio fisico

  •  Incremento della capacità di controllare la respirazione

  •  Migliora la capacità di effettuare delle respirazioni frequenti senza andare in affanno

 

FWL Breathing and Training Research è:

  •  Allergo-pneumologia dello sport

  •  Cardiologia dello sport

  •  Programmi di allenamento respiratorio su misura

  •  Ottimizzazione tempi e programmi di allenamento sport-specifici

  •  Consulenza e visita medico-sportiva per il Wellness

  •  Valutazione soglia di desaturazione O2

  •  Valutazione del costo energetico

  •  Valutazione del metabolismo basale

  •  Analisi composizione corporea

  •  Programmi nutrizionali personalizzati

  •  Integrazione alimentare specifica

 

Per scoprire i piani di training ... per quel determinante respiro in più:

fwlbreathing@email.it - cell. 3774650010

 

 

PSICO-EDUCAZIONE PER GUADAGNARE SALUTE CON L'ATTIVITà FISICA

Sapere e saper fare per star meglio

 

Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR

 

"Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna e la sua assenza non potrà mai essere compensata"

Pier de Coubertin

 

Secondo la definizione adottata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l'attività fisica è: "… qualsiasi forma di lavoro prodotta dalla muscolatura scheletrica che determini un dispendio energetico superiore a quello a riposo".

La COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE con la presentazione del LIBRO BIANCO SULLO SPORT in data 11-7-2007 mette in risalto il ruolo sociale dello sport considerato una sfera dell'attività umana che interessa in modo particolare i cittadini dell'Unione Europea ed ha un potenziale enorme di riunire e raggiungere tutti, indipendentemente dall'età o dall'origine sociale.

L'OMS raccomanda un minimo di 30 minuti di attività fisica moderata (che include ma non si limita allo sport) al giorno per gli adulti e di 60 minuti per i bambini.

Nell'infanzia e nell'adolescenza (5-17 anni) è indicato praticare non meno di un'ora di esercizio fisico moderato al giorno e come minimo 3 sedute la settimana di attività aerobica che sollecitino l'apparato muscolo-scheletrico, in modo da stimolare l'accrescimento e migliorare forza muscolare ed elasticità (1).

C'è consenso sul fatto che per ottenere benefici sulla salute degli adulti l'attività fisica di intensità moderata venga praticata per almeno 30-45 minuti, 4-5 giorni della settimana, per tutta la vita (at least five a week). Questi livelli sono sufficienti per ridurre il rischio cardiovascolare, di diabete e di cancro e a garantire la funzionalità neuromuscolare con l'avanzare dell'età.

Agli anziani vanno prescritti programmi di attività fisica quotidiana a livelli moderati. Risponde ad alcuni di questi requisiti per esempio il walk and talk model, che prevede di camminare a un'intensità tale in cui si riesca a parlare bene. Questa procedura e utile anche negli anziani cardiopatici (2).

Per sedentarietà si definisce invece la pratica di un'attività fisica per un tempo uguale o inferiore a 3.5 ore la settimana.

Il progetto Cuore (dedicato alla prevenzione delle malattie cerebro e cardiovascolari e coordinato dall'Istituto superiore di sanità) comprende la sedentarietà fra i fattori di rischio cardiovascolare e stima che in Italia, in media il 34% degli uomini e il 46% delle donne, non svolge alcuna attività fisica durante il tempo libero (3).

La mancanza di tempo libero da dedicare all'attività fisica è spesso più percepita che reale, essendo spesso frutto di un orientamento a scelte meno salutari e sedentarie, prima fra tutte la televisione.

L'attività sportiva, specie all'aperto, è stata progressivamente sostituita da ore trascorse di fronte allo schermo di un computer o di un televisore, con una riduzione della spesa energetica quotidiana di circa 600 kcal rispetto ai coetanei di 50 anni fa.

La mancanza d'attività fisica aumenta la frequenza dei casi di sovrappeso e obesità e di una serie di disturbi cronici come le malattie cardiovascolari e il diabete, che riducono la qualità della vita, mettono a rischio la vita delle persone e rappresentano un onere per i bilanci sanitari e per l'economia.

Accanto all'incremento dell'attività fisica si è osservata una diminuzione dell'indice di massa corporea e della pressione arteriosa.

Fin qui possiamo intravedere già un duplice aspetto positivo relativamente allo sport, dal punto di vista puramente organico-corporeo, vi è un beneficio a livello anatomo-fisilogico, mentre dal punto di vista mentale vi è un beneficio a livello sociale-relazionale.

Ma nonostante ciò, i due terzi della popolazione europea sopra i 15 anni di età non raggiungono livelli adeguati di attività fisica: 1 cittadino europeo su 5 si può definire sedentario, con maggiore prevalenza nell'Europa orientale.

Per quanto riguarda l'Italia, dalle interviste dell'indagine Multiscopo dell'Istat sulle famiglie "Aspetti della vita quotidiana" condotta tramite un'intervista diretta (anno di riferimento 2009), emerge che il 21.5% degli italiani pratica attività sportiva in modo continuativo, il 9.6% saltuaria, mentre il 40.6% non svolge alcuna attività sportiva.

Anche il sistema di sorveglianza Okkio alla Salute (che indaga sulle abitudini alimentari e sull'attività fisica dei bambini di 6-10 anni delle scuole primarie), riferisce dati poco confortanti: nell'indagine 2010 si registra che il 22% dei bambini pratica sport per non più di un'ora a settimana e il 18% non ha fatto attività fisica il giorno precedente l'intervista. Inoltre, la meta circa dei bambini ha la TV in camera, il 38% guarda la TV e/o gioca con i videogiochi per 3 o più ore al giorno e solo un bambino su 4 si reca a scuola a piedi o in bicicletta.

Il primo Congresso Internazionale sulla Promozione della salute, riunitosi a Ottava il 21 novembre 1986, ha presentato "La Carta di Ottawa  per la promozione della salute", questa CARTA propositiva per il conseguimento della Strategia della Salute per Tutti per l'anno 2000 e oltre ha definito il concetto di "promozione della salute" come il processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla.

Una giusta ed efficace informazione è importante per indurre le persone ad essere più attente a se stessi, innanzitutto sarebbe importante agganciare le persone senza pregiudizi ma con interesse, nel senso che criticando lo stile di vita non si ottiene l'ascolto delle persone, è importante allearsi, incontrare le persone per comprendere le loro motivazioni, bisogni, esigenze, e cercare di proporre qualcosa di diverso, di alternativo ad iniziare dall'informazione, comunicazione semplice, come l'informare che per lo smaltimento di un cornetto semplice (40g) con un valore energetico di 164 kcal è necessario una camminata di 55 minuti o l'andare in bicicletta per 15' o lo stare in piedi inattivo per 149' o stirare per 42', quindi si può scegliere quello che si vuole mangiare con l'obiettivo di soddisfare un proprio bisogno ma si può considerare anche cosa e come fare per continuare a stare in uno stato di benessere.

Quattro sono gli elementi necessari per il cambiamento ad esempio dello stile di vita più consono ad un benessere psico-fisico:

- Il bisogno che è dato dalle preoccupazioni e dalle insoddisfazioni

- Le ragioni che sono date dalle informazioni sugli effetti del proprio comportamento e dalla consapevolezza del problema

- Desiderio che è dato dai valori personali, obiettivi, mete, scopi

- Capacità che è data dall'autoefficacia e dall'ottimismo.

Un'informazione importante, per esempio, rivolta agli operatori sanitari è il progetto "Guadagnare Salute" dell'Istituto Superiore della Sanità che consiste in un modulo di formazione a distanza on line composto da quattro corsi, dedicati rispettivamente a fumo, attività fisica, alimentazione e alcol, che forniscono un inquadramento complessivo e aggiornato sull'impatto per la salute dei comportamenti e degli stili di vita legati ai quattro fattori di rischio, insieme alla presentazione delle principali iniziative di promozione della salute e di contrasto ai comportamenti a rischio. Il completamento dei quattro percorsi consente l'erogazione di 8 crediti Ecm in aggiunta ad altri tre ulteriori moduli formativi: uno sul counseling e due sulla comunicazione come strumenti di promozione della salute. Per maggiori informazioni visita la piattaforma Goal.

 

(1) World Health Organization, Global recommendations on physical activity for health. 2010 http://www.who.int/dietphysicalactivity/global-PA-recs-2010.pdf

(2) Health education authority (Hea), Promoting physical activity with older people: guidelines http://www.epicentro.iss.it/problemi/attivita_fisica/pdf/actlifeolder.pdf

(3) Progetto Cuore. Epidemiologia e prevenzione delle malattie cerebro e cardiovascolari. Istituto superiore di sanità. http://www.cuore.iss.it/fattori/sedentarieta.asp

 

Dott. Matteo SIMONE

www.psicologiadellosport.net

 

 

DIABETE TIPO 2: MEGLIO ESERCIZI PIù LUNGHI E MENO INTENSI

 

 

Nei pazienti con diabete di tipo 2 la sensibilità all'insulina migliora maggiormente con un esercizio moderato in ipossia piuttosto che con un'attività più intensa: la durata dell'esercizio, cioè, è più rilevante della quantità totale del lavoro svolto. Lo sostiene il team di Richard Mackenzie, dell'università di Westminster (Londra, UK), che ha invitato 8 uomini con diabete di tipo 2 a svolgere 60 minuti di esercizio ipossico (soglia di lattato al 90%) e poi, sulla base del calcolo del lavoro totale compiuto, a effettuare il medesimo carico nel corso di due ulteriori esercizi, della durata rispettivamente di 20 e 40 minuti.

A distanza di 24 e 48 ore da ogni test, i partecipanti dovevano recarsi al laboratorio per l'analisi della glicemia. I ricercatori hanno verificato che i soggetti, dopo gli esercizi da 20 minuti, non evidenziavano differenze nella concentrazione ematica di glucosio rispetto alla condizione precedente l'esercizio stesso. Al contrario, nel caso degli esercizi da 40 e 60 minuti, si sono rilevate significative diminuzioni della glicemia. Sono emersi ulteriori dati: i più alti valori di produzione endogena di glucosio si sono riscontrati dopo i test da 20 minuti, mentre la misurazione dei più bassi valori di glicemia a digiuno si è avuta 24 e 48 ore dopo gli esercizi da 40 e 60 minuti. Infine, il grado di insulinoresistenza (Homa-Ir) inferiore è stato rilevato 24 e 48 ore dopo il test da 60 minuti.

Fonte: J Clin Endocrinol Metab, 2011 Oct 12. [Epub ahead of print]

 

 

INSULINO-RESISTENZA AL FEMMINILE

 

 

Esercizio fisico e dieta migliorano l'insulino-resistenza nelle donne esposte a rischio elevato di diabete.

Lo confermano i risultati di uno studio nel quale due gruppi di donne adulte e anziane (media età 49-76 anni) obese o in sovrappeso sono state osservate per 6 mesi. In un gruppo erano comprese donne sottoposte a una dieta ipocalorica (n= 46) e nell'altro donne (n= 50) sottoposte alla stessa dieta ipocalorica abbinata a esercizio fisico aerobico. Tutte le partecipanti venivano sottoposte alle seguenti misure: antropometria, insulino-resistenza e test di tolleranza al glucosio. Si è così, nella sostanza, evidenziato che le donne sottoposte al programma d'intervento con dieta ipocalorica abbinata all'esercizio fisico, seppure intolleranti al glucosio, mostravano notevole miglioramento dell'insulino-resistenza se paragonate a quelle che erano sottoposte alla sola dieta.

Fonte: Exercise with calorie restriction improves insulin sensitivity and glycogen synthase activity in obese post-menopausal women with impaired glucose tolerance - Am J Physiol Endocrinol Metab. 2011 Oct 18. [Epub ahead of print]

 

 

MANGIARE VELOCEMENTE FA INGRASSARE

 

 

La velocità nel mangiare è stata considerata un fattore potenziale dell'aumento di peso, ma i risultati in materia sono controversi. Per esempio, uno studio ha mostrato che la quantità di cibo introdotto cresce al crescere della velocità del pasto.

L'analisi delle tecniche per rallentare la velocità, come fare pause tra un boccone e l'altro, posare le posate tra due bocconi, tagliare il cibo in porzioni piccole, ha però dato risultati controversi.

Lo studio pubblicato sul Journal of the American Dietetic Association ha preso in esame due parametri: la velocità nel mangiare e il grado di obesità.

In particolare, si è cercato di stabilire un rapporto tra l'autovalutazione della velocità del pasto e il BMI in un gruppo di donne tra i 40 e i 50 anni della Nuova Zelanda.

Le partecipanti, in tutto 2.500, sono state selezionate a caso dalle liste elettorali. Il 66% ha risposto all'invito, compilando il questionario sulla velocità di consumo del pasto, le condizioni generali di salute, lo status menopausale, l'attività fisica, l'altezza e il peso.

Dopo la correzione per l'età, lo status di fumatore e altri fattori, il BMI è risultato aumentato del 2,8% in modo statisticamente significativo per ogni aumento di categoria di velocità di consumo alimentare: molto lenta, lenta, media, veloce e molto veloce.

L'autovalutazione della velocità del pasto è risultata associata al BMI in modo statisticamente significativo.

Il prossimo passo, secondo i ricercatori, sarà la valutazione degli interventi per rallentare il ritmo del consumo alimentare.

Fonte: Leong S.L., Madden C., Gray A., Waters D., Horwath C.: Faster self-reported speed of eating is related to higher body mass index in a nationwide survey of middle-aged women - J Am Diet Assoc. 2011 Aug; 111(8):1192-7.

 

 

 INTEGRATORI NON FARMACI!

Dottor Alessandro Parma

 

Immagine da: http://www.pourfemme.it

 

Il settore degli integratori alimentari è disciplinato dalla direttiva 2002/46/CE del 10 giugno 2002 del Parlamento e del Consiglio Europeo concepita con l'intento di uniformare le legislazioni delle Stati membri relativamente all'utilizzo di tali prodotti, garantire una loro libera circolazione all'interno dell'Unione Europea e assicurare un elevato livello di tutela della salute pubblica. Secondo tale direttiva per "integratori alimentari" s'intendono  "prodotti alimentari destinati a integrare la dieta normale e costituenti una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali vitamine e minerali, o altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, sia monocomposti che pluricomposti". Ci troviamo cosi di fronte, a tutti gli effetti, a dei veri e propri alimenti, soggetti necessariamente a tutte le regole e norme a essi  applicabili, e commercializzati in forme predosate, cioè pianificate per essere assunte in piccole quantità, misurabili e misurate. Per quanto attiene al loro ruolo fisiologico ci riferiamo all'effetto "salutistico" volto a contribuire specificamente al benessere dell'organismo senza obiettivi di cura. In Italia questa direttiva è stata recepita e attuata con il decreto legislativo n. 169 del 21 maggio 2004, che ha normalizzato il ruolo e la finalizzazione degli integratori alimentari.

Relativamente alla loro immissione in commercio l'azienda produttrice deve informare, mediante Notifica, il Ministero della Sanità, indicando il modello del prodotto e la relativa etichettatura.

Per i prodotti provenienti da paesi terzi la commercializzazione è consentita 90 giorni dopo il ricevimento della notifica da parte del Ministero e in assenza di obiezioni di quest'ultimo. Siffatta procedura di notifica non è da intendersi come un fatto formale e scontato, ma ha da sempre rappresentato un valido sistema per accertare l'idoneità della composizione e delle indicazioni degli integratori. Pur comportando il solo onere della trasmissione dell'etichetta del prodotto al momento della sua immissione sul mercato, non esonera le aziende interessate dal tenere a disposizione tuta la documentazione necessaria a supportare le proprietà dell'integratore in oggetto. Il Ministero, infatti, ove ne ravvisa l'esigenza, può richiedere specifica documentazione su: il razionale alla base della composizione del prodotto stesso; i diversi costituenti (valutati non solo singolarmente ma anche per la possibilità di effetti tra loro interferenti; l'adeguatezza delle quantità di assunzione consigliate sui metodi di analisi; la sicurezza d'uso (compresi gli aspetti relativi alla purezza e alla presenza di specifici contaminati), conclusa tale procedura l'integratore alimentare verrà inserito nel REGISTRO INTEGRATORI.

Anche la pubblicità sugli integratori è regolamentata e soggetta, secondo le vigenti norme, a due divieti fondamentali: il divieto d'ingannevolezza e il divieto di attribuire al prodotto proprietà atte a prevenire, curare o guarire malattie.

Totalmente diverso è il pianeta "farmaco". Con tale denominazione viene identificata "ogni sostanza, o associazione di sostanze, che può essere utilizzata sull'uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un'azione farmacologica, immunologica o metabolica, o allo scopo di stabilire una diagnosi medica".

Il percorso che va dalla scoperta di un farmaco alla sua commercializzazione è molto lungo, mediamente 16 anni, ed è caratterizzato da più fasi, in ognuna delle quali vengono esaminate più caratteristiche per validarne l'efficacia e soprattutto la sicurezza. Queste fasi hanno una sequenza ben precisa: se solo una di esse non viene superata con successo, l'iter procedurale viene arrestato, gettando al vento energie dedicate, investimenti e speranze. Tale percorso si snoda dalla scoperta del principio attivo ai test pre-clinici in modelli in vitro e successivamente in vivo su animali, per arrivare poi ai test clinici in umano: studi di fase 1 ovvero di farmacologia clinica, studi di fase 2 ovvero studi di efficacia terapeutica e studi di fase 3 ovvero studi multicentrici in doppio cieco verso placebo. Se tutte queste fasi si concludono con successo, il farmaco viene approvato e messo in vendita al pubblico, ma il percorso di valutazione non è finito: anche dopo la commercializzazione il nuovo farmaco viene tenuto sotto controllo per rilevare effetti collaterali e/o problematiche eventualmente sfuggite ai test clinici precedenti, in quanto ad insorgenza molto rara oppure a comparsa a lungo/lunghissimo termine, o solo in determinate condizioni, per esempio in abbinamento ad altre sostanze ingerite.

Quanto finora esposto non lascia dubbi sulle differenze esistenti tra integratori alimentari e farmaci. Tuttavia, nell'immaginario collettivo un integratore alimentare non viene accomunato con un componente della nostra dieta o con un alimento, bensi con un farmaco, per un duplice motivo, confondente e generante ambiguità. Primo: la vendita dell'integratore è spesso esclusiva in farmacia o parafarmacia. Secondo: la sua dispensazione avviene attraverso le tipiche forme farmaceutiche, ovvero polveri racchiuse in bustine o scatole con blister contenenti capsule o comprese. E tutto ciò influenza fortemente il pensiero del consumatore, riportando alla mente punti-vendita e formulazioni propri dei farmaci.

In realtà non è assolutamente cosi: gli integratori sono alimenti e non farmaci.

Parlare oggi di alimentazione non è facile, bombardati come siamo da messaggi pubblicitari contrastanti, sballottati tra informazioni ufficiali e continui allarmi scandalistici di contro-informazione. Il cibo oggi è un prodotto industriale gestito dal marketing che spesso risponde più a logiche commerciali che a logiche nutrizionali di benessere e prevenzione. Manca molto spesso una vera conoscenza e consapevolezza dei meccanismi più elementari che regolano la nostra alimentazione quotidiana. L'incontrovertibile impoverimento micro nutrizionale, figlio del nostro tempo, ci induce a consigliare assunzioni progressivamente crescenti di frutta e verdura con l'intento di apportare i corretti quantitativi di Sali minerali, vitamine e antiossidanti. A tale riguardo anche l'Organismo Mondiale della Salute raccomanda di assumere almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, ma tale obiettivo non è sempre facilmente raggiungibile per vari motivi, vuoi per la varietà di frutta e verdura fresca, per la qualità degli alimenti, il tipo di maturazione, lo stile di vita frenetico. Questo implica l'esigenza di introduzione nel nostro organismo, oltre che dei famigerati micronutrienti anche, di una quota di carboidrati, fibre insolubili e lipidi non necessariamente desiderati o non utili sotto il profilo calorico.

In quest'ottica gli integratori vanno visti come alimenti vantaggiosi in quanto fonte concentrata e marcatamente ipocalorica di micronutrienti di plurima provenienza. È assolutamente erroneo pensare che l'utilizzo d'integratori esima da una corretta alimentazione (varia, bilanciata e complessa), da uno stile di vita salutare e dall'uso di farmaci, quando necessari.

 

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un netto incremento del ricorso all'automedicazione, strettamente correlata a un miglioramento delle conoscenze sanitarie individuali e in un'ottica di crescente attenzione ai problemi di salute. Al pari, l'auto-somministrazione di un integratore richiede un certo livello di educazione alimentare e di conoscenza in merito alle proprietà intrinseche di un prodotto piuttosto che di un altro. Possedere un certo grado di cultura salutistica può consentire di scegliere e gestire autonomamente un "integratore-alimentare"; viceversa, in assenza di strumenti conoscitivi basilari ritengo opportuno e saggio affidarsi ai consigli del proprio Medico.

Poiché il nostro benessere dipende dal tipo di aria che respiriamo, dal tipo di acqua che beviamo e dalla qualità del cibo che giornalmente mangiamo, approfondire il tema "alimenti", e conseguentemente il settore degli "integratori-alimenti", può rappresentare il punto di partenza per risvegliare nelle persone la consapevolezza del benessere come valore chiave per sviluppare una vita sana e completa. A tutti gli effetti gli integratori sono promotori della salute e rivolti a persone che godono di un buono stato di salute. I farmaci,viceversa, sono strumenti di cura rivolti a persone ammalate. Diversa natura, diversa normativa legislativa e diverse finalità.

 

Dottor Alessandro Parma

Malattie Reumatiche - Specialista in Medicina Interna - Specialista in Nefrologia

Direttore Sanitario Istituto Medico Eliakos-Trieste

 

 

 

 LA "SPORCA DOZZINA 2011": I 12 FRUTTI E VERDURE PIù CONTAMINATE

 

è vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Forse, ma potrebbe anche essere piena di pesticidi
 

 

L'Environmental Working Group (EWG), un gruppo di sensibilizzazione verso l'ambiente senza scopo di lucro, ha diffuso l'ultima versione della sua lista "Dirty Dozen", che elenca i 12 tipi di frutta e verdura più contaminati da pesticidi, aggiornando così la classifica del 2010. E chi troviamo quest'anno al primo posto? Proprio le mele. Questo frutto è riuscito a scalzare il sedano per il 2011 classificatosi secondo.
I benefici per la salute di frutta e verdura sono ben noti e a ribadire il concetto ci ha pensato il dipartimento dell'agricoltura americano con la nuova piramide alimentare presentata il mese scorso nel suo "MyPlate", nel quale suggeriva infatti di sostituire la metà dei cibi consumati ogni giorno con frutta e verdura.
Ma il lato potenzialmente nocivo di frutta e verdura viene alla luce per le sempre maggiori preoccupazioni relative alle quantità di pesticidi che queste possono contenere. Alcune ricerche infatti hanno collegato tali pesticidi con possibili problemi di salute in particolare per donne incinte e bambini. Il problema dunque è cercare di capire: come dovrebbe comportarsi una normale madre di famiglia con budget nella media quando va a fare la spesa? Dovrebbe sempre e comunque scegliere biologico o meno? 
è raccomandabile scegliere biologico solo per quei frutti inseriti nella "Dirty Dozen"?

 

I 12 Alimenti Incriminati

1. Mele

2. Sedano

3. Fragole

4. Pesche

5. Spinaci

6. Pesche Noci

7. Uva

8. peperoni Dolci

9. Patate

10. Mirtilli

11. Lattuga

12. Cavoli Verdi

 

I 15 Vegetali Puliti

1. Cipolle

2. mais Dolce

3. Ananas

4. Avogado

5. Asparagi

6. Piselli

7. Mango

8. Melanzane

9. Melone

10. Kiwi

11. Verza

12. Angurie

13. Patate Dolci

14. Pompelmi

15. Funghi

 

Cerchiamo di capire ...
"Scegliere cinque portate a base di frutta e verdura fra le dodici più contaminate significherebbe assumere quattordici diversi tipi di pesticidi ogni giorno"
, segnala l'EWC nel suo rapporto frutto di dati raccolti dal dipartimento dell'agricoltura americano su campioni di alimenti spesso già pronti per essere consumati (e quindi già sbucciati o lavati, a seconda del caso). Dall'altro lato, lo stesso gruppo scrive anche che scegliendo alimenti fra la lista dei "15 più puliti" si può ridurre la quantità di pesticidi assorbiti fino al 90%.

Quindi le indicazioni sembrano chiare e quasi scontate: comprate frutta e verdura inserita nella lista dei buoni e non in quella dei cattivi.
In particolare lo stesso EWG consiglia di scegliere alimenti biologici quando si tratta di prodotti che compaiono sulla loro lista "Dirty Dozen", afferma però anche che un prodotto convenzionale (non biologico) è comunque sempre meglio di nessun frutto o verdura: "I benefici alla salute derivanti da una dieta ricca di frutta e verdura superano i rischi dell'esposizione ai pesticidi".
Ecco che l'indicazione di prima diventa già un invito ad acquistare biologico nel caso della "Dirty Dozen", a prediligere gli alimenti inseriti nella lista dei "15 più puliti", ma se questo non è possibile sempre meglio mangiare comunque frutta e verdura perché il rischio di assumere pesticidi è inferiore rispetto al rischio di eliminare questi cibi dalla propria dieta
.
Alcune aziende dell'industria agroalimentare sono ovviamente corse subito ai ripari mettendo in dubbio la validità della lista "Dirty Dozen". La Alliance for Food And Farming americana (associazione per l'alimentazione e l'agricoltura) ha da poco messo a disposizione del pubblico un
 calcolatore online di pesticidi con la promessa di "mettere la questione nella giusta prospettiva".
L'abbiamo provato ed ecco i risultati: una donna può consumare fino a 529 "porzioni di mele" al giorno senza avere alcun effetto sulla salute a causa dei pesticidi. Rimane da capire cosa si intende per porzione, una mela di dimensioni medie o mezza tazza di mela a pezzetti? In ogni caso, stando a questo calcolatore i rischi sembrano essere davvero pochi, basta non mangiare mele tutto il giorno. E infatti ...
All'inizio del mese il direttore esecutivo dell'associazione, Marilyn Dolan, ha rilasciato un'
intervista al Chicago Tribune, affermando: "Sappiamo che possono essere presenti dei residui, ma ... se utilizzate il calcolatore vedrete che sono tante le porzioni che potete consumare senza avere alcun effetto negativo per la salute". L'analista senior di EWG Sonya Lunder ha però risposto nello stesso articolo, affermando che il calcolatore è fuorviante e che non tiene conto di diversi fattori relativi alla salute. Insomma, chi ci capisce è bravo. In ogni caso l'allerta e il clamore suscitato sembra in parte rientrare e la regola d'oro è sempre la stessa: scegliete biologico con consapevolezza, e se si può (visto i prezzi), a tavola e non solo. Altrimenti sempre meglio consumare frutta e verdura nelle quantità consigliate.

 

 

 SI MUORE PIù IN CASA CHE PER LA STRADA

Di Valeria Tagni

 

 

Secondo i dati forniti dal Dipartimento di Medicina del Lavoro dell'Ispesl (Istituto per la prevenzione e sicurezza del lavoro) ogni anno circa 4,5 milioni di incidenti avvengono tra le pareti di casa di cui 8.000 mortali. Sempre secondo le ricerche Ispesl, emerge che ogni anno circa il 5% della popolazione è vittima di un infortunio domestico, percentuale che raggiunge il 7% per le donne, mentre scende al 3% per gli uomini. Confrontando il numero di morti per incidenti domestici con i quasi 2.500 morti per incidenti automobilistici (fonte: Polizia Stradale e Arma dei Carabinieri, 2010), si muore più in casa che per la strada.

 

INCIDENTI ROSA

Da un'indagine condotta nel 2010 dall'Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (Ispesl) sono emersi dati inquietanti: il 66% degli incidenti domestici è "rosa", ma addirittura il 35% delle donne colpite sono casalinghe, spesso prive di assistenza previdenziale e assicurativa. Per questo la Confcasalighe ha imposto il premio assicurativo obbligatorio per gli infortuni domestici a tutte le donne tra i 18 e i 65 anni che hanno scelto il lavoro in casa come occupazione permanente. La cucina è l'ambiente a più alto rischio di incidenti. Oggi, infatti, disponiamo di una serie di aiuti tecnologici per semplificare il lavoro: la conoscenza superficiale degli elettrodomestici, unita alla frenesia con cui svolgiamo le mansioni – spesso col "pilota automatico" – è causa di disattenzioni che possono trasformarsi in infortunio.

 

 

QUANDO A CADERE è L'ANZIANO

Considerati ad alto rischio di incidenti domestici, il 60% degli over 60 si fa male in casa, percentuale che aumenta al 70% quando a cadere è un over 70. I principali fattori di rischio sono rappresentati da condizioni di salute, stato dell'abitazione, inattività e atteggiamento psicologico negativo. Il problema più grave è rappresentato dalle cadute accidentali, spesso causa di fratture quando si cade in avanti, all'indietro oppure appoggiandosi alla mano per sostenersi – frattura del polso, femore e bacino – oppure di lato – frattura dell'anca. Arto estremamente a rischio è il femore, soprattutto in presenza di osteoporosi che rende le ossa più fragili e complica il lavoro dei chirurghi oltre ad allungare i tempi di guarigione .

Complici i processi di degenerazione dell'apparato muscolo-scheletrico, una biologia ‘poco' reattiva ai processi di guarigione determinata dall'età, patologie concomitanti pur trattandosi di fratture ‘apparentemente semplici da gestire', nell'anziano possono rivelarsi fatali. Non dimentichiamo inoltre che cadute e fratture hanno sull'anziano conseguenze fisiche, ma anche psicologiche, contribuendo ad alimentare insicurezza e a minarne l'autostima.

A CASA MIA SONO DAVVERO AL SICURO?

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, gli incidenti domestici non risparmiano nessuna categoria sociale. La casa, considerata il luogo sicuro per eccellenza, nasconde spesso insidie potenzialmente responsabili di traumi, cadute e danni di ogni genere; a volte bastano però alcuni accorgimenti per rendere l'ambiente in cui viviamo più sicuro. Disattenzione, eccesso di sicurezza, azioni compiute ‘in automatico'. Basta un attimo di sbadataggine ed è facile trovarsi con la frattura di un dito del piede oppure un arto fratturato a causa di una caduta dalla sedia mentre si appendono.. le tende alle finestre. Cadute dalle scale, scivoloni sul pavimento bagnato o nella vasca da bagno possono però portare a conseguenze ben più gravi: dalle fratture che possono richiedere lunghi tempi di guarigione e interventi chirurgici, fino ai traumi cranici o spinali che possono risultare invalidanti al 100% o addirittura letali.

PER UNA CASA PIù SICURA

Per scongiurare il più possibile il rischio di cadute domestiche – nell'anziano ma non solo – l'American Geriatrics Society in collaborazione con la British Geriatrics Society e l'American Academy of Orthopaedic Surgeons ha prodotto le linee guida per la prevenzione delle cadute nelle persone anziane (2001) documento che è stato preso a modello per avviare ‘strategie di prevenzione sul territorio'. Oltre a tenere ‘sotto osservazione' il fenomeno, il documento prevede interventi di rilevazione delle caratteristiche strutturali e impiantistiche delle abitazioni degli anziani, campagne informative, fornitura di dispositivi di sicurezza a basso costo. Utopia? In attesa di verificare se si tratti di utopia o realtà, potrebbe bastare un po' d'attenzione: rimuovere gli oggetti che possono intralciare il passo come tappeti, fili elettrici e prolunghe volanti, evitare i comportamenti a rischio come salire su sedie e scale pieghevoli, adottare tappetini antiscivolo in bagno.

 

Ufficio Stampa Orthopedika – Liana Zorzi 331 7552925  - lianazorzi@yahoo.it

ORTHOPEDIKA - The Journal of Orthopaedic Surgeon

 

 

LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: ECCO I CONSIGLI PER SCONGIURARE l'INFORTUNIO DI WALTER SAMUEL

Di Liana Zorzi e Andrea Cacia

 

 

Walter Samuel, difensore argentino dell'inter, ha 32 anni. The Wall (il muro), questo l'appellativo che i tifosi gli hanno assegnato per la sua rocciosità e la difficoltà degli avversari a superarlo. Durante l'incontro Inter-Brescia del 6 novembre ha riportato una grave lesione del legamento crociato anteriore (LCA) e del collaterale esterno del ginocchio destro. Era difficile immaginare che un giocatore della sua forza fisica potesse incorrere in un tale infortunio.

 

COSA È IL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE?

Il Legamento Crociato Anteriore (LCA) è un cordone di tessuto fibroso molto resistente, situato al centro del ginocchio, teso tra il femore e la tibia. Quando il ginocchio si articola, la tensione del LCA evita che la tibia si allontani dal femore, fornendo in questo modo una importante funzione di stabilizzazione all'articolazione.

La lesione LCA colpisce gran parte degli sportivi (84%) (Fonti: Humanitas e my-personaltrainer.it):

- nel 90% dei casi: sesso maschile età dai 17 ai 50 anni

- nel 52% dei casi: si associa lesione meniscale

 

 

MOLTI INFORTUNI

Sembra una maledizione. Nella prima parte della stagione 2010-2011 di Serie A i calciatori non più giovanissimi sono finiti in infermeria. La diagnosi è stata spesso di lesione del legamento crociato anteriore e quindi la stagione calcistica può considerarsi conclusa.

Numerose sono le critiche ai preparatori atletici ma "il problema principale" spiega il dottor Claudio Zorzi, specialista in traumatologia e ortopedia e Presidente SIGASCOT "è lo stress e la velocità a cui avvengono questi traumi in scontri di gioco o rotazioni di ginocchio".

 

 

VENT'ANNI

A determinare l'elevata incidenza di lesione negli atleti professionisti, sostiene il nostro esperto, è il ritmo partita molto più veloce di vent'anni fa, che impedirebbe ai giocatori di controllare movimento e posizione dell'articolazione, e la frequenza degli incontri che arrivano, in molti, casi a tre alla settimana.

"Quando la lesione è isolata - afferma Zorzi - il calciatore non prova grande dolore e in genere ha un tempo di ricovero di uno o due giorni dopo l'intervento che dura circa 45-70 minuti, ma che può raggiungere anche le due ore e mezza in presenza di particolari esigenze. Infine, il calciatore dovrà riacquistare il senso di stabilità nei movimenti con la riabilitazione accelerata e, trascorso il periodo di recupero, il momento più importante è il ritorno in campo. È molto importante la personalizzazione dell'intervento chirurgico. – spiega il Primario dell'Ospedale di Negrar - A seconda della muscolatura, della fisicità, brevilineo o longilineo, oltre allo sforzo a cui viene sottoposto l'atleta, la scelta dell'ortopedico può variare. Inoltre – sottolinea l'esperto – è possibile migliorare la mobilità articolare nel recupero grazie agli integratori che vengono consigliati dai preparatori atletici oppure dal medico sportivo".

CONSIGLI PRATICI

La lesione del LCA è molto comune (vedi tabella). La prudenza è la migliore arma per evitare di farsi male e dover rinunciare, anche solo temporaneamente, al proprio sport preferito. "Il rischio di lesione del LCA è molto più alto tra i non professionisti – conclude Zorzi dall'Ospedale di Negrar - poiché spesso ci troviamo di fronte a persone non più giovani ma che si sentono giovanissime e si lanciano in contrasti ed evoluzioni col pallone proprie dei ventenni. Spesso, non avendo una preparazione atletica sufficiente e avendo una capacità contrattile dei muscoli ridotta a causa dell'età, così come quella di risposta dinamica dell'apparato muscolo scheletrico, i legamenti vengono stressati.

Un buon allenamento specifico sarà la miglior soluzione per prevenire i traumi nello sport amatoriale di contatto anche in età avanzata".

(Claudio Zorzi è Primario di Ortopedia e Traumatologia all'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, a Verona)

 

Ufficio Stampa Orthopedika – Liana Zorzi 331 7552925  - lianazorzi@yahoo.it

ORTHOPEDIKA - The Journal of Orthopaedic Surgeon

 

 

 COME MANTENERSI IN FORMA E DARE IL MEGLIO NEL POKER SPORTIVO

 

 

Il poker è spesso associato a comportamenti malsani: ambienti fumosi, superalcolici in quantità industriale, cibo malsano. Con l'avvento del poker sportivo (texas hold'em nella sua versione da torneo) ci si è resi conto che per giocare al meglio è essenziale essere lucidi e sapersi auto-controllare. Nei tornei agonistici la concentrazione deve essere alle stelle, una mossa sbagliata o azzardata può portare in un baleno all'eliminazione. 

In quanto sport a tutti gli effetti - inserito nella tabella dal Comitato Internazionale Olimpico - il poker necessità dunque di comportamenti alimentari corretti e di una buona preparazione psico-fisica.

 

BEVANDE 

L'unico alcoolico che aiuta un giocatore di poker è quello ... bevuto dall'avversario. Non ispiratevi ai personaggi dei film western, saranno ricchi di fascino, ma le prestazioni al tavolo ne risentirebbero drammaticamente. Basta qualche bicchierino per rallentare i riflessi, per inficiare la capacità ad avvertire i "bluff" ed i "tells" (riuscire a prevedere cosa gli altri giocatori abbiano in mano) degli avversari o per scalfire la propria "poker-face" e rendersi più vulnerabili e trasparenti nelle intenzioni di gioco.

Ci sono giocatori che per mantenere sempre al top l'attenzione si riempiono di beveroni energetici. L'utilità di queste bibite è un mito da sfatare, frutto di abili mosse di marketing. Le sostanze eccitanti contenute possono aumentare l'aggressività in momenti di gioco che non la richiedono, mentre i sali minerali che avrebbero un'utilità in caso di sforzo fisico non portano alcuna beneficio in un gioco che richiede di stare seduti attorno ad un tavolo.

 

ALIMENTAZIONE

 

Stare alla larga da cibi fritti e grassi è il secondo imprescindibile comandamento per dare il meglio nel poker sportivo. "Vade retro" patatine e snack! La digestione di questi cibi è lenta e porta il nostro organismo ad un senso di pesantezza o di sonnolenza destinati a scalfire la capacità di concentrazione. Mantenersi in forma con esercizio fisico prima e dopo le sedute al tavolo, giungere sempre riposati evitando i bagordi prima di un torneo è altrettanto importante per giocare al meglio delle proprie potenzialità.

 

(Articolo realizzato da PokerListings)

 

 

 ANCHE I BAMBINI POSSONO USARE LE LENTI A CONTATTO

 

Immagine da: http://www.faromed.it/articnl.php?IdArticolo=582

 

Anche gli occhi dei più piccoli, da qualche tempo e con sempre maggiore facilità, possono usufruire delle lenti a contatto. Una piccola rivoluzione per i bambini che soffrono di miopia, astigmatismo e ipermetropia, resa possibile dall'introduzione di materiali sempre più sicuri e tollerabili. Rispetto agli occhiali da vista, le lenti a contatto permettono infatti una visione migliore (viene annullata la distanza tra occhio e lente, l'occhio viene "seguito" in tutti i suoi spostamenti) oltre che un maggior comfort visivo durante le attività sportive.

Secondo Elena Piozzi, Direttore dell'Oculistica Pediatrica dell'Ospedale Niguarda: «In certi casi l'indicazione della lente a contatto è d'obbligo, come ad esempio per il cheratocono, una malattia degenerativa che determina un progressivo sfiancamento della cornea. In questo caso la lente oltre a correggere l'astigmatismo conseguente, svolge un'importante funzione di contenimento, opponendosi allo sfiancamento». Per non parlare poi dei neonati che a causa di una cataratta congenita hanno subito la rimozione del cristallino a pochi mesi dalla nascita. In questo caso l'utilizzo di lenti a contatto protettive è una valida alternativa nei casi in cui si deve posticipare l'impianto di un cristallino artificiale.

L'ambulatorio di contattologia nato all'Ospedale Niguarda di Milano nasce proprio per aiutare i genitori nel delicato compito di gestire l'utilizzo e la manutenzione delle lenti dei propri figli. Dopo aver raccomandato le pratiche basilari di igiene e i buona conservazione delle lenti, il personale specializzato passa in rassegna le tecniche corrette di posizionamento e rimozione, per poi ricordare la necessità di monitorare più volte al giorno la presenza delle stesse nell'occhio del bambino (che potrebbe averle perse o spostate a causa di uno strofinamento degli occhi).

 

(Fonte: http://www.ospedaleniguarda.it/content/news/contattologia-br-lenti-a-contatto-taglia-small.html)

 

 

CAMPAGNA PER LA DISOSTRUZIONE PEDIATRICA

 Provincia di Roma


L'assessore provinciale alle Politiche Finanziarie e  di Bilancio, Antonio Rosati, ha illustrato la campagna di comunicazione promossa dalla Provincia di Roma e dalla Croce Rossa Italiana per la diffusione delle linee guida sulla disostruzione pediatrica e le relative tecniche di rianimazione cardiopolmonare per salvare la vita dei bambini.

L'iniziativa è stata presentata giovedì 15 luglio a Palazzo Valentini dall'Assessore Antonio Rosati e dal medico della Croce Rossa Marco Squicciarini. Alla conferenza stampa ha partecipato anche l'attore Alessio Di Clemente.

Diffondere le linee guida sulla disostruzione pediatrica e le relative tecniche di rianimazione cardiopolmonare per salvare la vita dei bambini: questo il senso della campagna promossa dalla Provincia di Roma e dalla Croce Rossa Italiana e rivolta a medici e infermieri ma soprattutto a genitori, insegnanti, maestre e baby sitter.

Ogni anno in Italia ci sono 50 famiglie colpite da una tragedia senza confini: 50 bambini perdono la vita per soffocamento da corpo estraneo (il 27% dei decessi accidentali secondo i dati della Società Italiana Pediatrica). In questi tragici episodi il bambino muore non solo per aver ingerito accidentalmente un gioco, una pallina di gomma o una caramella gommosa ma soprattutto perché chi li assiste nei primi drammatici momenti di solito non conosce le manovre di disostruzione e genera disastrose conseguenze.

"Il non sapere – spiega l'assessore provinciale al Bilancio, Antonio Rosati – è causa di errori incommensurabili.

Grazie all'incontro con il dottor Marco Squacciarini, il medico della Croce Rossa impegnato da anni nella divulgazione delle tecniche di rianimazione pediatrica, ho capito che in questi casi l'istinto può essere fuorviante perchè suggerisce azioni, come prendere per i piedi un bambino ostruito o peggio mettere le dita in bocca, che sono le prime due cose effettuate dal soccorritore occasionale non preparato e che di solito causano la morte del bambino.

Per questo la Provincia di Roma ha deciso di promuovere insieme alla Croce Rossa Italiana una campagna di informazione che aiuti chiunque ad apprendere le giuste tecniche per evitare il peggio. Quello che vogliamo fare è sensibilizzare le persone e spingerle a visitare il sito www.manovredisostruzionepediatriche.com che spiega tutto quanto c'è da sapere sulla disostruzione infantile, guardare le immagini e il video e diventare, in questo modo, moltiplicatori di un messaggio di vitale importanza".

"Ci auguriamo che questa nuova sinergia tra le istituzioni e gli operatori del settore – commenta il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti –  possa servire ad aumentare il numero di soggetti sensibili  e informati. Non è concepibile che nel 2010 ci siano ancora tanti bambini, al momento circa uno a settimana, che muoiono per una tragica fatalità a cui si può porre rimedio semplicemente conoscendo e sapendo applicare le manovre giuste.

Spesso anche solo leggere le testimonianze e guardare le immagini fa la differenza. In  questo caso, davvero, sapere salva la vita. Siamo fiduciosi che questo progetto possa avere un notevole impatto sociale sul territorio anche perché questa è la prima iniziativa a livello nazionale sul tema della disostruzione infantile.

Per il futuro stiamo pensando ad un coinvolgimento delle scuole della provincia: intanto è opportuno che in ogni scuola sia presente tutto il materiale informativo e poi si può pensare a lezioni interattive con i ragazzi e i genitori".

 

MANOVRE DI DISOSTRUZIONE PEDIATRICA - DOWNLOAD

 

 

MAL DI SCHIENA, POSIZIONE SEDUTA ED IL CONFORT DEI SEDILI

Dr. L. Perali

 

Al fine di studiare l'origine della sensazione di comfort, conviene dividere il corpo di una persona seduta in due segmenti, uno verticale e l'altro orizzontale.

Su entrambi agisce la forza di gravità (F.G..) la quale provoca effetti sui muscoli scheletrici e sulla circolazione sanguigna.

Per ottenere la sensazione di benessere è necessario contrastare gli effetti della F.G..

Il segmento corporeo superiore, in posizione verticale, è costituito dal bacino e dal tronco con le braccia e la testa: quello inferiore, dalle cosce in posizione orizzontale, le gambe in posizione verticale ed i piedi in posizione orizzontale.

Il vantaggio di valutare il comfort in funzione dell'azione della F.G.. sull'apparato muscolare e sul sistema vascolare è che gli effetti su di essi sono misurabili e pertanto si può giungere a definire oggettivamente il comfort e di conseguenza a disegnare sedili corretti sotto il profilo ergonomico (del funzionamento) e quindi confortevoli: inoltre, gli effetti sui due sistemi possono essere analizzati separatamente e quindi diventa più semplice comprendere ciò che accade.

La F.G. agisce negativamente soprattutto sui muscoli del segmento corporeo superiore mentre può ostacolare la circolazione sanguigna, in particolare la microcircolazione cutanea, prevalentemente nel segmento inferiore.

 

Il mal di schiena

Il mal di schiena si può distinguere in due categorie.

La prima, funzionale, dovuta all'affaticamento dei muscoli dorsali causato da un lavoro più o meno prolungato.

La seconda, strutturale, provocata cioè da cause patologiche interessanti contemporaneamente uno o più elementi fra quelli che fanno parte dell'apparato di sostegno del tronco.

Il mal di schiena del primo tipo insorge paradossalmente pochi minuti dopo aver assunto la posizione seduta per riposare.

Ciò si verifica perché quando la persona si siede per esempio su uno sgabello, cioè su un sedile senza supporto lombare, tutti i muscoli scheletrici automaticamente tendono a rilassarsi: però, mentre quelli del segmento inferiore sono sostenuti dal sedile, quelli del tronco non lo sono e di conseguenza i visceri addominali, del torace e il capo tendono a far pendere  il busto in avanti provocando la reazione dei muscoli dorsali che si contraggono per evitare lo sbilanciamento del busto; compaiono quindi rapidamente i segni dell'affaticamento sotto forma di una dolenzia localizzata prevalentemente alla regione lombare, cioè la lombalgia.

Essa ha la caratteristica di scomparire con il movimento così rapidamente come è insorta.

Il movimento del tronco infatti provoca il trasferimento "continuo" del lavoro da un gruppo muscolare all'altro in modo che essi possono usufruire alternativamente di periodi di riposo.

Il mal di schiena del secondo tipo invece, essendo provocato da alterazioni strutturali patologiche, è presente in maniera continua, si accentua con i movimenti, con la pressione sulla parte malata e con una postura scorretta.

Gran parte del disorientamento nel disegnare sedili ergonomicamente corretti dipende, a mio avviso, in primo luogo dal fatto che si ricorre per tentativi ai "rimedi" senza aver prima definito il comfort, cioè senza sapere che cosa si deve "curare": e secondariamente che si confondono in una sola categoria l'affaticamento muscolare e tutte le possibili alterazioni patologiche a carico di ognuno degli elementi di sostegno del busto (vertebre, dischi intervertebrali, nervi, legamenti e muscoli), tenendo presente però che una postura scorretta mantenuta per lunghi periodi di tempo può provocare modificazioni permanenti delle curve della colonna vertebrale (deformazioni professionali), alterazione della distribuzione del carico sulle vertebre e quindi il logorio precoce del tratto vertebrale interessato.

Se vogliamo definire il comfort in maniera oggettiva al fine di trovare criteri condivisibili per disegnare dei sedili comodi, si deve prima analizzare il comportamento fisiologico dei muscoli scheletrici nelle varie posizioni del corpo (fig. 1) e quindi valutare l'importanza relativa della F.G. sui due sistemi (muscolare e circolatorio), lasciando lo studio delle affezioni strutturali ai medici.

 

 

Il vantaggio di definire il comfort attraverso l'azione della F.G. sulla muscolatura del tronco, è che si può spiegare facilmente perché la posizione eretta è la migliore e quali sono le conseguenze se detta postura viene variata: inoltre, l'effetto della F.G. sulla microcircolazione dorsale è ininfluente in questa posizione.

Nel secondo segmento invece, assume prevalente importanza l'ostacolo alla microcircolazione cutanea.

I continui cambiamenti di posizione cui è costretta una persona seduta su un sedile scomodo, cioè l'irrequietezza ("fidgeting" degli americani), è dovuta alla prevalenza di uno dei due fattori o – peggio - al concorso di entrambi in ugual misura a provocare il disagio.

 

Effetto della F.G. sui muscoli del dorso

Quando il busto è in posizione eretta la pressione sulla schiena esercitata dal supporto lombo-dorsale (S.l-d) è minima per cui il microcircolo non è ostacolato. Un impedimento si può realizzare invece in presenza di uno schienale reclinato per la pressione esercitata dal dorso su di esso.

Riporterò qui di seguito le parti salienti del saggio "Ergonomia della sedia" in cui ho studiato gli effetti della F.G. sui muscoli del tronco, esortando gli interessati però a leggere il testo completo nel sito www.katedra.it (1).

Vorrei sottolineare inoltre che ho preferito analizzare la postura sull'utensile sedia perché essa è la progenitrice di tutti gli altri sedili i quali, pertanto, sono soggetti alle sue stesse leggi fisiche.

 

Comfort

Per arrivare a disegnare un sedile confortevole dobbiamo in primo luogo stabilire cosa intendiamo per comfort e successivamente la posizione ideale del tronco quando si sta seduti.

Nel significato comune del termine si intende per comfort l'insieme di sensazioni piacevoli derivanti da stimoli esterni o interni al nostro corpo, che ci procurano una sensazione di  benessere in una determinata situazione cioè, nel nostro caso, quando stiamo seduti.

Secondo questa definizione, il comfort sarebbe una condizione del tutto soggettiva e quindi non ci sarebbe alcuna possibilità di giungere ad una soluzione razionale del problema.

Dobbiamo allora trovare il modo di rendere questo concetto obbiettivo e misurabile.

Ciò diventa possibile se definiamo il comfort in termini di risparmio di energia muscolare.

Il problema può quindi essere risolto stabilendo qual è la postura ideale del tronco in grado di far risparmiare al massimo il lavoro dei muscoli. Proviamo a sviluppare questo concetto.

Comprendere che è sufficiente mettere un piano orizzontale sotto i glutei per far riposare le gambe dopo una corsa è intuitivo; non è altrettanto semplice capire cosa dobbiamo fare per far passare il mal di schiena che insorge dopo poco tempo che ci siamo seduti su un sedile senza schienale.

Se applichiamo i principi della statica, vediamo subito che la posizione ideale del busto è quella verticale. Per la formula del lavoro di una forza LF = F x S = F x P1P2 x cosen alfa (ove la direzione della forza determina il valore di cosen alfa e quindi il valore del Lavoro della Forza), la posizione verticale della colonna vertebrale (c.v). è quella che  permette ai muscoli del dorso di risparmiare energia. Infatti, il coseno dell'angolo formato dalla c. v. con il piano orizzontale (angolo alfa) è uguale a zero; ciò significa che se la c.v. fosse una matita, essa starebbe diritta senza bisogno di esser sostenuta.

Ciò non avviene perché, come sappiamo, la c.v. è sinuosa per poter compiere movimenti complessi; inoltre sostiene il peso del capo e delle braccia ed è sottoposta alla trazione dei  visceri toraco-addominali: pertanto la posizione verticale del busto, detta ortostatica (fig. 2), deve essere mantenuta attivamente, cioè spendendo energia. Per questo motivo è necessario applicare al sedile lo schienale in posizione verticale il quale fa sì che il lavoro della muscolatura del tronco sia ridotto al minimo.

 

 

Corollario

Da quanto detto deriva che:

  • quando il busto è in posizione ortostatica il S.l-d deve avere una estensione in altezza di circa 20 cm, quanto il tratto che va dalla vertebra lombare L3 alla vertebra dorsale D8, in modo da impedire al busto di reclinare e quindi di squilibrarsi

  • le inclinazioni intermedie dello schienale, interposte fra quella verticale e l'orizzontale, fanno aumentare il lavoro della muscolatura e perciò sono sbagliate, a meno che il sedile non sia studiato per impieghi speciali (per es., auto da corsa, alianti)

  • la posizione orizzontale del busto richiede la superficie massima di sostegno, poiché in tale posizione il coseno dell'angolo α è uguale 1 e  pertanto il lavoro dei muscoli è massimo. Difatti, in posizione sdraiata, che è quella che siamo soliti assumere quando vogliamo riposare o per dormire, il corpo deve essere sostenuto interamente e cioè è necessario usare un giaciglio

  • è il S.l-d che deve esser posizionato a contatto del busto quando questo è in posizione ortostatica. Ciò significa che il S.l-d, diversamente da quanto si osserva generalmente nei sedili di oggi, deve esser portato in avanti ed entrare, in proiezione, all'interno del piano del sedile (fig. 3)

  • se vogliamo ottenere e mantenere il comfort non possiamo variare l'inclinazione dello schienale perché se ne modifichiamo la posizione verticale di un solo grado il valore di cosen α non è più nullo e perciò il lavoro dei muscoli della schiena comincia ad aumentare; al contrario, gli altri parametri che concorrono al comfort del sedile, come l'altezza del suo piano dal pavimento o il tipo del rivestimento, possono cambiare.

 

Siccome in ultima analisi è il S.l-d che sostiene il tronco è ovvio che, ai fini del comfort, esso dovrà essere disegnato correttamente con la forma, la superficie e l'inclinazione giusta. Infine si dovrà tener conto che il posizionamento in altezza del S.l-d diventa cruciale.

Questo problema può esser risolto o scegliendo una posizione in altezza intermedia fissa che possa andar bene per la maggioranza delle persone adulte oppure progettando un S.l-d mobile e quindi regolabile in altezza.

 

Importanza del microcircolo nella posizione seduta

L'effetto della F.G. sul lavoro della muscolatura delle cosce è nullo perché, nella posizione orizzontale, il piano del sedile la equilibra perfettamente: le gambe inoltre sono sostenute in posizione verticale dalle ginocchia e dai piedi i quali a loro volta poggiano sul pavimento.

Il flusso del sangue invece può essere ostacolato a livello delle cosce dove i vasi possono essere compressi dal peso corporeo sul piano del sedile. Ciò può avvenire in maggior misura quando il piano è inclinato anche di poco verso l'alto e da dietro in avanti, espediente oggi usato comunemente allo scopo di far scivolare il corpo all'indietro affinché il tronco prenda contatto con lo schienale. In questa situazione il bordo anteriore del sedile può comprimere l'arteria femorale che si fa più superficiale verso la regione poplitea: inoltre il peso del corpo tende a concentrarsi indietro sui glutei con aumento della compressione del microcircolo cutaneo di quella zona.

Ho detto in precedenza che gli effetti della F.G. sulla circolazione sanguigna sono misurabili.

Riporterò di seguito la parte saliente del saggio "Prevenzione delle piaghe da decubito. Acqua o aria?" (2) dove ho analizzato questo problema, facendo ricorso al principio di Pascal per calcolare teoricamente la pressione del sangue nelle arteriole cutanee su un materasso ad acqua.

 

Il calcolo della pressione di contatto esercitata dal Materasso ad Acqua

La pressione nelle arteriole capillari di soggetti sani, misurata il secolo scorso da Landis (3), è in media di 32 mm Hg/cm2.

Il dispositivo antidecubiti ideale dovrebbe dunque esercitare una pressione molto inferiore a mm 32 di Hg/cm2 per non occludere il microcircolo, considerato il fatto che molti soggetti, per la loro stessa età, possono esser considerati cardiopatici e vasculopatici in senso lato ed avere quindi pressioni inferiori a mm 32 Hg nel microcircolo.

Il peso in grammi di 1 mm Hg/cm2 è pari a 1,3596 grammi; quindi la pressione arteriolare cutanea, espressa in grammi/cm2, è pari a 43,5072 grammi/cm2.

Possiamo provare a calcolare approssimativamente la pressione cui sono sottoposte le arteriole cutanee di una persona sana giacente su un materasso ad acqua (M.A).

Prendiamo in esame un soggetto alto cm 170 x cm 50 di larghezza x cm 22 di spessore del peso di kg 80.

La superficie cutanea totale del soggetto è di circa cm2 20.000.

Dato che la superficie corporea che poggia sul M.A è pari circa alla metà inferiore di tutta la superficie corporea, quindi cm2 10.000, sulla cute del dorso si esercita una pressione di g 8/cm2.

La pressione in mmHg esercitata dal M.A risulta essere circa 5 volte minore (mmHg 6) della pressione vigente nel microcircolo.

Questo spiega perché è estremamente improbabile che sull'acqua si producano piaghe da decubito e perché il M.A è il mezzo migliore per il trattamento delle lesioni da decubito.

Da quanto esposto sopra si ricava che:

  • la posizione seduta prolungata su un sedile costituito da un materiale solido e rigido può provocare un ostacolo al microcircolo anche nelle persone sane

  • che il materiale di rivestimento ideale del sedile è teoricamente l'acqua, perché il peso corporeo si distribuisce in maniera uniforme su di essa (principio di Pascal) e non si verifica un ostacolo alla circolazione sanguigna.

In breve si può affermare che l'acqua diventa il "rivestimento" di scelta, contenuta in un cuscino sulle carrozzine per disabili, sia per la sua efficacia sia per il costo minimo.

L'impiego invece su sedili di uso comune non è sostenibile per motivi estetici e funzionali fra i quali il peso e la possibilità di rottura del contenitore.

Vorrei sottolineare l'importanza dell'inclinazione del sedile.

Io raccomanderei di scartare l'inclinazione dall'alto verso il basso e dall'avanti all'indietro della seduta, che è adottata attualmente nella quasi totalità dei sedili, perché non ha senso indurre il corpo a scivolare verso l'indietro quando invece deve essere lo schienale in posizione verticale ad "avanzare" con il suo S.l-d verso la schiena della persona seduta.

Inoltre, come abbiamo visto, l'inclinazione all'indietro del sedile tende a far concentrare il peso del segmento corporeo superiore sui glutei con accentuazione della compressione sul piccolo circolo di questa zona.

Dunque la posizione corretta del sedile è quella orizzontale e non c'è nulla da obbiettare se viene usata nel disegnare un sedile. Però ritengo che sia ancora meglio inclinare di poco il sedile dall'indietro in avanti e dall'alto verso il basso:

  • infatti, se il busto è a 90 gradi, non si forma una componente della F.G. che fa scivolare il corpo in avanti o se essa è presente è minima e può essere contrastata dall'attrito del tessuto di rivestimento

  • il bordo anteriore del sedile non ostacolerebbe la circolazione nell'arteria femorale ed anche il microcircolo non subirebbe ulteriori pressioni al di fuori di quelle previste

  • l'inclinazione in avanti del sedile, anche di un solo grado, faciliterebbe l'azione di alzarsi e di mettersi seduti, caratteristica che ho denominato "dinamismo virtuale" del sedile.

Conclusioni

Coerentemente con quanto esposto fin qui si può affermare che la posizione seduta può essere mantenuta per lungo tempo se la sedia è disegnata correttamente – certo non indefinitamente - senza sentire il bisogno di variarla; certamente più a lungo che su una sedia disegnata in maniera sbagliata sotto il profilo ergonomico.

A mio parere, quando si avverte la necessità di cambiare posizione in una sedia con lo schienale disegnato in maniera corretta, è possibile che ciò avvenga soprattutto a causa della diminuzione della circolazione nelle arteriole cutanee dei glutei e delle cosce piuttosto che al mal di schiena.

L'intervento di tale fattore, insieme al sostegno corretto del tronco, va tenuto presente nel progettare un sedile confortevole.

Da ultimo i designers dovrebbero finalmente convincersi che la posizione seduta confortevole è una sola per quanto riguarda il tronco, mentre il segmento corporeo inferiore può riposare confortevolmente su un sedile orizzontale o in posizione obliqua dall'indietro all'avanti e dall'alto verso il basso.

In altre parole, i designers si dovrebbero convincere che il sedile deve esser disegnato sulla persona seduta correttamente secondo i criteri esposti sopra e non secondo visioni ergonomiche personali obbligando chi si siede ad adattarsi al sedile.

Bisogna però dire che questa ultima soluzione lascia più spazio alla creatività della forma e alla ingegnosità nella progettazione di congegni meccanici sofisticati allo scopo di fornire agli utenti la possibilità di trovare il comfort seguendo le istruzioni sull'uso dei meccanismi di cui il sedile è dotato.  Però mi chiedo: quanti utenti leggono le istruzioni e se le leggono, quale comfort otterranno?

Poiché l'estetica del sedile è il fattore che determina l'impulso all'acquisto, verosimilmente ciò spiega perché si continua ad indire ostinatamente concorsi - lanciando disperati appelli ai giovani designers - dedicati solamente alla ricerca di forme nuove mentre il requisito del comfort viene completamente ignorato.

A mio avviso è venuto il momento di riconoscere che la vera innovazione della sedia deve mirare al comfort.

Infatti, se si riconoscesse correttamente che la sedia è un utensile che deve dare la possibilità ad una persona affaticata di recuperare le forze, ecco che i designers sarebbero indotti a disegnare in primo luogo sedili oggettivamente confortevoli e secondariamente – per me che sostengo che la forma deve nascere per sublimazione della funzione – con l'aspetto attraente del quale pure necessitano.

  1. L. Perali: Ergonomia della sedia - www.katedra.it Pubblicazioni

  2. L. Perali: Prevenzione delle piaghe da decubito. Acqua o aria? - www.katedra.it Pubblicazioni

  3. Landis: Heart, 1930, 15, 209 -  Riportato da: C.H.Best, N.B Taylor. Le basi fisiologiche della pratica medica, pag. 346, 1958

 

SPIEGATA LA RELAZIONE FRA RESTRIZIONE CALORICA E INVECCHIAMENTO

 

COPYRIGHT By "Claudia Lupo"

 

Anche se da tempo si teorizza che restrizioni caloriche diminuiscono gli effetti dell'invecchiamento e delle malattie, il meccanismo alla base di questo fenomeno era finora sconosciuto.
I ricercatori della Mount Sinai School of Medicine degli Stati Uniti hanno scoperto come le molecole del nostro organismo prendano parte al complesso processo che associa il mangiare di meno a una vita piu' lunga.
Charles Mobbs, professore di neuroscienze e geriatria della Mount Sinai School of Medicine, e a capo dello studio pubblicato sulla rivista PLoS Biology, ha spiegato che il tutto potrebbe dipendere dallo stress ossidativo causato dall'alimentazione. Una dieta a basse calorie, infatti, ridurrebbe l'impatto del metabolismo del glucosio, e di conseguenza lo stress ossidativo mentre una dieta ipercalorica ha l'effetto opposto.
Gli studiosi hanno spiegato che è determinante ridurre proteine, carboidrati o grassi a prescindere dalla dieta che si segue. Poche calorie, infatti, promuovono un fattore di trascrizione chiamato CREB-binding protein (CBP). Questo fattore controlla l'attivita' dei geni responsabili delle funzioni cellulari e dell'invecchiamento delle cellule. Mobbs ritiene che, se si dovesse riuscire a sviluppare un farmaco che imita gli effetti di CBP sull'organismo, gli scienziati potrebbero anche allungare la vita dei pazienti riducendo lo stress ossidativo.
In altre parole CBP puo' essere usato per prevedere la durata della vita, ed e' il responsabile dell'80% delle variazioni della durata di vita nei mammiferi. Di conseguenza ridurre CBP del 10% allungherebbe brevemente la vita, mentre ridurlo dell'80% farebbe morire di fame l'individuo.

 

Per approfondimenti:

http://www.plosbiology.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1000245

 

 

INTOLLERANZA AL LATTOSIO

a cura di Educazione Nutrizionale Grana Padano

 

 

L'intolleranza al lattosio è una condizione comune che può essere diagnosticata sulla storia clinica e trattata con semplici misure dietetiche.

Il test utilizzato per fare diagnosi di intolleranza al lattosio è il breath test (H2 Breath Test).

La lattasi è un enzima che permette la digestione del lattosio, zucchero disaccaride costituito da glucosio e galattosio, presente nel latte e latticini.

Il malassorbimento di lattosio è causato da deficit o da mancanza di lattasi.

I sintomi da intolleranza al lattosio includono dolore addominale, gonfiore, diarrea e flatulenza.

Il deficit di lattasi può essere primario o secondario ad altre malattie.

Nel deficit di lattasi primario la severità dei sintomi dipende dalla quantità di lattosio ingerito e dal grado di intolleranza.

Brevi periodi di intolleranza al lattosio sono comuni dopo episodi di diarrea infettiva, malattia infiammatorie intestinali acute o dopo interventi di tipo gastroenterico (deficit di lattasi secondario).

L'obiettivo sarà di fornire una dieta adeguata dal punto di vista nutrizionale e di ridurre i sintomi.

 

RACCOMANDAZIONI DIETETICHE

Le raccomandazioni dietetiche per l'intolleranza al lattosio variano da individuo a individuo:

1. Ridurre la quantità di lattosio ingerita fino alla scomparsa dei sintomi.

2. Definire la dose massima tollerata.

3. Piccole quantità di alimenti contenenti lattosio sono meglio tollerati se distribuiti nell'arco della giornata e se consumati insieme ad altri alimenti.

4. Lo yogurt è spesso meglio tollerato perché il lattosio è parzialmente idrolizzato da batteri.

5. L'enzima lattasi è disponibile in commercio e può essere addizionato al latte.

6. In commercio sono disponibili confezioni di latte senza lattosio.

 

DOVE SI TROVA IL LATTOSIO

  • Latte, formaggi freschi, panna, formaggini da spalmare, gelati, frappè

  • Dolci preparati con burro e latte, creme a base di latte

  • Pane al latte

  • Cioccolato anche fondente

  • Burro, Margarine

  • Prosciutto cotto, salumi in genere, wurstel

INOLTRE:

è importante leggere le etichette perché il lattosio può essere aggiunto a prodotti conservati o già pronti quali:

  • Cibi precotti

  • Salse e piatti già pronti (ragù, purè)

  • Prodotti per l'infanzia

  • Biscotti, merendine, snack ...

  • Miscele per dolci

  • Bibite

DOVE NON SI TROVA LATTOSIO

  • Formaggi stagionati (Grana Padano D.O.P., Parmigiano Reggiano D.O.P., e solitamente nei groviera e emmenthal)

  • Yogurt (minime quantità)

  • Latte senza lattosio presente in commercio

  • Latte di soia, latte di riso

Alcuni farmaci e vitamine possono contenere piccole quantità di lattosio generalmente ben tollerate.

 

 

Nota: Il Medico valuterà eventuali carenze nutrizionali. Integrazioni di calcio potranno essere prese in considerazione nei bambini e negli adolescenti e nelle donne in menopausa qualora non siano graditi gli alimenti privi di lattosio, ma ottimi fonti di calcio, quali i formaggi stagionati e il latte delattosato.

 

 

 

SPORT E ALIMENTAZIONE

Giuseppe Di Fede

 

IMBIO - Istituto di Medicina Biologica

 

L'esercizio fisico sembra essere al centro di un nuovo "paradosso" scientifico, dopo quello francese, "il paradosso dello sport". Infatti, a seconda di come viene svolto, esso può essere sia potente arma preventiva che causa di patologia. Così, se una corretta attività fisica migliora la qualità della vita e contribuisce a ridurre la morbilità e la mortalità per cardio-vasculopatie, tumori e numerose malattie cronico-degenerative, un esercizio fisico incongruo altera il normale bilancio ossidativo, predisponendo all'invecchiamento precoce ed alle cosiddette patologie da stress ossidativo, dall'ictus cerebrale all'infarto del miocardio, dal diabete mellito all'obesità, dal morbo di Parkinson alla malattia di Alzheimer, dal morbo di Crohn all'artrite reumatoide, dall'AIDS al cancro e così via.

Lo stress ossidativo è una particolare condizione indotta da un'accentuazione in senso pro-ossidante dell'equilibrio dinamico fra processi ossidativi e antiossidanti che hanno luogo continuamente in ogni cellula, quale espressione fisiologica delle complesse trasformazioni biochimiche del metabolismo terminale degli alimenti. Questa condizione di squilibrio si manifesta sostanzialmente attraverso l'accentuazione della perossidazione (danno – distruzione) dei substrati organici (lipidi, amminoacidi, proteine, nucleotidi, etc.) da parte delle specie reattive dell'ossigeno (ROS-radicali liberi). A subirne i danni, nel corso di un'attività fisica incongrua, possono essere muscoli, tendini, articolazioni ed ossa.

Appare oggi chiaro che chiunque pratichi attività sportiva con regolarità ed impegno dovrebbe sottoporsi periodicamente ad una valutazione biochimica dello stress ossidativo, allo scopo di ottimizzare e personalizzare il proprio programma di allenamento e, eventualmente, raggiungere migliori prestazioni grazie ad una migliore comprensione della propria fisiopatologia muscolare, senza correre i rischi delle lesioni da radicali liberi. In tale ambito, può essere utile sottolineare che atleti sottoposti a trattamento antiossidante mostrano una più rapida tendenza al recupero dei valori basali di ossidanti dopo sforzo.

Anche l'alimentazione ha una sua importanza, chi di noi metterebbe un carburante non idoneo nel serbatoio della propria automobile? Allo stesso modo gli alimenti che scegliamo ogni giorno, hanno un ruolo determinante per la funzionalità della macchina chiamata organismo.

Alimenti ad esempio ricchi di carboidrati raffinati, con carico e indice glicemico alto, possono rallentare la resa energetica se assunti prima dell'attività fisica, in quanto sono consumati velocemente. Al contrario, alimenti che presentano un carico glicemico e un indice glicemico basso danno scorte di zuccheri disponibili nel tempo, utili per le gare di endurance (resistenza).

Alimenti ricchi di acidi grassi dannosi per la salute, (grassi idrogenati derivanti da margarine, barrette alimentari contenenti oli e grassi idrogenati, olio di colza, di palma, carne rossa in eccesso, alimenti arrostiti o troppo cotti, alcool) sono chiamati in causa come sostanze scatenanti le infiammazioni. Alla causa delle difficoltà legate a frequenti crampi, dolori muscolo-tendinei, fatica cronica, difficoltà a recupero muscolare, ci possono essere delle intolleranze alimentari, con possibile aumento dei valori legati allo stress ossidativo.

Bisogna combattere l'accumulo di acido lattico per combattere la fatica muscolare.

Un eccesso di scorie nell'organismo sposta il pH di sangue e tessuti verso valori troppo acidi, scatenando o esacerbando l'infiammazione. Per riportare il pH verso valori più alcalini, oltre a contenere l'apporto di proteine animali, eliminare alcol e bibite gassate (contengono acido orto fosforico) e bere abbondante acqua minerale naturale, occorre abbondare in frutta, uva inclusa, che è il migliore alcalinizzante naturale, e in verdura in generale, soprattutto in patate, barbabietola rossa, cavoli, lattuga, insalata. Utili anche cicli di integrazioni con prodotti alcalinizzanti in polvere prima e dopo la prestazione sportiva.

 

Dottor Giuseppe Di Fede

Direttore Sanitario di Imbio – Istituto di Medicina Biologica

 

 

UNITà DI PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE E DI PRESCRIZIONE DELL'ESERCIZIO FISICO

 

 

Studi epidemiologici, clinici e di laboratorio hanno fornito evidenze definitive sulla capacità dell'attività fisica di ridurre la morbilità e la mortalità delle malattie cardiovascolari e di migliorare le prestazioni fisiche e la qualità di vita di chi la pratica. L'attività fisica, inoltre, sembra in grado di ridurre significativamente il rischio di sviluppare altre malattie croniche, quali l'obesità, l'osteoporosi, il diabete, alcune neoplasie e la depressione. Per tale ragione, l'esercizio fisico si propone come mezzo preventivo e terapeutico fisiologico, efficace ed a basso costo.

Il mondo scientifico e quello politico si stanno accorgendo dell'enorme significato di tali premesse: linee guida e protocolli di intervento sulle principali patologie croniche mettono in primo piano l'esercizio fisico sia in Europa che in Nord America.

 

 

Quest'anno una Task Force costituita dalle principali società scientifiche che si adoperano in ambito cardiologico e medico-sportivo (FMSI, SIC Sport, SIC, ANMCO, ANCE, GICR) ha prodotto un documento sul ruolo della attività fisica nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: "La Prescrizione dell'Esercizio Fisico in ambito Cardiologica" (scaricabile gratuitamente dal sito della SIC SPORT - Società Italiana di Cardiologia dello Sport). Al contempo, il Ministero della Salute ha prodotto linee guida sulla prevenzione primaria e secondaria delle cardiopatie e, al suo interno, certifica l'utilizzo della riabilitazione cardiologica nel trattamento di alcune cardiopatie. A fronte di ciò ancora solo una minoranza della popolazione italiana pratica regolarmente una attività fisica e centri sportivi e medici territoriali idonei a prescrivere e monitorare l'esercizio fisico sono pochi o addirittura assenti. Peraltro, lo stesso mondo medico deve migliorare le conoscenze e la sensibilità a tali problematiche.

Sulla base di tali premesse, è stata istituita a Roma, presso l'Istituto di Medicina e Scienza dello Sport "ANTONIO VENERANDO", l'UNITà DI PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE E DI PRESCRIZIONE DELL'ESERCIZIO FISICO.

Tale unità ha lo scopo di:

  • promuovere e monitorare la prescrizione dell'esercizio fisico nella popolazione generale, selezionando quelle patologie croniche che beneficiano della pratica regolare e corretta della attività fisica

  • creare un network territoriale tra il CONI e le strutture universitarie ed ospedaliere con l'utilizzo di apposite convenzioni per la gestione del flusso di pazienti idonei alla pratica riabilitativa.

 

(Per informazioni e appuntamenti: Istituto Medicina e Scienza dello Sport "ANTONIO VENERANDO" - Tel. 06 36859106)

 

 

MedicItalia - Consulenze mediche On-Line

 

LA "FEBBRE SUINA"

 

 

Vista l'esplosione delle informazioni riguardanti l'allarme "febbre suina", medicItalia.it consiglia

la visione dei comunicati ufficiali del Ministero della Salute alla pagina http://www.ministerosalute.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=238&area=ministero&colore=2


Riportiamo di seguito l'estratto dal sito del Ministero della Salute relativo alle F.A.Q. sulla febbre suina.

 


Cos'è l'Influenza suina?
L'influenza suina è una malattia respiratoria acuta dei maiali causata virus influenzali del tipo A, che causano abitualmente epidemie di influenza tra i suini. I Virus dell'influenza suina causano alti livelli di malattia e bassa mortalità nei maiali. I virus dell'influenza suina possono circolare tra i maiali in tutti i mesi dell'anno, ma la maggior parte delle epidemie si manifestano nel tardo autunno ed in inverno, così come accade per le epidemie nella popolazione umana. Il virus dell'influenza suina classica (virus influenzale A/H1N1 è stato isolato per la prima volta begli anni 30 del secolo scorso.

Quanti sono i virus dell'influenza suina?
Come tutti i virus influenzali anche quelli dell'influenza suina mutano continuamente: i maiali possono essere infettati dai virus del'influenza aviaria così come da quelli dell'influenza suina. Quando virus influenzali di differenti specie animali infettano i suini, i virus possono andare incontro a fenomeni di "riassortimento" e nuovi virus che sono un mix di virus umani/aviari/suini possono emergere. Nel corso degli anni, sono emersi diverse varianti di virus influenzali suini; al momento, nei maiali sono stati identificati 4 sottotipi principali di virus influenzali di tipo A: H1N1, H1N2, H3N2, and H3N1. Comunque, la maggior parte dei virus isolati recentemente nei maiali sono stati H1N1.

L'influenza suina può infettare l'uomo?
I virus dell'influenza suina non infettano normalmente l'uomo. Comunque, possono verificarsi infezioni umane sporadiche con virus influenzali suini. Comunemente questi casi di infezione umana da virus influenzali suini si manifestano in persone con esposizione diretta ai maiali (per esempio lavoratori addetti ad allevamenti e industrie suinicole, frequentatori di fiere zootecniche).

Quali sono i sintomi dell'influenza suina nell'uomo?
I sintomi dell'influenza suina sono simili a quelli della "classica" influenza stagionale e comprendono: febbre, sonnolenza, perdita d'appetito, tosse: alcune persone con influenza suina hanno manifestato anche raffreddore, mal di gola, nausea, vomito e diarrea. Come l'influenza stagionale, anche l'influenza suina può causare un peggioramento di patologie croniche pre-esistenti e in passato sono stati segnalati casi di complicazioni gravi (polmonite ed insufficienza respiratoria) e decessi associati ad infezione da virus dell'influenza suina.

Quanto à grave l'influenza suina nell'uomo?
Come l'influenza stagionale, l'infezione da virus influenzale suino nell'uomo può presentarsi in forma lieve o grave.
Le persone possono prendere l'influenza suina mangiando carne di maiale?
No, i virus dell'influenza suina non sono trasmessi dal cibo; non si può contrarre l'influenza suina mangiando maiali o prodotti a base di carne di maiale. Mangiare carne maneggiata in maniera appropriata, carne cotta e prodotti a base di carne suina. Cuocere la carne a temperatura interna di 70-80 ° gradi uccide il virus dell'influenza suina, così come gli altri batteri e virus.

Come si trasmette l'influenza suina?
I virus influenzali possono essere trasmessi direttamente dai maiali all'uomo e dall'uomo ai maiali. Le infezioni umane con virus influenzali di origine suina si manifestano con maggiori probabilità in persone che hanno contatti ravvicinati con i suini, come negli allevamenti o nelle fiere zootecniche. è possibile anche la trasmissione da persona a persona. Si ritiene che ciò accada con le stesse modalità di trasmissione dell'influenza stagionale, cioè attraverso la diffusione di goccioline di secrezioni naso-faringee con la tosse e lo sternuto. Le persone possono anche infettarsi toccando superfici contaminate con secrezioni infette e e poi portando alla bocca e al naso le mani. Per questo il lavaggio delle mani è una misura molto importante per ridurre il rischio di infezione.

Il virus di quest'epidemia in Messico e USA è contagioso?
Ci sono evidenze, stabilite dai CDC degli Stati Uniti d'America, che il virus responsabile dei casi negli Stati Uniti si sta diffondendo da persona a persona: comunque in questo momento non è possibile sapere quanto facile sia questa trasmissione.

Come si può diagnosticare l'infezione da virus influenzali suini nell'uomo?
Per la diagnosi di influenza suina A è necessario raccogliere un campione di secrezioni respiratorie (tampone nasale o faringeo) entro i primi 4 – 5 giorni dall'inizio dei sintomi (quando è maggiormente probabile che la persona elimini i virus). Comunque, alcune persone e in particolar modo i bambini possono eliminare il virus influenzale per 10 giorni e più. L'identificazione del virus dell'influenza suina  richiede l'invio del campione ad un Laboratorio di riferimento della rete Influnet, con il coordinamento dell'Istituto superiore di sanità.

Quali farmaci possono essere usati per trattare le infezioni da virus influenzali suini nell'uomo?
Sono disponibili diversi tipi di farmaci antivirali per il trattamento dell'influenza: amantadina, rimantadina, oseltamivir e zanamivir. Mentre la maggior parte dei virus dell'influenza suina si sono rivelati suscettibili a tutti e quattro i farmaci, i virus influenzali suini isolati recentemente dagli uomini sono resistenti alla amantadina e alla rimantadina; pertanto solo oseltamivir e zanamivir sono raccomandati per il trattamento / prevenzione dell'Influenza umana da virus influenzale suino.

Quante epidemie di influenza suina si conoscono?
Probabilmente l'epidemia più conosciuta è quella che ha colpito i soldati di Fort Dix, New Jersey (USA), nel 1976, con circa 200 casi tra i soldati presenti nel campo. Il virus causò malattie con segni radiologicamente evidenti di polmonite in almeno 4 soldati e 1 decesso: tutti i colpiti erano precedentemente in buona salute. Il virus si era trasmesso attraverso contatti stretti nel corso di sedute di addestramento, con trasmissione limitata al di fuori di questo contesto. Si ritiene che il virus abbia circolato per un mese , per scomparire spontaneamente. La fonte del virus, il momento esatto della sua introduzione a Fort Dix e i fattori che possono avere influenzato la sua diffusione e durata sono sconosciuti. L'epidemia potrebbe essere stata causata da un virus animale introdotto in contesto di particolare affollamento nel periodo invernale. Il virus influenzale suino isolato dai soldati di Fort Dix fu denominato A/New Jersey/76 (Hsw1N1). L'episodio fu alla base di una estesa campagna di vaccinazione antinfluenzale nel 1977.

 

(Fonte: CDC e Ministero Lavoro, Salute e Politiche Sociali - Direzione generale Prevenzione sanitaria)

 


ARTICOLO DA: www.repubblica.it

 

FEBBRE SUINA, L'ALLARME DELL'OMS "LA PANDEMIA è IMMINENTE"

 

In Italia 20 casi sospetti "ma arriverà anche da noi". Numero verde sommerso di telefonate.
La Francia chiederà all'Unione europea di vietare i voli per il Messico. Maxi richiesta di mascherine.

 

 

ROMA - L'Oms lancia l'allarme: "La pandemia è imminente. Il grado di allerta passa da 4 a 5 sui 6 totali: "Il tempo per completare l'organizzazione, la comunicazione e la messa in atto delle previste misure di attenuazione è breve". Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, Margaret Chan, ha esortato tutti i Paesi ad attivare i piani di preparazione alla pandemia e ha chiesto alle ditte farmaceutiche di aumentare la produzione di antivirali: "Il virus si estende senza alcun segnale di rallentamento. Il numero di casi umani di influenza suina ufficialmente notificati all'Oms e confermati da analisi di laboratorio è salito a 148 distribuito su un totale di nove Paesi nel mondo.
"L'umanità minacciata". La direttrice dell'Oms ha ricordato che in caso di pandemia "è davvero tutta l'umanità ad essere minacciata" dalla malattia, ma ha anche sottolineato che, dopo la paura per l'influenza aviaria negli scorsi anni, il mondo è preparato a un'eventuale epidemia globale planetaria come non lo è mai stato prima nella storia.
Primo morto negli Stati Uniti. In un messaggio alla Nazione, il presidente americano Barack Obama si è detto "preoccupato" e non ha nascosto che "la situazione è seria, abbastanza da dover prendere massime precauzioni". Per colpa della febbre suina, ucciso in Texas un bimbo messicano di quasi due anni, la prima vittima dell'influenza suina in suolo statunitense. I casi accertati solo negli Stati Uniti sono poco meno di un centinaio (91), mentre Città del Messico conferma che i morti per il virus H1N1 sono sette.
"Vaccino solo a settembre". L'industria farmaceutica è concentrata per raggiungere al più presto l'obiettivo di un vaccino, vero argine contro la pandemia, ma il ministero della Salute americano - a cui proprio oggi è stato nominato il Segretario alla salute Kathleen Sebelius - ha precisato che "il vaccino non sarà pronto prima di settembre. Ciò nonostante - ha aggiunto il Segretario della sicurezza interna Usa, Janet Napolitano, "il governo americano è pronto ad affrontare una pandemia ufficiale".
Dodici casi in Europa. La Ue conta 12 casi conclamati: in Austria, Spagna, Germania, e Regno Unito. Meglio in Italia dove il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio tranquillizza assicurando che "è tutto sotto controllo": "I casi in Italia sono una ventina, ma sono solo sospetti anche se a breve - ha ammesso Fazio - ci aspettiamo ricoveri di turisti italiani malati di Nuova influenza o Influenza messicana come è giusto chiamare questa nuova malattia". Domani i ministri della Salute europei si riuniranno a Lussemburgo per fare il punto della situazione.
Stop ai voli dal Messico. La Francia chiederà all'Unione europea di vietare i voli verso il Messico per proteggere i viaggiatori dall'epidemia, mentre gli altri stati europei sconsigliano vivamente di raggiungere il paese Nord americano se proprio non spinti da ragioni d'urgenza. Già sospesi invece i voli in arrivo dal Messico negli scali argentini e cubani. Guanti e mascherine sono stati imposti al personale degli scali argentini. In Messico chiuso ogni locale pubblico, bar, scuole, uffici pubblici e chiese, compresi i siti archeologici. Solo le farmacie sono aperte ma mascherine e liquidi disinfettanti sono esauriti.
La paura dilaga in Europa. In Francia è esplosa la domanda di mascherine, mentre nel suo primo giorno di attività, il numero verde 1500 istituito dal ministero italiano del Welfare è stato soffocato da 10 mila chiamate. "Il virus si trasmette da uomo a uomo - assicura il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio - quindi il rischio di contrarre la cosiddetta influenza suina mangiando carne di maiale cotta o insaccati è praticamente pari a zero".

(29 aprile 2009)

 

 

 

PER SAPERNE DI PIù:

- http://italian.cri.cn/241/2009/04/30/224s120211.htm

- http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=3.0.3259971380

- http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=197&ID_articolo=1015&ID_sezione=404&sezione=In%20diretta%20da%20Bruxelles

- http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_27/riunione_straordinaria_ministri_sanita_ue_b00c14e6-32fe-11de-b34f-00144f02aabc.shtml

- http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_26/stati_uniti_stato_emergenza_sanitaria_4fbb13ba-3283-11de-becc-00144f02aabc.shtml

 

 

PRIMAVERA: TEMPO DI GRAMINACEE ...

(Fonte: UNIVADIS)

 

 

Primavera e allergia: quasi un "binomio" indivisibile. Nuvole di polline sembrano quasi annunciare la primavera e aprirgli le porte. La maggior responsabile di questi fenomeni è una famiglia di piante rappresentata su tutta la superficie terrestre da oltre 9000 specie: le graminacee ("Gramineae" o "Poaceae"). Una specie vegetale largamente diffusa e che rappresenta la maggiore componente erbacea di innumerevoli ambienti.

I fiori delle Graminacee, presenti in grande quantità nelle nostre colline e nei nostri parchi, sono disposti in infiorescenze dette "spighette", a loro volta sono riunite in strutture più complesse ("pannocchie" o "spighe").

Sono vegetali ubiquitari capaci di sopravvivono a condizioni climatiche estremamente variabili, al mare e in montagna, dall'equatore alla fascia sub-polare.
Le più "allergeniche" tra le graminacee sono le seguenti specie:  Dactylis, Festuca, Poa, Lolium, Holcus, Phleum, oltre a diversi generi di cereali, quali grano, orzo, segale, avena, mais granoturco e riso.

L'immissione dei pollini in atmosfera è abbondante proprio nel periodo stagionale di pollinazione delle Graminacee (Aprile- Giugno), nelle giornate calde e con un'umidità del 60-90%. Tra i fattori che influenzano la produzione di pollini di queste piante erbacee o arbustive, oltre che alla temperatura e all'umidità, appaiono importanti anche le precipitazioni e l'intensità luminosa.
Come difenderci dalle prime reazioni allergiche "polline-dipendenti"?
Una soluzione quasi "banale" è data dalla riduzione del tempo trascorso all'aperto, specialmente in presenza delle condizioni ideali di impollinazione: 25-30 gradi di temperatura, giornate ventilate, umidità 60-90%, giornate soleggiate.

Preferibile quindi evitare le gite nelle ore mattutine, specie in giorni di sole particolarmente ventilati. è importante, inoltre, prestare attenzione alle giornate piovose ed in particolare alle ore successive alla pioggia: non è vero che la pioggia diminuisce sempre l'effetto degli allergeni nell'aria! La pioggia infatti frantuma il polline in una miriade di particelle che mantenendo intatto il loro potere allergizzante e trasportate dal vento, raggiungono più in profondità le vie respiratorie.

Meglio quindi viaggiare in auto con i finestrini chiusi e non andare in motorino o in bicicletta; evitare i luoghi in cui l'erba è stata tagliata di fresco.

Nei periodi critici l'ideale sarebbe trascorrere alcuni giorni di vacanza in zone marine o di montagna: a 600/1000 metri di quota le stesse piante liberano i pollini circa un mese più tardi rispetto alla pianura.
Una attenzione particolare meritano i nostri occhi che come specchio dell'ambiente circostante, sono facile preda di forme di congiuntivite allergica scatenata dal contatto con i pollini: meglio quindi usare gli occhiali e non le lenti a contatto per evitare fastidiosi fenomeni di irritazione e proteggere i nostri occhi.

 

 

S.O.S. POLLINE: IL CALENDARIO DEI POLLINI

 

 

Gli allergeni entrano in contatto con l'organismo soprattutto attraverso l'aria respirata. I più comuni e noti sono i pollini delle piante e delle erbe presenti nell'aria da metà gennaio a fine settembre. Tra le principali specie, causa di "nuovi" fenomeni allergici troviamo: ambrosia, artemisia, betulla, cipresso, graminacee, nocciolo, olivo e parietaria. Un valido aiuto per la prevenzione consiste nel consultare il calendario pollinico e il bollettino della densità pollinica forniti ogni anno dall'Associazione italiana di Aerobiologia. Questa, a seconda delle varie zone d'Italia e dei periodi mensili, rileva nell'aria le diverse concentrazioni dei 16 pollini più allergizzanti.

 

 

 

 

 

 

 

I sintomi più comuni sono i seguenti:

- Sintomi nasali: starnuti ripetuti, secrezioni acquose nasali, naso chiuso, prurito.

- Sintomi oculari: prurito, arrossamento, gonfiore, lacrimazione, fastidio alla luce.

- Sintomi respiratori: senso di mancanza d'aria, tosse di origine irritativa, respiro affannoso e accorciato.

- Sintomi cutanei: prurito, gonfiori, arrossamenti, ponfi.

- Stanchezza.

- Irritabilità.

I sintomi possono associati in modo vario, nelle situazioni più gravi, o singolarmente, soprattutto in quelle persone che presentano allergie stagionali da molti anni. è importante ricordare gli "allergeni da casa", presenti ovviamente nel corso di tutto l'anno, che danno gli stessi sintomi di quelli stagionali. Essi sono:

- Prodotti che si trovano sulla desquamazione della cute di animali presenti nelle nostre case come cani, gatti, uccelli, conigli, cavie.

- L'acaro che vive negli ambienti polverosi e umidi, specialmente nei materassi di lana, nei tappeti e nelle moquette ed è causa ricorrente di congiuntivite allergica.

 

 

"AUSTRALIANA" IN AZIONE ... SAREBBE STATO ESSENZIALE VACCINARSI IN TEMPO

 

Immagine da: http://www.mauriziosabatino.altervista.org/

 

Ogni anno colpisce da trecento milioni a un miliardo di persone nel mondo, di cui tre - cinque milioni sono casi gravi e 250-500 mila i decessi; nella Ue le vite perse variano da 40 mila a 220 mila e quest'anno è arrivata una pandemia dovuta alla circolazione di tre virus completamente nuovi rispetto a quelli della stagione precedente, tanto che per la prima volta l'Oms ha deciso di modificare il vaccino in tutte le sue tre componenti. Sarebbe stato indispensabile quest'anno, dunque, vaccinarsi in tempo. è un monito pressante: in Italia ogni anno l'influenza causa tra i 7.500 e gli 8.500 decessi e circa mille di questi 8.500 decessi sono dovuti alla polmonite da influenza, mentre gli altri sono riconducibili a cause diverse, sempre correlate alla stagione influenzale. è dunque indispensabile per le categorie a rischio - gli over 65, i bambini di età superiore a 6 mesi, le persone affette da diabete o malattie cardiovascolari - vaccinarsi ogni anno.

Quest'anno "c'è una grossa novità - esordisce Giancarlo Icardi, responsabile del Dipartimento di igiene dell'Università di Genova - circoleranno tre virus influenzali completamente nuovi rispetto a quelli della stagione precedente, tanto che l'Oms ha deciso di modificare il vaccino in tutte le sue tre componenti". Il vaccino antinfluenzale è trivalente, è cioè costituito da tre tipi di virus influenzali: il tipo A-H3, l'A-H1 e il B. Quando il vaccino viene modificato "in genere - spiega Icardi - se ne sostituisce un ceppo, al massimo due. Quest'anno invece il vaccino sarà composto da due ceppi Brisbane e dal ceppo Florida, per quanto riguarda il B". è in arrivo infatti un nuovo ceppo A-H3N2 isolato a Brisbane che è stato il principale responsabile di un aumento dei casi di influenza stagionale in Australia nel 2007 pari a tre volte rispetto agli ultimi cinque anni. Le previsioni sono che il nuovo A-H3N2 potrà colpire l'Europa e causare una grave epidemia influenzale: per questo l'Oms ne ha raccomandato l'introduzione nel vaccino di quest'anno, oltre ovviamente a spingere i Paesi membri a sollecitare, soprattutto nelle categorie a rischio, la vaccinazione preventiva. "Purtroppo in Italia il livello di vaccinazione è ancora basso - aggiunge Icardi, - solo un italiano su quattro si è vaccinato contro l'influenza nella stagione 2006-2007, evidenziando così una copertura vaccinale solamente nel 20 per cento circa della popolazione".

Un livello estremamente basso rispetto a quel 75 per cento, il target minimo, fissato dall'Oms per i Paesi membri, fino a raggiungere l'ottimale del 95 per cento. In Italia, non essendoci dati disponibili sulle categorie a rischio, "si proietta il dato di copertura della popolazione generale - precisa Icardi - che parla di un venti per cento circa: una copertura insufficiente anche riferita alle popolazioni target, vale a dire i soggetti che indipendentemente dall'età hanno patologie che li pongono a maggior rischio di sviluppare le complicanze dell'influenza, come diabete e malattie cardiovascolari". La strategia, insomma, è quella che gli specialisti definiscono "strategia di controllo" con la quale ridurre il rischio di malattia, di ospedalizzazione e di morte nei soggetti a rischio e anche ridurre i costi connessi alla morbosità e alla mortalità. Oltre al nuovo ceppo virale, la ricerca sta facendo sì che il vaccino possa essere somministrato per via intradermica oltre che alla classica via intramuscolare. In attesa comunque del picco della possibile pandemia, gli esperti hanno formulato un decalogo per una corretta vaccinazione e definito alcuni consigli antiinfluenza: se si è un soggetto a rischio, eseguire la vaccinazione tra metà ottobre e fine dicembre; evitare ambienti chiusi e sovraffollati; non fumare.

 

(Fonte: AGI Salute - 2008)

 

 

 

I FALSI MITI DELLA SALUTE

 

IMMAGINE DA: http://mikelacrazy.spaces.live.com/blog/

 

Frutta in grandi quantità, acqua, esercizio fisico ... e dovremmo stare bene e in forma. E invece ...

 

1- FRUTTA E VERDURA FANNO BENE ALL'INTESTINO PIGRO

Se si tratta di una stipsi cronica non solo non fanno bene, ma possono anche peggiorare l situazione. In alcuni casi infatti le fibre si accumulano nell'intestino provocando dolori e gonfiore addominale.

2- PASTA E PANE FANNO INGRASSARE

è sempre una questione di quantità. I carboidrati non devono mai mancare in un corretto regime alimentare, anche se si è a dieta, e devono costituire il 50% circa delle calorie introdotte giornalmente. Se viene a mancare questa riserva di zuccheri (i carboidrati sono zuccheri complessi) l'organismo deve trovare le energie da altre parti. Inoltre, se non si mangiano passa e pane, si abbassa troppo il tasso glicemico e può scattare la voglia di zucchero. E magari ci si butta sui dolci, molto più calorici di un piatto di pasta condito senza troppi grassi.

3- QUANDO SI è A DIETA MEGLIO UN'INSALATONA A PRANZO

Una porzione di sole verdure contiene troppe poche calorie ed espone al rischio che a metà pomeriggio venga una fame da lupo, soddisfatta con snack fuori pasto dannosi per la linea. Anche chi resiste indenne al pomeriggio, però, finisce per eccedere a cena, quando invece bisognerebbe tenersi più leggeri perché la sera l'organismo brucia meno.

4- SALTARE IL PRANZO FA DIMAGRIRE

è uno degli errori più grandi che si possa fare. Quando non si mangia infatti il metabolismo rallenta e così l'organismo non brucia più calorie ma le accumula. Per mantenere attivo il metabolismo è necessario fare 5 pasti al giorno, tra pasti principali (colazione, pranzo e cena) e spuntini (a metà mattina e a metà pomeriggio).

5- PESARSI OGNI GIORNO

è un'abitudine inutile che a volte diventa una vera ossessione. Il peso infatti non dipende solo dall'alimentazione ma anche da altri fattori, ad esempio quelli ormonali. Per verificare davvero i risultati della dieta, i medici suggeriscono di pesarsi una volta a settimana. Se poi ad esempio, state andando in palestra, anche se siete a dieta il vostro peso potrebbe salire. Questo non vuol dire che abbiate messo grasso, anzi è probabile che il grasso sia diminuito ma sia aumentata la massa muscolare, più pesante.

6- GLI SPINACI SONO RICCHI DI FERRO

Non ne hanno più di tante altre verdure. Tutto è nato nel 1980 quando alcuni nutrizionisti americani pubblicarono il contenuto di ferro negli ortaggi. Quando toccò agli spinaci, per un errore di stampa, una virgola al posto sbagliato, si attribuì agli spinaci una quantità di ferro superiore di 10 volte quella reale.

7- L'ACQUA FRIZZANTE FA DIGERIRE

L'anidride carbonica con cui è addizionata l'acqua frizzante non ha alcuna proprietà digestiva. Le bollicine dilatano lo stomaco e favoriscono l'espulsione del gas, ma questo non significa digerire.

8- BERE TANTO AIUTA A COMBATTERE LA RITENZIONE

In realtà quello che causa la ritenzione idrica, e di conseguenza la cellulite, è la quantità di sali e zuccheri che introduciamo con l'alimentazione. Questi due elementi infatti attirano e trattengono l'acqua. Bere tanto e spesso senza controllare zuccheri e sali che si mangiano non serve a eliminare la "buccia d'arancia".

9- FARE TANTI ADDOMINALI AIUTA A ELIMINARE LA PANCETTA

Gli esercizi addominali non eliminano i tessuti adiposi, cioè lo strato di grasso, ma tonificano quello che sta sotto, i muscoli. Il risultato quindi, anche dopo mesi di addominali, a volte è che non solo l'odiosa pancetta non se ne è andata, ma sembra persino più sporgente, spinta in avanti da muscoli più tonici.

10- LA FRUTTA NON FA INGRASSARE

La frutta è senza dubbio meno calorica e più sana di tanti altri spuntini, ma contiene comunque zuccheri e calorie. E non solo banane, fichi e cachi, come spesso si crede. Ricordatevi che 4-5 frutti hanno complessivamente le stesse calorie di un piatto di pasta, ma saziano di meno.

 

 

 

TELEFONI CELLULARI, RADIAZIONI E RIPERCUSSIONI SULLA SALUTE

(Newsletter di Pagine Mediche.it - 2 dicembre 2008)

 

Il nostro cervello viene quotidianamente bombardato da onde elettromagnetiche provenienti dai telefoni cellulari e da altri dispositivi senza fili. Fanno male oppure no?

I risultati sono controversi e la scienza continua a tenere i telefonini sotto stretta osservazione per verificare se il loro utilizzo possa causare danni al cervello. Intanto, sono state accertate alcune condizioni in cui il cellulare effettivamente interferisce con la nostra salute: l'attività dei telefonini crea problemi ai portatori di pacemaker, ad esempio, così come sembra "eccitare" il sistema nervoso, creando problemi al sonno e alla concentrazione.

 

 

TELEFONI CELLULARI, RADIAZIONI E RIPERCUSSIONI SULLA SALUTE

 

 

Il telefono cellulare provoca un forte campo elettromagnetico proprio all'altezza del cervello causando, dopo una lunga conversazione, un aumento di uno o due gradi della temperatura dell'encefalo, con ripercussioni sulla salute non ancora ben chiarite.

 

Il telefono cellulare fa male al cervello? La scienza si interroga tra colpevolisti e innocentisti

Il nostro cervello viene continuamente bombardato da onde elettromagnetiche provenienti da dispositivi senza fili. Dal telefono cellulare al cordless, fino all'I-Phone che la Apple si appresta a lanciare sul mercato e che è già oggetto di allarme da parte di Greenpeace per il suo contenuto di sostanze tossiche: la scienza continua a osservare, sotto la lente di ingrandimento, i più comuni strumenti senza fili per verificare se il loro utilizzo possa causare danni al cervello. Fino a qualche tempo fa i risultati delle ricerche erano confortanti: l'uso del cellulare non sembrava collegato ad un aumento del rischio di tumore al cervello. A smuovere le acque è stato, nei giorni scorsi, uno studio svedese condotto da due ricercatori dell'Università di Orebro e Umea che hanno riesaminato undici ricerche condotte negli anni scorsi per verificare se l'uso decennale di cellulari e cordless potesse aumentare il rischio di tumore al cervello.

Il risultato è stato davvero impressionante e ha suscitato un vortice di opinioni e critiche da tutto il mondo scientifico e non solo. Secondo la ricerca, infatti, utilizzare il telefono cellulare un'ora al giorno per dieci anni aumenta il rischio di sviluppare il GLIOMA del 30% e il NEUROMA ACUSTICO del 20%. Gli scienziati svedesi ne sono certi: non si tratta di un allarme ingiustificato ma di una realtà, visto che il tempo minimo perché si possa studiare lo sviluppo di un tumore è proprio dieci anni e le ricerche condotte prima di questo anniversario sarebbero da considerarsi incomplete. In altre parole, l'uso del cellulare si è diffuso circa dieci anni fa e in questo decennio il cellulare è diventato uno strumento utilizzato da milioni di persone ogni giorno: per questo motivo uno studio serio che indagasse sui rischi dell'utilizzo del cellulare poteva essere condotto solo adesso.
Lennart Hardell e Kjell Hansson non avrebbero dubbi, quindi: basterebbe un'ora al giorno di uso del cellulare per dieci anni per veder salire significativamente il rischio di sviluppare un tumore e sarebbe sufficiente anche meno di un'ora se si poggia il telefono sempre sullo stesso orecchio.
Come fare a utilizzare il cellulare limitando al massimo i rischi per la salute? Hardell consiglia di utilizzare poco il cellulare e comunque sempre con l'auricolare, di evitare di parlare per ore al telefono cellulare, di preferire l'apparecchio fisso e di impedire l'utilizzo del cellulare ai bambini.


I risultati di questo studio, che sono stati pubblicati sulla rivista Occupational Environmental Medicine, sono in netta contrapposizione con quelli che aveva ottenuto un recente gruppo di ricerca promosso dal MTHR (Mobile Telecommunication and Health Research): per gli studiosi britannici l'uso di cellulari non era associabile ad alcun reale danno biologico anche se Latrie Challis, presidente di MTHR, aveva spiegato che solo alcuni dei soggetti coinvolti nello studio utilizzavano i cellulari da dieci anni e che, quindi, anche le loro ricerche sarebbero proseguite per studiare realmente gli effetti del cellulare sul cervello dopo un utilizzo almeno decennale.

 

Gettano acqua sul fuoco gli esperti riuniti a Roma nei giorni scorsi in occasione del convegno su campi elettromagnetici e salute organizzato dal consorzio Elettra 2000: secondo Anders Ahlbom del Karolinska Institutet di Stoccolma, migliaia di ricerche condotte in tutto il mondo negli ultimi anni e finanziate con 250 milioni di dollari non hanno dimostrato alcuna evidenza certa di rischio.


Anche gli italiani hanno analizzato gli effetti dell'uso del cellulare sul cervello
: una ricerca, pubblicata sugli Annals of Neurology e condotta dagli studiosi dell'IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, in collaborazione con quelli dell'Ospedale S. Giovanni Calibita-Fatebenefratelli, della Facoltà di Psicologia della Sapienza e della Clinica Neurologica all'Università Campus Bio-Medico di Roma, ha dimostrato che le onde elettromagnetiche emesse dai telefonini eccitano il cervello e in particolare la corteccia cerebrale.

 

La problematica relativa al possibile rapporto tra utilizzo dei telefonini e aumentato rischio di tumori non ha una chiave di lettura univoca.
Lo studio approfondito dei numerosi studi pubblicati non permette conclusioni inoppugnabili né da parte degli "innocentisti " né da parte dei "colpevolisti", anche perché, dal punto di vista strettamente statistico, non c'è alcun tipo di evidenza.

C'è, innanzi tutto, un problema temporale: sono relativamente ancora pochi gli anni trascorsi dall'inizio diffuso ed intensivo dell'utilizzo dei cellulari e, quindi, non è possibile escludere danni in senso oncologico che, per definizione, richiedono tempi biologici lunghi. L'altra variabile è quella legata al fatto che negli ultimi anni c'è stata, in contemporanea all'incrementato uso dei telefoni cellulari, una esplosione di fonti, casalinghe e non, di onde elettromagnetiche (forni, cordless, asciugacapelli ...).

Ultima considerazione: il peso ingombrante degli interessi economici rende in questi casi molto difficile la vita alla ricerca indipendente.

 

Conclusione

Come in tanti campi della Medicina vale il consiglio della prudenza; usare con moderazione e raziocinio le fonti di onde elettromagnetiche, conducendo una vita il più possibile ... a misura d'uomo.

 

 

CELLULARI E RADIAZIONI

 


Fanno male oppure no? C'è chi ne limita l'uso per paura e chi ne fa un uso smodato, magari per lavoro. C'è chi dice che favoriscono l'insorgenza di tumori e chi crede che sia una "leggenda metropolitana". Eppure, nonostante il possibile rischio di malattia, i telefonini hanno avuto un vero e proprio boom in Italia negli ultimi anni, tanto che siamo la nazione con il tasso di cellulari pro capite più alto in Europa. Inoltre, negli ultimi due anni, si è consolidata una moda poco salutare: i cellulari vengono utilizzati già ad una età in cui i danni pare siano più gravi, cioè quella dei bambini delle elementari. E questi bambini non usano il telefonino dei genitori, ma ne hanno uno proprio. Ma perché i cellulari potrebbero fare male?

Le radiazioni

Gli apparecchi cellulari emettono delle radiazioni, o microonde radio, che si espandono in orizzontale dal telefono verso tutto quello che c'è attorno. Più si è vicini all'apparecchio, ovviamente, maggiore è l'intensità di queste onde. Queste radiazioni sono dette non ionizzanti, cioè sono al di sotto del milione di GHz (Giga Hertz, cioè un miliardo di Hertz). Inoltre, si tratta di radiazioni ad alta frequenza, come quelle delle antenne della televisione e della radio. Il rischio maggiore legato a questo tipo di onde è quello dell'innalzamento della temperatura, che può arrecare danno ai tessuti circostanti. La batteria, invece, emana onde di bassa frequenza e la sua pericolosità dipende strettamente dall'intensità di queste onde. Le stesse onde vengono emanate soprattutto dalla rete di distribuzione dell'energia elettrica; chi abita nei pressi di installazioni di questo tipo rischia parecchio. C'è, infatti, una maggiore incidenza di malattie tipo sclerosi multipla, morbo di Alzheimer, tumore al seno, leucemia, tumore al cervello.

Cosa succede?
In pratica, pare che queste microonde riescano a neutralizzare la barriera ematoencefalica lasciando passare tossine verso il cervello. Si possono distinguere gli effetti delle radiazioni sull'uomo in conseguenze a breve e lungo termine. Quelle a breve termine sono essenzialmente legate allo sviluppo di calore (riscontrabile anche telefonando: infatti, restando parecchio tempo a telefono si può notare un riscaldamento dell'orecchio e della parte del cranio corrispondente), che, se il cellulare viene utilizzato per brevi periodi e non troppo spesso, potrebbe effettivamente essere innocuo. Le conseguenze a lungo termine, invece, non sono state ancora accertate in forma scientifica poiché non esiste una casistica su cui basare gli assunti. Pare, comunque, che le parti più esposte siano, a parte il cervello, gli occhi, con lo sviluppo del melanoma uveale, ed il nervo acustico, sollecitato troppo a lungo.

Sono davvero pericolosi?
Intanto, ci sono occasioni e condizioni in cui il cellulare effettivamente interferisce o danneggia l'uomo. Per esempio, i portatori di pacemaker non possono assolutamente sostare in prossimità di cellulari poiché la loro attività interferisce con quella dei pacemaker. È stata anche osservata una maggiore elettricità cerebrale durante l'uso del cellulare: l'elettroencefalogramma registra picchi e curve che durano fino a 24 ore successive allo spegnimento dello stesso. Altro danno probabile: l'effetto del calore sviluppato dal cellulare potrebbe alterare i tessuti oculari favorendo il glaucoma. In automobile, poi, oltre a provocare incidenti a causa della distrazione per parlare o per comporre il numero, pare che possa anche interferire con la strumentazione digitale, provocando l'inserimento di ABS o l'apertura di airbag improvvisamente e quando non è necessario.

Cosa fare?

Innanzitutto, teneteli alla larga di bambini ed adolescenti; non solo la minore estensione corporea facilita la penetrazione delle onde, ma sono persone in pieno sviluppo e, quindi, potrebbero averne i danni maggiori. Quando utilizzate il cellulare, fatelo per un periodo breve e preferite sempre l'utilizzo dell'auricolare, in modo da tenere il telefono lontano dal corpo e, soprattutto, non vicinissimo alla testa. Quando potete farne a meno, non accendetelo proprio. Evitate di portarlo nella giacca, soprattutto nella tasca interna sinistra, perché può provocare interferenze con il ritmo cardiaco. Per correttezza, spegnetelo in presenza di portatori di pacemaker, ma anche nei ristoranti, nei teatri e cinema e, in generale, nei locali pubblici, dove il cellulare emette più potenza per essere in grado di collegarsi alla rete.
Un'ultima accortezza: fate attenzione anche ai telefoni cordless che avete in casa; anche quelli emettono onde magnetiche ed accrescono l'elettrosmog presente nelle vostre case.

 

L'INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO IN CASA

 


L'uomo è stato sempre circondato da invisibili campi di forza di origine naturale: il campo magnetico della terra, del sole, le scariche elettriche che si propagano durante i temporali, e persino la luce ed il calore possono essere definiti campi elettromagnetici.
Mentre questi campi sono innocui per l'organismo umano, l'inquinamento elettromagnetico (elettrosmog) è rappresentato dall'alterazione di questo livello naturale. Il problema sollevato in questi ultimi anni viene dal fatto che, con lo sviluppo tecnologico, il normale livello di emissione elettromagnetica si è innalzato così tanto da diventare una minaccia per la salute.
nelle zone ad alta concentrazione umana la presenza di campi elettromagnetici nocivi è molto alta, e attualmente non si sa ancora con certezza cosa questo comporti sull'uomo e sull'ambiente a breve come a lungo termine.

L'elettrosmog e la salute
Secondo recenti studi, l'esposizione dell'organismo umano a una fonte di campi elettromagnetici (ad alta o bassa frequenza) può causare una serie di disturbi, cronici o acuti, a carico del sistema uditivo (disfunzioni, ronzii e rumori anomali nell'orecchio), dell'occhio (irritazione o alterazione del cristallino) e del sistema riproduttivo maschile (riduzione nella produzione degli spermatozoi e calo del desiderio). L'Istituto Superiore della Sanità parla addirittura di una correlazione tra sovraesposizione ai campi magnetici e insorgenza della leucemia infantile. Sono attualmente allo studio, infatti, casi di tumore insorti in persone che abitavano vicino ad installazioni radar.
Da ciò si può intuire quanto sia importante limitare al minimo la propria esposizione ai campi magnetici.

L'elettrosmog in casa
La casa dovrebbe essere un rifugio, il luogo del riposo e del benessere. Molto spesso non è così: l'inquinamento (di ogni genere: dell'aria, acustico ...) raggiunge anche le mura domestiche, inficiando tutte le attività di relax e rigenerazione necessarie per una vita sana, come ad esempio il sonno e l'alimentazione.
L'elettrosmog è molto frequente nelle case moderne, ed è dovuto a due fattori principali:

1- fattori esogeni: la casa si trova vicino (meno di 2 km) a linee elettriche ad alta tensione, impianti radar ad alta potenza, ripetitori (televisivi, radiofonici o di telefonia mobile) e stazioni di alimentazione elettrica per le ferrovie e le case

2- fattori endogeni: l'impianto elettrico della casa (e degli apparecchi in essa presenti) non è adeguatamente schermato.

Nello scegliere una casa nuova, fare attenzione a questa distanza di sicurezza dalle grandi fonti di emissione elettromagnetica.

Consigli per la casa

  • Chiedere al proprio elettricista di collocare in tutto l'impianto elettrico degli interruttori speciali, che inibiscono il passaggio di corrente quando non è richiesta, specialmente nelle camere da letto

  • acquistare soltanto apparecchi elettrici a norma CE

  • non collocare tutti gli elettrodomestici e le apparecchiature elettriche in un'unica stanza: si creerebbe una dannosa concentrazione di elettromagnetismo

  • evitare che i soggetti sensibili (bambini e anziani) stiano troppo vicini agli elettrodomestici in funzione, fonte di eccellenza delle emissioni elettromagnetiche domestiche

  • ridurre al minimo i tempi di effettiva esposizione ad un'apparecchiatura elettrica (forno, computer ...)

  • attenzione agli asciugacapelli e ai rasoi elettrici: emettono un elevato campo elettromagnetico, soprattutto a breve distanza, per cui sarebbe consigliabile utilizzarli per il minor tempo possibile.

 

 

INTOLLERANZA AL LATTOSIO

 

 

Il latte vaccino è stato considerato per lungo tempo una fonte di disturbi gastrici e di altri problemi tra cui l'orticaria (formazione di acne su diverse parti del corpo). Questi disturbi erano dovuti sia all'intolleranza al lattosio che a forme allergiche verso le proteine del latte. Intolleranza al lattosio e allergia alle proteine del latte possono manifestarsi anche nei neonati per i quali il latte è la prima fonte di proteine, nonché una fonte molto importante di nutrienti; essendo tale, il latte non può essere eliminato dalla loro alimentazione.
L'intolleranza al lattosio è l'incapacità a digerire una quantità significativa di lattosio, il principale zucchero del latte. Questa incapacità è causata dalla mancanza della lattasi, un enzima prodotto, normalmente, dalle cellule del piccolo intestino. La lattasi degrada lo zucchero del latte in composti più semplici che passano nel sangue. Una quantità di lattasi insufficiente a digerire il lattosio, anche se non comporta alcun pericolo, potrebbe essere causa di stati di stress. Tutte le persone con una deficienza dell'enzima lattasi, pur essendo intolleranti al lattosio, possono anche non manifestare i sintomi.
I sintomi più comuni sono nausea, crampi, gonfiori, gas e diarrea che inizia dopo circa 30 minuti - 2 ore dal consumo di lattosio. La gravità dei sintomi dipende dalla quantità di lattosio tollerata da ciascun individuo.
Sono ben note le cause dell'intolleranza al lattosio. Per esempio, diverse malattie dell'apparato digerente o lesioni del piccolo intestino possono ridurre la produzione di enzimi. Solo in casi rari i bambini nascono senza la capacità di produrre lattasi. Per la maggior parte delle persone la deficienza dell'enzima lattasi è una condizione che si sviluppa nel tempo in modo naturale. Già a partire dall'età di 2 anni il corpo inizia a produrre meno lattasi, anche se molti individui potrebbero non manifestare i sintomi prima del raggiungimento dell'età adulta.
Mentre molte persone di discendenza nord-europea producono, attraverso il fegato, quantità sufficienti di lattasi, tra gli individui del Medio Oriente, dell'India e parte dell'Africa sono molto comuni casi di deficienza all'enzima. Circa il 70% degli adulti hanno una certa propensione all'intolleranza al lattosio. In molti paesi dell'Europa la deficienza all'enzima lattasi è presenta in circa il 5% della popolazione bianca e in percentuale molto più ampia tra le altre etnie.
La quantità di latte e di prodotti caseari che causa intolleranza varia ampiamente tra gli individui. Nei casi in cui l'attività della lattasi intestinale è particolarmente bassa, gli possono bere un bicchiere di latte senza manifestare alcun problema. I formaggi a pasta dura, con bassa percentuale di lattosio, e prodotti caseari fermentati come lo yogurt, sono generalmente ben tollerati. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui prodotti con fermenti lattici come lo yogurt sono ampiamente consumati in parti del mondo dove la deficienza alla lattasi è comune.


Diagnosi
I test comunemente usati per misurare l'assorbimento del lattosio da parte dell'apparato digerente sono: il test di tolleranza al lattosio, il test di respirazione ed il test di acidità delle feci. Questi vengono tutti eseguiti in ospedale, clinica o ambulatorio medico su pazienti di base esterni.
Il test di tolleranza al lattosio viene eseguito su individui posti a digiuno. Prima del test l'individuo deve bere un liquido con del lattosio. Diversi campioni di sangue vengono poi dopo un circa 2 ore al fine di misurare il livello di glucosio nel sangue (zuccheri nel sangue) che indica la capacità del corpo a digerire il lattosio.
Normalmente, quanto il lattosio raggiunge l'apparato digerente, viene scisso a glucosio e galattosio dall'enzima lattasi.
Successivamente, il fegato trasforma il galattosio in glucosio il quale, entrando nel flusso sanguigno, innalza il livello di glucosio del sangue di una persona. Se il lattosio viene completamente scisso, il livello di glucosio non aumenta ed il che conferma una diagnosi per l'intolleranza al lattosio.
Con l'ausilio del test della respirazione viene invece misurata la quantità di idrogeno presente nel respiro di una persona. Normalmente, viene rilevata soltanto una piccolissima quantità di idrogeno. Tuttavia, il lattosio non digerito viene fermentato dai batteri nel colon dove si formano vari gas tra cui l'idrogeno. L'idrogeno viene assorbito dall'intestino, attraverso il sangue trasportano ai polmoni e qui esalato. Nel test, il paziente assume una bevanda piena di lattosio, dopo di che il suo respiro viene analizzato ad intervalli regolari. Un aumento del livello di idrogeno nel respiro indica un'impropria digestione di lattosio. Alcuni cibi, cure mediche e sigarette possono influire
sull'esattezza del test e, quindi, dovrebbero essere evitati prima di farlo. Il test è eseguito sui bambini ed adulti.


Contenuto di lattosio nel latte
Il latte degli animali contiene lattosio. Il latte di soia, che appare come un succo, non contiene lattosio. Tuttavia, esso contiene zuccheri che qualche volta possono causare sintomi simili all'intolleranza al lattosio.
A meno che le persone non presentano un'allergia al latte vaccino, coloro che sono intolleranti al lattosio dovrebbero evitare di bere tutti i tipi di latte. L'uso di latte di capra non riduce i sintomi.


Lattosio nascosto
Anche se il latte ed i prodotti lattiero - caseari sono l'unica fonte naturale, il lattosio viene spesso aggiunto ai cibi preparati. Le persone con una tolleranza al lattosio molto bassa dovrebbero conoscere i prodotti alimentari che potrebbero contenere anche una piccola quantità di lattosio come: pane ed altri prodotti da forno, cornflakes per prima colazione, patate precotte, minestre, bevande per prima colazione, margarina, carne, condimenti per insalate, caramelle ed altri snack, preparati per frittelle, biscotti e dolci, carne tritata, integratori.

Alcuni prodotti etichettati come "non caseari", come ad esempio la crema in polvere per caffè, potrebbero anche contenere ingredienti derivati dal latte e quindi lattosio.
I consumatori hanno preso l'abitudine di leggere attentamente le etichette e di controllare non solo la presenza di latte e lattosio tra gli ingredienti, ma anche il contenuto di siero, cagliata, prodotti secondari del latte, latte in polvere senza grassi. Se uno di questi ingredienti sono presenti sull'etichetta, significa che il prodotto contiene lattosio.
Inoltre, il lattosio è usato come principio base per circa il 20% di farmaci prescrivibili e circa il 6% per quelli non prescrivibili. Anche molti tipi di pillole anticoncezionali e tavolette contro l'acidità di stomaco e formazione di gas contengono del lattosio. Comunque, questi prodotti hanno effetto solo su coloro che soffrono di gravi forme di intolleranza al lattosio.
 

Da:

Fonte: www.food-info.net

 

 

CELIACHIA E SPORT

 

 

La celiachia è una malattia cronica causata dall'intolleranza al "glutine", una proteina contenuta in molti cereali. Oggi la percentuale di popolazione mondiale che è a conoscenza di tale patologia e del quadro clinico che la caratterizza è molto più elevata rispetto agli anni '80, in cui furono diagnosticati i primi casi. Ciò è dovuto non solo ad un aumento del numero di casi, ma anche ad un maggior numero di persone che effettua test diagnostici, e ad una maggiore precisione nelle metodiche diagnostiche.

Nei soggetti intolleranti il glutine opera  un'azione tossica sulle cellule della parete intestinale, alterandone profondamente struttura e funzionalità. In effetti nel corpo si innesca una risposta immunitaria diretta contro componenti antigeniche presenti sul glutine stesso, con una serie di gravi  sintomi.

Nella maggior parte dei casi si verifica una drastica riduzione dell' assorbimento delle componenti nutritive dagli alimenti, e questa mal nutrizione – nel caso di uno sportivo – diventa una grave patologia. Inoltre bisogna sottolineare che la celiachia si può manifestare nei bambini generalmente entro i due anni di età e negli adulti prediligendo il sesso femminile e con un picco di insorgenza tra i 30 ed i 40 anni.

I sintomi più evidenti sono diarrea copiosa con scariche frequenti, spesso associata a dolori addominali e vomito, perdita di peso e rallentamento della crescita. Nei bambini i sintomi sono più marcati. Negli adolescenti e negli adulti la sintomatologia può essere più blanda, con assenza di diarrea. In questi soggetti l'attenzione va posta su scompensi ed anomalie quali anemia da carenza di ferro, stanchezza permanente, afte, gonfiori a gambe e palpebre, disomogeneità nello smalto dei denti e piccoli sanguinamenti cutanei.

 

 

Negli ultimi anni la ricerca ha fatto grossi passi in avanti e notizie incoraggianti arrivano dal campo della biotecnologia; secondo un lavoro pubblicato sul Journal of Immunology (Rossi M., Maurano F., Luongo D. – Istituto di Scienze dell'Alimentazione, CNR, Avellino, Italy) si è visto che i processi infiammatori causati dalla reazione al glutine da parte dei linfociti intestinali sono attenuati dalla produzione, da parte di cellule regolatorie, di una citochina ad azione antiinfiammatoria quale l'interleuchina 10. Quindi in futuro tale molecola potrebbe essere inserita in cocktail terapeutici per una migliore gestione o risoluzione di casi anche in ambito sportivo.

Secondo un altro studio pubblicato su Chemistry and Biology (Chaitan Khosla – Università di Stanford, California), la scomposizione delle molecole allergeniche le rende più digeribili e tollerabili; a tal proposito è stato sintetizzato un enzima che modifica l'enzima deputato al catabolismo del glutine, rendendolo per l'appunto più digeribile e tollerante, senza tra l'altro alterarne le proprietà nutritive.

Per uno sportivo la celiachia diventa ancora più gravosa. Infatti, come è stato già accennato, si verifica un ridotto assorbimento di elementi importanti quali ferro, calcio, magnesio, cloro, di vitamine quali acido folico e vit. B12, inoltre le frequenti e copiose scariche diarroiche determinano disidratazione del soggetto e perdita ulteriore di altre importanti componenti nutritive. Molte vitamine e minerali entrano nella composizione di enzimi coinvolti nel metabolismo energetico, costituiscono cofattori energetici o costituiscono cofattori energetici (catalizzatori) che velocizzano le reazioni enzimatiche. In un soggetto che pratica sport queste deficienze vitaminiche e minerali vanno fortemente ad incidere sul rendimento nella prestazione sportiva, soprattutto se si tratta di un atleta professionista o che pratichi agonismo. Infatti il metabolismo energetico e la fase di costruzione di  muscolo ex novo o di ripristino della massa muscolare perduta (rispettivamente durante le fasi "anabolica" e "catabolica"), che sono stimolati in seguito ad uno sforzo muscolare, necessitano di un apporto molto più elevato di tali componenti rispetto a soggetti che non praticano sport.

Infine, non è da sottovalutare, la componente acqua, visto che le frequenti scariche diarroiche determinano una ingente perdita di liquidi; infatti l'atleta ha bisogno di introdurre quantità di acqua decisamente più elevate rispetto ad un soggetto sedentario, per raffreddare i muscoli in contrazione, per conservare adeguati equilibri acido-base (funzionali ad una più efficiente attività degli enzimi coinvolti nel metabolismo energetico), e per tenere alto il rapporto massa muscolare costruita/massa muscolare persa (poiché il muscolo è costituito in grosse percentuali da acqua e, quindi perdite di acqua vanno ad influire sia sulla perdita che sull'acquisizione della massa muscolare).

 

 

In sintesi possiamo dire che per un atleta celiaco, all'obbligo di seguire un prontuario nella scelta degli alimenti, si aggiunge la necessita di seguire un regime alimentare equilibrato ed eventualmente un'integrazione al fine di determinare un quadro fisiologico che sia funzionale ad un rendimento massimale.

 

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INTOLLERANZE ALIMENTARI

 

 

ALLENARE IL CERVELLO RENDE PIù INTELLIGENTI

(Fonte: UNIVADIS)

 

ADN KRONOS - SALUTE

 

Roma, 6 giugno 2008 - Più intelligenti grazie a un allenamento "ad hoc"

Proprio come i muscoli, l'intelligenza aumenta grazie all'esercizio. E se fino a poco tempo fa si credeva che il QI (quoziente d'intelligenza) dei piccoli Einstein fosse fissato alla nascita, una nuova ricerca condotta da Susanne Jaeggi e Martin Buschkuel dell'Università del Michigan (Ann Arbor, Usa) suggerisce che le cose non stanno proprio così. E che almeno un aspetto del nostro QI può essere accresciuto allenando un certo tipo di memoria, quella detta "di lavoro". La maggior parte dei test svela - QI cerca di misurare due tipi di intelligenza, quella cristallizzata e quella fluida. La prima sfrutta conoscenze ed esperienza per risolvere i problemi, grazie alle informazioni recuperate negli archivi della memoria a lungo termine. La seconda, invece, indica l'abilità di comprendere le relazioni tra concetti, indipendentemente dalle conoscenze precedenti, per risolvere nuovi problemi.

Lo studio mostra che proprio questa "fetta" del QI può essere allargata, con un allenamento mirato della memoria di lavoro. "Quando si tratta di aumentare l'intelligenza, molti ricercatori hanno pensato che non fosse possibile - dice Jaeggi - I nostri dati chiaramente mostrano che non è così. Il cervello, infatti, è più plastico di quanto noi stessi pensassimo".

I ricercatori, insieme al collega Walter Perrig dell'Università di Berna (Svizzera), hanno pensato che se l'intelligenza cristallizzata lavora sulla memoria a lungo termine, quella fluida sfrutta le memoria a breve termine o di lavoro, che viene rievocata in modo più accurato. Si tratta del tipo di memoria che sfruttiamo per ricordare un numero di telefono da utilizzare per fare una chiamata, o un indirizzo mail, ma solo per poco tempo. Insomma, per manipolare e usare informazioni che vengono solo brevemente accumulate nella nostra mente. Per svelare i segreti dell'intelligenza, i ricercatori hanno arruolato quattro gruppi di volontari, allenando la loro memoria di lavoro con un complesso sistema di test, che sfrutta stimoli visivi e uditivi. Le "cavie umane" hanno eseguito mezz'ora di allenamento al giorno per 8, 12, 17 o 19 giorni. Poi, dopo ogni fase di allenamento, i ricercatori hanno monitorato l'intelligenza fluida dei partecipanti, confrontandola con quella di alcuni gruppi di controllo che non si erano allenati.

"I nostri risultati chiaramente mostrano che l'allenamento di un certo tipo di memoria si trasferisce all'intelligenza fluida", dice Jaeggi. Non solo. "Le persone con un punteggio più basso di intelligenza fluida prima dei test, potrebbero beneficiare in modo particolare dell'allenamento".

E alla fine l'aumento dell'intelligenza fluida ottenuto con l'esercizio, può migliorare anche il QI generale di una persona. Un elemento importante, ricordano i ricercatori, per determinare il successo negli studi, la performance sul lavoro e i progressi di carriera.

 

RITA LEVI MONTALCINI - Foto by: http://incontrocanto.splinder.com/post/10569646

Starà allenando il suo cervello ...?

(Rita Levi Montalcini - by controc@nto )

 

 

RIPOSARE, DORMIRE: IL LETTO ... O ALTRO?

Luigi Perali

 

Riposare, dormire: il letto ... o altro?

 

Quando ci sentiamo stanchi dopo una lunga camminata basta una sedia per far riposare le gambe: ma se ci sentiamo spossati dopo una attività fisica prolungata allora sogniamo il letto per sdraiarci, per poter riposare e dormire.

Eppure il letto non si dimostra il posto migliore per recuperare le forze a giudicare almeno dal numero delle volte che dobbiamo cambiare di posizione durante il sonno e dal dolore alla schiena e al collo che spesso ci affligge al risveglio.

Il letto sembra adatto per tutto tranne che per dormire.

 

IL COMFORT NELLA POSIZIONE SUPINA

Per analizzare gli effetti della forza di gravità (FG) sui muscoli scheletrici di una persona in posizione supina prendiamo in esame un materasso virtuale con la superficie duro-elastica e disposto orizzontalmente.

Per ottenere una sensazione di comfort oggettiva, condivisibile cioè dalla quasi totalità delle persone sane, è necessario equilibrare la FG affinché la muscolatura scheletrica riduca al minimo il suo dispendio energetico.

Poiché il lavoro muscolare può esser misurato mediante la formula del lavoro di una forza ( LF= F x S (Spostamento)= F x P1P2 x coseno α (ove la direzione della forza determina il valore di coseno α e di conseguenza il valore del Lavoro della Forza) ricaviamo che nella posizione supina il lavoro dei muscoli del tronco è massimo e che dunque per equilibrare la FG è necessario un giaciglio: ma il giaciglio di per sé non basta perché, in analogia a quanto succede alla muscolatura del tronco nella posizione seduta (1), è necessario sostenere la lordosi lombare con un supporto sagomato in maniera appropriata al fine di ridurre ulteriormente il lavoro muscolare. Infatti, nella posizione supina, la FG, agendo ortogonalmente al corpo, fa flettere verso il basso la lordosi lombare mettendo di conseguenza in tensione i legamenti e i muscoli di quel tratto di schiena.

Anche il lavoro dei muscoli del collo diventa massimo nella posizione supina.

Invece, nella posizione eretta il lavoro muscolare per mantenere in equilibrio la testa è minore di quello dei muscoli del tronco perché l'arco cervicale, nonostante sia composto da 7 vertebre invece di 5, ha raggio (cm 1.5) ed altezza minori di quello lombare: inoltre sostiene un peso minore rispetto a quello complessivo della tratto lombare e la testa appare meglio centrata sul collo.

La colonna cervicale pertanto si flette per effetto della FG poiché si trova sospesa, per così dire, fra la T1 e la C1 (l'atlante) che fa da fulcro e l'occipite che rappresenta la resistenza (fig. 1); in tal modo la testa ruota di alcuni gradi in senso antiorario, i muscoli del collo e della nuca si mettono in tensione (fig. 2) provocando il dolore cervicale al risveglio.

 

Figura 1

 

Figura 2

 

Da ultimo, dobbiamo menzionare il tono dei muscoli scheletrici che è sempre presente durante il sonno. Esso è il risultato dell'attività di piccoli fasci di fibre dei muscoli scheletrici, che entrano alternativamente in tensione isometrica per contrastare la FG e mantenere pronta la muscolatura a mettersi in azione in caso di necessità, analogamente al circuito "stand by" dell'apparecchio TV: ma il dispendio di energia per mantenere i muscoli scheletrici all'erta durante il sonno è minimo e perciò trascurabile.

RIMEDI: IL MATERASSO, DURO O SOFFICE?

Per quanto detto sopra, per equilibrare correttamente la FG il materasso dovrebbe avere in teoria due supporti incorporati o liberi sulla sua superficie; uno per la lordosi lombare e l'altro per la lordosi cervicale.

Giustamente non esistono materassi con i supporti incorporati perché la distanza relativa fra le lordosi lombare e cervicale varia da persona a persona, come anche variano frequentemente le posizioni di questi tratti vertebrali sul materasso durante il sonno.

Esistono però dei materassi in materiale plastico (schiuma, lattice) in grado di assumere la conformazione del corpo e quindi, teoricamente, di sostenere in estensione entrambe le lordosi nella posizione supina.

Poiché nella posizione seduta il raggio della lordosi lombare è in media di cm 2.5, sia il materasso in materiale plastico o il supporto libero sul materasso a superficie rigida, dovrebbero mantenere stabilmente la curvatura lombare in estensione con quel raggio anche nella posizione supina al fine di evitare la tensione dei muscoli dorsali.

In commercio esistono dei supporti lombari da letto, gonfiabili a bocca o che possono esser riempiti d'acqua; essi trovano indicazione prevalentemente in situazioni patologiche, come per esempio nei casi di lombalgie di diversa natura ma che, grazie alla loro versatilità, potrebbero essere usati comunemente.

Vorrei sottolineare infine che è indispensabile che i supporti disposti liberamente sul materasso poggino su una superficie rigida perché altrimenti non potrebbero esercitare costantemente la contro pressione nel tratto della colonna vertebrale interessata.

Non a caso, ancora oggi è usanza popolare mettere una tavola di legno sotto il materasso di coloro che soffrono di mal di schiena; vista la diffusione del rimedio, qualche beneficio è possibile che ne risulti.

Verosimilmente, la superficie rigida del materasso impedirebbe la flessione della lordosi lombare, la distensione massima dei muscoli e dei legamenti dorsali e quindi il loro affaticamento, prevenendo così il dolore lombare anche senza l'ausilio di un supporto.

Per quanto riguarda il sostegno del collo nella posizione supina, da sempre esiste il cuscino.

Dobbiamo notare però che la colonna cervicale non si può giovare della rigidità della superficie del materasso poiché si trova "sospesa" fra T1-C1 e l'occipite; perciò è consigliabile usare sempre un cuscino sagomato per evitare l'insorgenza dei dolori al collo.

Da alcuni anni si trovano in commercio dei cuscini in lattice o in schiuma opportunamente disegnati proprio per sostenere la lordosi cervicale (fig. 3). Questi cuscini, nella posizione supina e orizzontale, funzionano egregiamente.

In mancanza di dati sperimentali favorevoli, non si può affermare che la plasticità del materasso in schiuma o in lattice è in grado di impedire la flessione del tratto lombare nella posizione supina prolungata: proprio la loro plasticità fa propendere per il no e perciò, fin quando le ricerche sperimentali non daranno risultati certi, il materasso a superficie duro-elastica sembra funzionare meglio perché è in grado al meno di ridurre l'affaticamento dei muscoli dorsali.

Ma a complicare ulteriormente il problema del comfort durante il sonno e quindi a far passare in secondo piano la scelta fra il materasso rigido o soffice, interviene un altro fattore: la circolazione sanguigna arteriolare cutanea.

 

Figura 3

 

RUOLO DELLA FG SULLE ARTERIOLE CUTANEE

Il valore della pressione vigente nelle arteriole della cute fu misurata nel secolo scorso (1930) e risultò essere in media di mmHg 32/cm2 in individui sani (2).

Nel secolo scorso fu misurata anche la contro pressione esercitata sul microcircolo periferico da materassi di varia natura: essa risultò essere superiore ai mm Hg 32/cm2 in tutti i casi (2, tab.II, pag. 3) e sorprendentemente, quella del materasso ad acqua era la più alta di tutte (mmHg/cm2 = 58).

Poiché il valore della contro pressione del materasso ad acqua riportato nella tabella è di molto superiore a quello che si può calcolare con il principio di Pascal, è lecito dubitare della validità del metodo di misura utilizzato da quei ricercatori e quindi dei risultati da loro ottenuti.

I valori massimi riportati in tabella sarebbero cioè in assoluto inattendibili: escludendo ovviamente il valore massimo di contro pressione esercitato dal materasso ad acqua, i valori assoluti massimi riscontrati negli altri supporti esaminati potrebbero conservare una certa validità solo se confrontati fra di loro.

Secondo il principio di Pascal, il peso del corpo su un materasso ad acqua si distribuisce in maniera uniforme su tutta la superficie cutanea dorsale perché l'acqua è incompressibile; si può calcolare quindi che un materasso ad acqua esercita una contro pressione di mmHg/cm2 = 6, pari ad un quinto della pressione arteriolare cutanea (mmHg/cm2=32) (2, pag. 2).

Questo spiega perché è estremamente improbabile che sull'acqua si producano piaghe da decubito e perché il materasso ad acqua è il mezzo migliore per la prevenzione e il trattamento delle piaghe da decubito.

Contro l'attendibilità dei dati riportati nella tabella n. 2 del lavoro citato, entra in campo non solo il principio di Pascal ma anche l'esperienza dei medici della mia età che ricordano la validità dei materassi ad acqua nella prevenzione e nel trattamento delle piaghe da decubito.

I materassi ad acqua andarono in disuso solo perché erano ingombranti e difficili da impiegare.

A mio avviso dunque, l'esigenza di evitare l'ischemia delle parti prominenti del corpo è il fattore principale che costringe coloro che riposano a cambiare di posizione più volte sul giaciglio.

Se un individuo giovane e sano giacesse immobile supino per un tempo prolungato si potrebbero sviluppare delle piaghe da decubito prima in corrispondenza dei suoi glutei e successivamente, dei calcagni, dei gomiti e delle scapole, cioè in quelle zone ristrette sulle quali grava principalmente il peso del corpo.

La necessità di cambiare posizione frequentemente per evitare la rapida formazione di piaghe diviene ancora più evidente nelle persone anziane in cattive condizioni generali o con problemi cardiocircolatori, situazioni in cui la pressione nel microcircolo diminuisce.

I materassi in lattice o di altro materiale, esercitano certamente una contro pressione superiore a quelli ad acqua, per non parlare di quelli ad aria che hanno bisogno di una struttura cellulare interna complicata e di compressori computerizzati che hanno lo scopo di gonfiare alternativamente le celle del materasso e quindi di scaricare di volta in volta il peso corporeo su zone cutanee differenti.

I materassi ad aria più sofisticati funzionano abbastanza bene ma hanno un costo elevatissimo ed altri inconvenienti che non giustificano il loro prevalente impiego attuale negli Istituti di Cura (2, pag. 3).

Il materasso ad acqua dunque sicuramente elimina la necessità di cambiare la posizione dovuta alla ischemia cutanea: non è però in grado di sostenere le lordosi vertebrali e di evitare quindi i dolori dei tratti lombare e cervicale. Pertanto neanche il materasso ad acqua rappresenta la soluzione ideale per rendere il sonno tranquillo.

Possiamo concludere dunque che allo stato attuale non esiste il materasso ideale in grado di contrastare contemporaneamente gli effetti combinati della FG sui muscoli del tronco e del collo e sulla circolazione arteriolare cutanea.

... CHE ALTRO?

In attesa che la tecnologia renda disponibile a prezzi accettabili il materasso ideale, cosa estremamente improbabile, ci conviene cercare la soluzione in una direzione diversa.

Il problema del riposo e del sonno tranquillo diventa risolvibile se, rompendo con gli schemi tradizionali, pensiamo di far dormire la persona in posizione seduta.

La condizione essenziale è che il sedile sia disegnato correttamente, con il supporto dorso lombare avanzato, opportunamente inclinato, in modo che possa sostenere la schiena dritta (1).

Se analizziamo gli effetti della posizione seduta sul microcircolo troviamo che, cominciando dal basso, le gambe sono sostenute dai piedi e non dai soli talloni: le cosce e i glutei dal sedile: il peso della parte superiore del corpo grava sui glutei e parte delle cosce, cioè su superfici più grandi rispetto a quelle interessate nella posizione supina: inoltre, il sedile potrebbe esser ricoperto da un cuscino ad acqua, maneggevole per le dimensioni limitate ed il peso scarso (3-4 Kg), al fine di preservare la microcircolazione cutanea delle persone anziane e/o ammalate.

Per quanto riguarda il lavoro dei muscoli del tronco, già di per sé minimo in posizione verticale, viene ulteriormente diminuito dal supporto lombo-dorsale correttamente posizionato e - possibilmente - regolabile in altezza (1) (3).

Rimarrebbe da ultimo la necessità di sostenere il capo: il problema può esser risolto facilmente aggiungendo un poggiatesta al sedile.

Come si vede, nella posizione seduta è possibile risolvere contemporaneamente il compito di minimizzare il lavoro muscolare e quello di evitare l'ischemia dei glutei e delle cosce. Il flusso ematico nel microcircolo cutaneo di questi distretti può esser favorito inoltre scegliendo l'imbottitura più idonea da applicare al sedile.

Per le persone anziane costrette alla posizione seduta prolungata c'è, come è stato già detto, il cuscino ad acqua da posizionare sul sedile.

 

COMMENTO

Le riflessioni precedenti ci indurrebbero a concludere che si potrebbe sostituire la poltrona al letto per riposare e dormire bene. La conclusione di per sé è giusta; tuttavia sarebbe stolto pensare di eliminare in futuro il letto dal momento che esso ha altre funzioni vitali da assolvere.

Per quanto riguarda la scelta del materasso, ritengo che anche in avvenire si dovrebbe preferire il materasso a superficie duro-elastica in quanto appare capace di sostenere, seppure parzialmente, il tratto lombare della colonna vertebrale.

Se dunque è vero che per dormire bene ci vuole una poltrona, si possono individuare dei settori commerciali che si gioverebbero moltissimo dello sviluppo di modelli innovativi di "poltrone da sonno" progettati secondo criteri ergonomici corretti e con caratteristiche estetiche tali da armonizzarli agli ambienti per i quali sono disegnati.

Mi riferisco in modo particolare al settore sanitario e a quello dei trasporti con i treni, gli aerei e i pullman che percorrono lunghe distanze di notte: ma a questi possiamo aggiungere l'ambiente domestico dove siamo soliti approfittare dei pochi minuti di pausa disponibili per appisolarci sulla poltrona prediletta.

Negli Istituti di Cura, l'esigenza di posizionare correttamente il paziente sul letto è nota da tempo, tanto è vero che il letto da ospedale si articola in sezioni mobili con lo scopo di riprodurre la posizione seduta.

Mentre è estremamente difficile trasformare il letto in poltrona, è possibile invece, a mio avviso, disegnare una "poltrona da ospedale" secondo criteri ergonomici corretti sì da renderla ottimale per la postura del paziente e complementare al letto.

Ne trarrebbero grande giovamento i pazienti affetti da malattie cardiache e polmonari, dato che nella posizione seduta corretta i volumi polmonari sarebbero uguali a quelli che si hanno nella posizione in piedi, come pure altre persone con affezioni meno critiche ma altrettanto tormentose, come ad esempio il reflusso gastro-esofageo che è molto improbabile possa verificarsi quando il tronco è in posizione eretta.

Nel settore dei trasporti, il vantaggio di avere sedili ergonomicamente corretti si tradurrebbe prima di tutto nel comfort del viaggiatore e poi nel guadagno di spazio, dato che il sedile potrebbe essere ridotto in lunghezza - in generale 40 cm sono sufficienti (3, pag. 2) - e lo schienale dovrebbe rimanere posizionato a 90 gradi.

Infine, è possibile che il sedile costi di meno giacché potrebbero essere eliminati alcuni meccanismi come ad esempio quello per reclinare lo schienale.

 

CONCLUSIONI

Abbiamo visto che i materassi di vario tipo disponibili sul mercato non sono in grado di assicurare il riposo e il sonno ottimali per la presenza di più fattori negativi da dover fronteggiare contemporaneamente.

La poltrona invece appare essere più adatta allo scopo, purché progettata con il poggiatesta e soprattutto secondo criteri ergonomici corretti.

Così si profila la possibilità di innovare il mercato delle poltrone nei settori indicati e che si possa in futuro riposare e dormire serenamente.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Perali L., 1998: Ergonomia della sedia (accessibile on line su www.katedra.it)

  2. Perali L., 2005: Prevenzione delle lesioni da decubito: acqua o aria? (accessibile on line su www.katedra.it)

  3. Redfern S, et al., 1973: Local pressures with ten types of patient-support system - pp. 277-280, Aug 11, The Lancet.

  4. Perali L., 2003: Ergonomia della poltroncina da ufficio (accessibile on line su www.katedra.it)

 

IMMAGINE TRATTA DA: www.bytesubit.net/imm/poltrona.jpg

Poltrona Frau
Poltrona Vanity Fair - 1936

 

 

CAFFè E ANZIANI, POCHE TAZZE AL GIORNO PER UNA MENTE PIù FRESCA

(Fonte: Bollettino d'informazione sui farmaci - Anno XIV - N. 4 2007)

 

 

Il consumo di caffeina è stato associato ad un rischio inferiore di malattia di Alzheimer

 

Il caffè rappresenta, insieme all'acqua e al tè, una delle bevande più consumate al mondo. Gran parte degli occidentali inizia la loro giornata con una tazza di caffè.

Grazie al contenuto di caffeina, il caffè è un noto stimolante [1], e migliora la funzione cognitiva [2]. Oltre a questi effetti a breve termine, la caffeina può avere anche effetti benefici a lungo termine sulla funzione cerebrale [3]. Sebbene alcuni studi presentino risultati inconsistenti circa l'effetto della caffeina sulla funzione cognitiva [4], vi sono in letteratura studi cross‑sectional che, al contrario, forniscono evidenze a sostegno dell'associazione tra il consumo di caffeina [5], o di caffè [6], e il miglioramento della funzione cognitiva. Una possibile spiegazione potrebbe essere che la caffeina entra in circolo nel sangue e agisce quale antagonista dei recettori dell'adenosina A2a nel cervello, che di conseguenza stimola i neuroni colinergici [1].

Questi neuroni proteggono contro la neurotossicità indotta da ß‑amiloidi, che sono precursori del declino cognitivo [7]. Se il consumo di caffè ritarda effettivamente il declino cognitivo, ciò ha delle forti implicazioni di salute pubblica dato che il declino cognitivo è molto comune negli anziani.

A questo proposito, uno studio europeo, al quale ha preso parte anche l'Istituto Superiore di Sanità, ha analizzato, nel corso di 10 anni, l'associazione tra consumo di Caffè e declino cognitivo negli uomini anziani di Finlandia, Italia e Paesi Bassi. Si tratta dello studio di coorte prospettico FINE [8] (Finland, Italy, and the Netherlands Elderly), di cui presentiamo una sintesi.

L'analisi è stata condotta seguendo per 10 anni 676 uomini sani nati tra il 1900 e il 1920 provenienti da Finlandia, Italia, e Olanda. Gli esami sono stati effettuati tra il 1990 e il 2000. Si trattava dei sopravissuti della coorte del Seven Counties Study esaminata per la prima volta nel 1960 che all'epoca era costituita da persone di età compresa tra 40 e 59 anni. La funzione cognitiva è stata valutata utilizzando il test Mini-Mental State Examination.

Il punteggio assegnato variava da 0 a 30 punti; il punteggio più alto indicava una migliore capacità cognitiva. Il consumo di caffè è stato stimato in tazze per giorno. È stato impiegato un modello longitudinale misto per studiare l'associazione tra consumo di caffè alla linea di base e il declino cognitivo nel corso di 10 anni. Sono stati fatti aggiustamenti multipli. I modelli sono stati aggiustati per le possibili variabili di confondimento: età, nazione di provenienza, educazione, fumo, alcol e attività fisica.

La tabella I mostra le caratteristiche di consumatori e non consumatori di caffè in Finlandia, Italia e Paesi Bassi. Nel complesso, non ci sono differenze sostanziali tra le caratteristiche dei consumatori e dei non consumatori dei tre diversi paesi. Tuttavia, si nota che i consumatori di caffè italiani tendono ad essere fisicamente più attivi rispetto ai non consumatori italiani (tabella I).

Alla linea base, aggiustando per i possibili confondenti, la funzione cognitiva non variava tra coloro che consumavano e coloro che non consumavano caffè. Tuttavia, nel corso di 10 anni, gli uomini che consumavano caffè presentavano un declino cognitivo di 1.2 punti e gli uomini che non consumavano caffè presentavano un declino addizionale di 1.4 punti (P<0,001). È stata osservata anche l'associazione tra il numero di tazze di caffè consumate e il declino cognitivo (tabella II): il minore declino è stato osservato con un consumo di 3 tazze di caffè al giorno (0.6 punti). Questo declino è stato 4.3 volte inferiore rispetto al declino dei non consumatori (P<0,001) (tabella II).

Il caffè è una delle maggiori fonti di caffeina: una tazza di caffè ne contiene circa 85 mg, quasi due volte la caffeina contenuta nel tè (circa 45 mg). La caffeina sembra essere il principale componente del caffè responsabile dell'associazione inversa tra consumo di caffè e declino cognitivo. Il consumo di caffeina è stato associato ad un rischio inferiore di malattia d'Alzheimer [3] e può migliorare le funzioni cognitive come memoria, apprendimento, controllo e stato d'animo.

 

Tabella I ‑ Caratteristiche selezionate della popolazione in studio alla linea di base,

stratificate per paese e consumo di caffè (n=676)

Caratteristiche

Finlandia

Olanda

Italia

 

Non

Consumatori

(n=10)

Consumatori

(n=91)

Valore Pa

Non

Consumatori

(n=16)

Consumatori

(n=320)

Valore Pa

Non

Consumatori

(n=119)

Consumatori

(n=120)

Valore Pa

Demografiche

- Età [media (s.d.), anni] 75.9 (5.2) 74.9 (4.4) 0.50 75.7 (5.1) 75.7 (4.3) 0.99 77.4 (4.0) 76.7 (3.5) 0.16
- Educazione [media (s.d.), anni] 5.0 (2.9) 4.0 (2.5) 0.24 11.0 (2.5) 10.3 (4.3) 0.33 4.8 (2.7) 5.1 (2.5) 0.50
- BMI [media (s.d.), kg/m2] 28.3 (4.3) 26.1 (3.9) 0.10 25.4 (2.9) 25.8 (3.0) 0.63 25.9 (3.6) 26.5 (3.6) 0.17

Stile di vita

- Fumatori (%) 0 (0) 10 (11) 0.59 2 (13) 75 (23) 0.31 18 (15) 26 (22) 0.19
- Consumatori di alcol (%) 9 (90) 77 (85) 1.00 10 (63) 242 (76) 0.24 99 (83) 95 (79) 0.43
- Attività fisica nel tempo libero [media (s.d.), min/sett] 910 (1652) 622 (575) 0.60 609 (223) 636 (544) 0.35 698 (732) 883 (791) 0.063

Funzione cognitiva

- Punteggio MMSE non aggiustato [media (s.d.)] 25.3 (3.9) 25.4 (3.1) 0.90 26.9 (2.2) 26.4 (2.3) 0.35 24.9 (2.9) 24.9 (2.7) 0.94
- Punteggio MMSE aggiustato [media (s.e.)]b 25.1 (0.93) 25.5 (0.30) 0.69 26.7 (0.52) 26.4 (0.12) 0.53 25.0 (0.23) 24.8 (0.23) 0.48

Abbreviazioni: MMSE, Mini-mental State Examination; s.d. deviazione standard; s.e. errore standard.

a P-value per differenza tra consumatori e non consumatori di caffè basato su t-test, X2 test, test esatto di Fisher e analisi della co-varianza.

b Modelli oqqiiustati per età (continua), stato di provenienza, educazione (continua), abitudine al fummo (sì/no), consumo di alcol (sì/no), e attività fisica (sì/no).

 

Tabella II ‑ Caratteristiche della popolazione in studio secondo categorie di consumo di caffè

Caratteristiche

Categorie di consumo giornaliero di caffè

Valore Pa

 

0 tazze

(n=145)

1 tazza

(n=133)

2 tazze

(n=107)

3 tazze

(n=105)

4 tazze

(n=85)

>4 tazze

(n=101)

 

Paese

Finlandia 10 1 13 14 34 29  
Italia 119 85 23 10 0 2
Olanda 16 47 71 81 51 70

Demografiche

- Età [media

(s.d.), anni]

77.2 (0.4)

77.1 (0.4)

75.7 (0.4)

75.6 (0.4)

75.2 (0.5)

74.8 (0.4)

<0.0001

- Educazione

[media (s.d.), anni]

6.6 (0.3)

6.9 (0.3)

8.4 (0.3)

8.5 (0.4)

7.6 (0.4)

7.7 (0.4)

<0.0001

- BMI

[media (s.d.), kg/m2]

25.9 (0.3)

26.2 (0.3)

25.7 (0.3)

25.8 (0.3)

26.2 (0.4)

26.1 (0.3)

0.90

Stile di vita

- Fumatori (%) 16 17 19 16 18 33 0.001
- Consumatori di alcol (%) 60 75 84 76 77 81 0.79
- Attività fisica nel tempo libero [media (s.d.), min/sett] 689 (56) 687 (57) 681 (64) 717 (65) 658 (72) 718 (66) 0.97

Funzione cognitiva

- Punteggio MMSE non aggiustato [media (s.d.)] 25.3 (0.2) 25.1 (0.2) 26.0 (0.3) 26.1 (0.3) 26.0 (0.3) 26.2 (0.3) <0.0001
- Punteggio MMSE aggiustato [media (s.e.)]b 25.7 (0.2) 25.4 (0.2) 25.7 (0.2) 25.8 (0.2) 25.8 (0.3) 26.0 (0.2) 0.20

Abbreviazioni: MMSE, Mini-mental State Examination; s.d. deviazione standard; s.e. errore standard.

a P-value per differenza tra consumatori e non consumatori di caffè basato su t-test, X2 test, test esatto di Fisher e analisi della co-varianza.

b Modelli oqqiiustati per età (continua), stato di provenienza, educazione (continua), abitudine al fummo (sì/no), consumo di alcol (sì/no), e attività fisica (sì/no).

 

Oltre alla caffeina, il caffè contiene molte altre sostanze, come il magnesio e gli acidi fenolici, dei quali l'acido clorogenico è quello presente in maggiore quantità [9]. Il consumo di caffè aumenta le proprietà antiossidanti nel plasma [10, 11], le quali forniscono un effetto protettivo contro i radicali liberi che causano danni ossidativi ai neuroni [12].

 

Conclusioni

 

Lo studio mostra che negli anziani il consumo di caffè è stato associato ad un declino cognitivo inferiore rispetto ai non consumatori. Consumare 3 tazze di caffè per giorno corrisponde al declino cognitivo minore. Dati il consumo mondiale di caffè, l'aumento della popolazione anziana e il declino cognitivo ad essa associato, i risultati dello studio potrebbero avere importanti implicazioni di salute pubblica se confermate da ulteriori studi prospettici.

 

Bibliografia

  1. Fredholm BB, Battig K, Holmen J, Nehliq A, Zvartau EE: Actions of caffeine in the brain with special reference to factors that contribute to its widespread use. Pharmacol Rev 1999; 51: 83‑133.

  2. Liebermann HR, Tharion WJ, Shukitt‑Hale B, Speckman KL, Tulley R: Effects of caffeine, sleep loss, and stress on cognitive performance and mood during US Navy SEAL training. Sea‑Air‑Land. Psychopharmacoloqy 2002; 164: 250‑61.

  3. Maia L, de Mendonca A: Does caffeine intake protect from Alzheimer's disease? Eur J Neurol 2002; 9: 377‑82.

  4. Smith A: Effects of caffeine on human behaviour. Food Chem Toxicol 2002; 40: 1243‑55.

  5. Riedel WJ, Jolles J: Cognition enhancers in age‑related cognitive decline. Drugs Aging 1996; 8: 245‑74.

  6. Jarvis MJ: Does caffeine intake enhance absolute levels of cognitive performance? Psychopharmacoloqy 1993; 110: 45‑52.

  7. Dall'lqna OP, Porciundula LO, Souza DO, Cunha RA, Lara DR: Neuroprotection by caffeine and adenosine A2a receptor blockade of beta-amyloid neurotoxicity. Br J Pharmacol 2003; 138: 1207‑9.

  8. van Gelder BM, Buijsse B, Tijhuis M, et al: Coffee consumption is inversely associated with cognitive decline in elderly European men: the FINE Study. Eur J Clin Nutr 2007; 61: 226‑32.

  9. Nardini M, Cirillo E, Natella F, Scaccini C: Absorption of phenolic acid in humans after coffee consumption. J Agric Food Chem 2002; 5O: 5735‑41.

  10. Natella F, Nardini M, Giannetti I, Dattilo C, Scaccini C: Coffee drinking influences plasma antioxidant capacity in humans. J Agric Food Chem 2002; 50: 6211‑6.

  11. Svilaas A, Sakhi AK, Andersen LF, et al: Intakes of antioxidants in coffee, wine, and vegelables are correla­ted with plasma carotenoids in humans. J Nutr 2004; 134: 562‑7.

  12. Christen Y: Oxidative stress and Alzheimer disease. Am J Clin Nutr 2000; 71: 621S‑9S.

 

 

FARMACI EQUIVALENTI E CORRETTO USO DEI FARMACI

La prima campagna di comunicazione ai cittadini dell'AIFA

 

USA BENE I FARMACI - Leggi l'Opuscolo SCARICA L'OPUSCOLO PER LA STAMPA

 

Ha preso avvio e proseguirà per tutto il 2007 la prima campagna di comunicazione promossa dall'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dal titolo Usa bene i farmaci. Farmaci equivalenti, un vantaggio per tutti. La campagna, che si inserisce fra le attività di comunicazione istituzionale dell'Agenzia volte alla diffusione di un'informazione corretta e indipendente per orientare i cittadini ad un uso consapevole e responsabile dei medicinali, persegue due obiettivi principali: restituire al farmaco equivalente la propria identità, evidenziandone la pari efficacia, qualità e sicurezza rispetto alle specialità corrispondenti "di marca"; promuovere un uso appropriato dei farmaci, relativamente alla loro prescrizione, consumo e conservazione.

La campagna è rivolta a tutti i cittadini, con particolare riguardo alle donne, in quanto punti di riferimento nella famiglia per l'acquisto, la somministrazione e lo smaltimento dei farmaci; e agli anziani, poiché più esposti a problemi di salute e quindi maggiori consumatori di medicinali.

 

Gli strumenti

Un opuscolo informativo, in distribuzione presso gli studi medici, le farmacie e in occasione di eventi sul territorio, illustra i messaggi della campagna attraverso un linguaggio chiaro e divulgativo. In esso sono contenute indicazioni sintetiche sui comportamenti più opportuni da adottare nell'assunzione dei medicinali, su quali informazioni è bene fornire al medico e al farmacista e quali domande rivolgere loro per ridurre i possibili rischi legati ad interazioni tra farmaci e per acquisire maggiore consapevolezza sulle terapie farmacologiche cui si è sottopo­ti. Sono poi descritte le caratteristiche dei farmaci equivalenti, dei quali viene sottolineata la bioequivalenza e la pari qualità e sicurezza rispetto ai corrispondenti farmaci "griffati". Viene, inoltre, rimarcata l'importanza del risparmio generato dal consumo di farmaci equivalenti, venduti ad un costo inferiore di almeno il 20% rispetto ai medicinali di marca, che consente al Servizio Sanitario Nazionale di dispensare gratuitamente un numero sempre maggiore di farmaci innovativi e per la cura di malattie gravi e croniche.

Presso le farmacie e gli studi medici sono poi esposte le locandine che riprendono i temi e i visual della campagna, riportati anche su due Camper itineranti che toccheranno le principali località italiane. Un gadget "porta‑ricette" per contenere e conservare certificati e prescrizioni sarà inoltre distribuito negli studi medici.

 

 

In partnership con la RAI, sono poi previsti spazi redazionali con interventi di esperti selezionati dall'AIFA all'interno di alcune trasmissioni delle reti televisive e radiofoniche dell'emittente nazionale, e la messa in onda di tre pillole filmate, che raccontano scene di vita quotidiana per dare concreta rappresentazione ai singoli messaggi.

Un sito ad hoc (www.usabeneifarmaci.rai.it ) sulla campagna, accessibile dal portale Rainet, rende poi disponibili i contenuti principali e il materiale multimediale, insieme ad un test ori line per verificare le conoscenze degli utenti sui farmaci equivalenti e sul corretto uso dei medicinali.

I contenuti, gli obiettivi e i materiali divulgativi e multimediali della campagna sono disponibili anche nella sezione dedicata sul sito AIFA (www.agenziafarmaco.it ).

Infine, attraverso il numero verde AIFA 800 571661 i cittadini che lo desiderano possono ricevere aggiornamenti e delucidazioni sulla lista dei farmaci equivalenti disponibili e su tutti gli aspetti legati all'uso dei medicinali.

 

www.agenziafarmaco.it

NUMERO VERDE

800-571661

 

La campagna è stata realizzata con il coinvolgimento di una pluralità di attori: tutte le iniziative, infatti, sono state progettate in collaborazione sia con alcune associazioni di medici (Simg, Fimmg) e di farmacisti (Federfarma, Assofarm), in considerazione dei ruolo che svolgono nella prescrizione e dispensazione dei medicinali e dei rapporto diretto che instaurano con i pazienti, sia con associazioni di Consumatori (Altroconsumo, Cittadinanzattiva, Codacons, Federconsumatori, Federanziani, Movimento Consumatori), che grazie alla foro presenza capillare sul territorio raggiungono i cittadini mediante iniziative ed eventi seminariali e formativi a livello locale.

 

 

 

 

LE AFLATOSSINE

Marco Piumetti

 

 

Che cosa sono le Aflatossine?

Le aflatossine sono un gruppo di micotossine estremamente tossiche, mutagene e cancerogene che si trovano prevalentemente sui vegetali e sono prodotte principalmente da due funghi. Il più diffuso è l'Aspergillus flavus, presente in zone con clima caldo umido, che è in grado di produrre le aflatossine di tipo B, mentre l'Aspergillus parasiticus, che ha un'estensione più limitata, è in grado di  produrre aflatossine di tipo B e G.

 

L'aflatossina B1 ed i suoi danni 

L'aflatossina  di tipo B1 (AFB1) è la più diffusa e presenta un'elevata tossicità. Essa, infatti, è stata inserita nel gruppo 1 dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro che considera le aflatossine come sicuramente cancerogene per l'uomo. L'AFB1 è un epatocancerogeno, attivo per ingestione, altamente potente. Da alcune ricerche è emerso che all'inalazione dell'AFB1 (contenuta per esempio nella polvere del grano) si associa un aumento dell'incidenza del tumore al polmone.

I risultati degli studi epidemiologici, inoltre, indicano che con l'esposizione contemporanea all'AFB1 ed al virus dell'epatite B si amplifica di circa 60 volte il rischio di contrarre l'epatocarcinoma.

 

Come causano il danno

L'azione dannosa che si produce per effetto delle aflatossine nasce dai suoi epossiderivati elettrofili che, essendo molto reattivi, tendono a legarsi covalentemente con il DNA epatico e polmonare.

L'AFB1 causa, inoltre, delle mutazioni del gene p53 il più importante gene soppressore dei tumori. Uno studio condotto in Cina su oltre 18000 persone ha evidenziato l'incremento del rischio di cancro al fegato nei soggetti che presentavano la presenza di metaboliti di aflatossine nelle urine. Nella Figura sottostante è riportata sia L'AFB1 sia il suo metabolita AFM1 prodotto a livello epatico.

 

 

Aflatossina AFB1

Metabolita AFM1

 

Quali sono le principali vie di esposizione umana?

L'esposizione umana all'AFB1 avviene principalmente attraverso il consumo di mais e arachidi pistacchi, mandole, fichi secchi e alcune spezie (peperoncino). L'accumulo di AFB1 nelle carni animali è trascurabile mentre il metabolita prodotto a livello epatico (l'AFM1) lo si trova nelle urine e nel latte; tale metabolita presenta, tuttavia, una cancerogenicità  inferiore rispetto all'AFB1.

La quantità di metabolita AFM1 presente nel latte dipende ovviamente dalla quantità di AFB1 presente nei foraggi destinati agli animali. Tra i foraggi che possono essere maggiormente contaminati si trovano il mais, i semi di cotone, le farine di soia, di girasole e di lino.

 

Quali sono le condizioni climatiche che favoriscono il proliferare delle aflatossine? 

Il clima caldo ed umido favorisce lo sviluppo di aflatossine sui vegetali nei campi mentre per quanto riguarda lo stoccaggio in magazzini tali micotossine proliferano in condizioni di grande umidità delle materie prime ed assenza di ventilazione.

 

Esistono dei limiti di tollerabilità? 

La comunità Europea ha stabilito come valori massimi ammissibili per AFB1 (nei diversi alimenti destinati agli animali lattiferi) 5 ppb e un limite massimo tollerabile di AFM1 nel latte pari a 0,05 ppb. Per quanto riguarda invece i limiti di tollerabilità umana esistono delle stime ottenute da dati epidemiologici, tuttavia è bene considerare che qualunque dose giornaliera può essere dannosa per l'uomo e quindi i limiti delle aflatossine vanno fissati al livello più basso possibile.

 

Per la prevenzione della contaminazione

  • Ridurre  gli stress alle piante. Parassiti, clima caldo e umido, assenza di acqua, concimazione inadeguata favoriscono il proliferare delle aflatossine

  • Essiccare rapidamente dopo la raccolta dei prodotti

  • Mantenere le condizioni di essicamento durante lo stoccaggio dei prodotti

  • Conservare i prodotti umidi a basse temperature ed in atmosfera controllata

Sono inoltre possibili vari interventi chimici, fisici o biologici sugli alimenti per poter assicurare la decontaminazione.

 

 

AUTISMO: PARLARE DI "RECUPERO"

Steve Edelson (Direttore dell'Autism Research Institute)

 

AUTISM RESEARCH INSTITUTE

 

C'è una linea di divisione emergente nella comunità dell'autismo: un'idea che definisca quella che è la nostra convinzione sulla vita con la malattia.
L'autismo, dicono le persone da una parte della linea, è un disordine del neurosviluppo che dura tutta la vita con una prognosi infausta. è ereditario, minimamente trattabile e per tutta la vita.
"Ereditario, minimamente trattabile, per tutta la vita ..." I genitori ed i medici dall'altra parte della linea diffidano di questo modo di esprimersi, usando invece una parola nuova nel lessico dell'autismo, una singola parola che in quattro sillabe solleva un grande dibattito: recupero. Sempre più genitori scelgono questo lato della linea con tanti bambini che ritornano a noi dal misterioso mondo dell'autismo.
Il Dr. Bernard Rimland ha lavorato ininterrottamente per identificare trattamenti biomedici e comportamentali efficaci per l'autismo e li ha fatti conoscere a tutti coloro che volevano eliminare questa devastante malattia dalla faccia della terra. Anche il nome scelto per il suo progetto Defeat Autism Now! (DAN!) si riallaccia al suo profondo desiderio di sconfiggere l'autismo e di farlo ora.
Inizialmente, questo obiettivo sembrava un sogno irrealizzabile. Molti credevano in una branca chiamata Determinismo autistico: i bambini avrebbero fatto progressi solo fino a dove il loro potenziale innato avrebbe permesso e per la maggior parte di loro c'era poco da fare se non preparare la famiglia a quando avrebbero messo il bambino in un istituto. Questo rifletteva la realtà del tempo perchè, prima che cominciasse il movimento DAN!, l'ARI aveva ricevuto solo pochi report di recuperi dall'autismo negli oltre 40 anni della sua storia.
La tragedia dell'esponenziale incremento dell'autismo degli ultimi due decenni ha invece portato molte menti eccelse a partecipare a questo dibattito e ha aperto nuove vie da esplorare. Dal 2003, i genitori hanno cominciato a riferirci dei crescenti successi di un inaspettato numero di bambini autistici che cominciavano a stare eccezionalmente bene seguendo una combinazione di trattamenti biomedici e comportamentali. Molti di questi bambini, precedentemente diagnosticati come autistici, non incontravano più i criteri per questa diagnosi e i loro medici, le scuole e i genitori non li consideravano più disabili.
Quando arrivarono i primi pochi report nei nostri uffici, eravamo scettici. Il recupero dall'autismo classico era molto raro (naturalmente, fino a venti anni fa, anche lo stesso autismo era raro!). Dopo molte conversazioni con genitori e medici, comunque, e dopo aver visto la documentazione dei video prima e dopo, il Dr. Rimland capì con grande gioia che alcuni bambini erano stati davvero recuperati dall'autismo. E, come il giornalista Dan Olmstead ha riferito nella sua serie di articoli "The Age of Autism" che il Dr. Rimland ammirava tantissimo, anche uno degli 11 autistici degli studi originari di Kanner, Donald T., era stato recuperato significativamente dall'autismo all'età di 12 anni quando era stato trattato per un problema autoimmunitario legato all'artrite reumatoide con sali di oro (che possono agire come agente chelante). Forse le reali cause dell'autismo, e la possibilità di recupero, erano veramente davanti a tutti noi, non riconosciute, ma reali.
Man mano che la frequenza di report positivi aumentava, l'ARI cominciava a considerare maggiormente questo crescente fenomeno, chiedendo ai genitori dei bambini recuperati o vicini al recupero di registrarsi al nostro sito, www.AutismIsTreatable.com. Chiedevamo loro anche di indicare quale tipo di documentazione potessero fornire per dimostrare che i loro bambini erano stati autistici. Ad oggi, più di 1100 genitori si sono iscritti al sito.
Il Dr. Rimland non voleva usare la parola "guariti" per descrivere questi bambini. Preferiva invece il termine più appropriato di "recuperati". Gli piaceva l'analogia fatta da Stan Kurtz, direttore del Children's Corner Schools in Van Nuys, California, supporter dell'ARI e del DAN!, per spiegare cosa significa recupero:
"Supponete che una persona venga investita da un'auto. Si rompe le gambe e ha un danno cerebrale. A quel punto viene considerato un disabile. Poi dopo una riabilitazione intensiva ritorna a camminare zoppicando leggermente e ha alcuni problemi neurologici residui, ma può vivere una vita normale o forse recuperare tanto bene che nessuno potrebbe mai dire che abbia avuto un incidente. Questo significa recupero".
"La sola differenza tra questo esempio e l'autismo è che i nostri bambini erano in qualche modo suscettibili ad essere investiti da un auto e qualche frammento di essa spesso rimane nel loro corpo. Dobbiamo aiutarli ad eliminare questi frammenti e tenerli lontano dalle strade per dar loro la migliore opportunità per recuperare". Ci sono poi anche molti bambini precedentemente diagnosticati come autistici che hanno ora solo sfumature dei loro precedenti comportamenti; per esempio, alcuni hanno delle piccole autostimolazioni o un esagerato interesse per i loro argomenti preferiti, ma nonostante i prolungati problemi di cui hanno sofferto, i bambini recuperati, in molti casi, saranno capaci di vite indipendenti e felici, avranno carriere produttive e buoni rapporti con gli altri. Non saranno "guariti", ma certamente saranno stati recuperati dai devastanti sintomi che una volta bloccavano il loro cammino verso un normale futuro.
Inevitabilmente, l'idea che il recupero dall'autismo sia possibile ha sollevato numerose obiezioni. I critici hanno detto che ciò è falso e che il recupero è impossibile. Alcuni hanno anche affermato che i cosiddetti "bambini recuperati" non erano mai stati autistici, o che questi bambini semplicemente avevano "recuperato spontaneamente".
I GENITORI DI QUESTI BAMBINI INVITANO QUESTI SCETTICI AD AVERE IL CORAGGIO DI GUARDARE I VIDEO, compresa la nostra sezione archivio:
http://www.autism.com/treatable/recovered/recovered2006videos.htm
Un video di questo sito è raccontato dalla Dr. Caroline Gomez, co-Direttore dell'Auburn University Autism Center. Il video riguarda uno dei suoi pazienti, Slater, che ha ricevuto l'intervento biomedico DAN!. La Dr. Gomez dice che Slater è l'unico bambino che ha visto in 20 anni perdere la diagnosi. Nel video, potete vedere la Dr. Gomez somministrare i test ADOS (il gold standard per effettuare una diagnosi di autismo) a Slater, sia prima che dopo che ricevesse i trattamenti DAN!. Questa documentazione mostra chiaramente che Slater ha recuperato dall'autismo in soli 10 mesi.
All'ARI, siamo molto attenti a non dare false speranze ai genitori, ma è un gravissimo errore non dare loro speranza affatto quando il recupero o l'essere vicini al recupero è possibile. L'ARI vuole dare speranze realistiche, dicendo: "L'autismo è trattabile e il recupero è possibile per molti". Ovviamente non possiamo garantire il recupero o l'essere vicini al recupero ad ogni bambino con autismo, sebbene speriamo che un giorno questo possa diventare una realtà.
Questa speranza non è certamente infondata; un esempio può essere la storia del PKU (
phenylketonuria), una volta una delle più comuni forme di ritardo mentale. I bambini con PKU erano da moderatamente a gravemente ritardati mentalmente e inizialmente non c'era alcuna speranza di recupero per loro. Una volta che i ricercatori capirono le cause all'origine di questo disordine, svilupparono un semplice test per identificare i neonati con PKU e fare loro un immediato intervento dietetico. Come risultato, ci sono pochissimi casi di PKU in U.S.A. Anche l'autismo potrebbe un giorno essere completamente trattabile o anche prevenibile.
Negli ultimi mesi di vita il Dr. Rimland parlava spesso dei bambini recuperati di cui gioivano i genitori raccontando le loro storie all'ARI. Il suo viso mostrava quanto fosse orgoglioso di sapere che cresceva sempre più il numero di quei bambini che stavano migliorando enormemente da un disordine che solo pochi decenni prima era considerato senza speranza. Durante la vita del Dr Rimland, soprattutto grazie ai suoi sforzi, siamo passati da "nessuna speranza" a "speranza per molti". Con duro lavoro e fortuna, raggiungeremo il nostro obiettivo ultimo:"prevenzione e recupero per tutti".
 

 

 

LA PREVENZIONE DEL CANCRO DELL'UTERO: IL VACCINO ANTI HPV

Il ruolo del medico di famiglia nel sensibilizzare alla vaccinazione anti HPV e agli screening

(da un articolo di Mauro Marin)

 

Immagine tratta da: http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Papilloma_Virus_(HPV)_EM.jpg

 

La recente disponibilità di un vaccino Anti Papillomavirus (HPV), efficace per la profilassi della displasia e carcinoma della cervice uterina e dei condilomi genitali responsabilizza direttamente i medici di famiglia nel sensibilizzare alla vaccinazione le donne che ne possono beneficiare (Am Family Physician 2007, 75, 9).
L'età ottimale per effettuare il vaccino ricombinante tetravalente anti-HPV (tipi 6, 11, 16 e 18) è stabilita a 11-12 anni d'età, ma il vaccino è raccomandato anche dai 13 anni fino ai 26 anni d'età in rapporto all'immunogenicità e all'inizio dell'attività sessuale (Drugs 2006, 66\9: 1263-1271).

Il rischio infettivo
L'acquisizione dell'HPV avviene subito dopo l'inizio dell'attività sessuale e la probabilità cumulativa dell'infezione è del 38.9% nei 24 mesi dopo il primo rapporto sessuale (Am Family Physician 2007, 75, 9).
Poiché l'HPV è trasmesso attraverso il rapporto sessuale per comprendere l'epidemiologia del HPV è necessario chiedere la data del primo rapporto sessuale. Un'indagine condotta nel 2002 negli USA sulla Crescita della Famiglia ha riportato che le ragazze americane sono sessualmente attive dai 15 anni di età nel 24%, dai 16 anni d'età nel 40% e dai 18 anni d'età nel 70% dei casi. Il più importante fattore predittivo di infezione HPV è il numero di partner sessuali: l'infezione HPV è stato rilevata nel 14.3% delle donne dai 18 ai 25 anni d'età con un partner sessuale nella vita, nel 22.3% delle donne con due partner nella vita e nel 31.5% delle donne con più di tre partner nella vita. Il numero medio di partner sessuali di sesso maschile è stato di 1.4 nelle donne sessualmente attive dai 15 ai 19 anni e 2.8 nelle donne dai 20 ai 24 anni d'età. I principali fattori di rischio aggiuntivo per le donne includono il loro stato immunitario e il comportamento sessuale dei loro partner. Coloro che sono sessualmente attivi in una relazione monogamica con un partner non infetto hanno una bassa probabilità di contrarre l'HPV. Invece, molti partner di persone infette sono già contagiati. L'impiego dei preservativi può ridurre il rischio di trasmissione dell'HPV, specialmente nei soggetti con comportamenti sessuali a maggior rischio.

L'infezione da HPV è solitamente asintomatica. Sono noti circa 100 tipi di HPV di cui circa 40 infettano l'area anogenitale. Tutti i condilomi genitali sono causati dall'HPV e circa il 90% è associato ai tipi di HPV 6 e 11. Tuttavia non tutte le persone affette dai tipi di HPV 6 o 11 sviluppano condilomi genitali. L'intervallo medio di sviluppo di nuovi condilomi dopo il contagio da tali tipi di HPV è di circa 2-3 mesi I condilomi genitali possono regredire spontaneamente ma anche ripresentarsi dopo terapia.

Il rischio oncogeno
I medici che prescrivono il vaccino anti-HPV dovranno comunque raccomandare alle donne che si sottopongono al vaccino l'importanza del periodico esame citologico cervicovaginale di screening del cancro cervicale. Infatti i tipi di HPV 6, 11, 16 e 18 per cui il vaccino è immunogenico sono responsabili di circa il 70% di tumori cervicali. I tipi di HPV 16 e 18 sono più comunemente associati con lesioni cervicali displasiche di più alto grado.
Ma le donne vaccinate potranno in seguito essere infettate da un tipo oncogeno di HPV diverso per cui il vaccino tetravalente non garantisce protezione. Inoltre le donne sessualmente attive prima della vaccinazione potranno essere state infettate prima della vaccinazione con i tipi di HPV per cui il vaccino è immunogenico.
Il vaccino non dà protezione contro infezioni e lesioni da tipi di HPV già contratti al momento della vaccinazione. Quindi le raccomandazioni sullo screening del cancro cervicale non sono cambiate per le donne che ricevono il vaccino anti-HPV rispetto a quelle non vaccinate.
L' incidenza del cancro cervicale è diminuita del 75% negli Stati Uniti con l'introduzione dello screening della citologia cervicale, ma nonostante ciò l'incidenza annua stimata negli USA è di circa 11.000 nuovi casi di cancro cervicale con circa 3.700 decessi annui.
L'HPV è associato anche a neoplasie anali, vaginali e della vulva. L'associazione è più comune con i tipi di HPV 16 e 18. Le donne con displasia cervicale di alto grado o neoplasie cervicali e vulvari sono ad alto rischio di cancro anale. Sono ad alto rischio anche gli uomini che hanno avuto rapporti omosessuali o con persone infette da AIDS. La diagnosi di una malattia a trasmissione sessuale costituisce un'indicazione ad eseguire esami per ricercare l'eventuale presenza coesistente di altre malattie ancora asintomatiche a trasmissione sessuale.

PREVENZIONE TUMORE COLLO DELL'UTERO

Aspetti medico-legali
Le malattie a trasmissione sessuale costituiscono un rilevante problema sanitario che comporta diritti e doveri per i soggetti infetti e obblighi per il medico curante.
Il RD n. 1265/1934 afferma agli art. 253 e 254 che il medico è tenuto a denunciare alle ASL tutti i casi di malattie infettive ora compresi negli elenchi di cui al D.M. Sanità del 15 dicembre 1990.
Già il DPR 7 aprile 1994 riguardo al progetto obiettivo AIDS ha sottolineato l'importanza di interventi di diagnosi e cura gratuiti per i soggetti infetti e di interventi di prevenzione ed educazione sessuale rivolti sia a categorie di soggetti a maggior rischio e sia alla popolazione generale. L'art. 62 della legge n. 833\1978 ha previsto l'emanazione di un testo unico di leggi sanitarie che riunisca e coordini le disposizioni in materia di profilassi delle malattie infettive. A trenta anni di distanza questo testo non è stato ancora emanato e per tutte le malattie a trasmissione sessuale oggi non viene garantita un'uguale accessibilità alle cure. Lo stesso vaccino anti-HPV invece di essere gratuito, viene offerto alle assistite a tariffe diverse nelle varie Regioni (Veneto 135 euro), sebbene di molto inferiori al costo intero del vaccino acquistato privatamente in farmacia (500 euro).

La profilassi delle malattie a trasmissione sessuale è regolata ancora dalla legge n. 837 del 25.7.1956 e dal DPR del 27.10.1962.
La legge n. 837/1956 impone esplicitamente al medico di informare l'assistito della natura e della contagiosità della malattia, dell'obbligo e dei modi di curarsi e delle responsabilità conseguenti al contagio di terze persone (art. 582-586 CP).
La Corte Costituzionale con sentenza n. 4 del 2 giugno 1994 ha precisato che la tutela della salute implica e comprende il dovere del cittadino di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno trovare il limite nel reciproco riconoscimento e nell'eguale protezione del coesistente diritto degli altri. Pertanto i soggetti infetti hanno il dovere di limitare il contagio e informare il partner perché possa sottoporsi ad accertamenti e cure per evitare l'eventuale progressione di malattia.
Va rilevato che rientra nella giusta causa di rivelazione del segreto professionale il diniego dell'assistito infetto ad informare il partner del contagio poiché, ai sensi dell'art. 12 del Codice Deontologico 2006, il medico può trattare i dati sanitari dell'assistito anche senza il suo consenso quando vi sia la necessità di salvaguardare la vita o la salute di terzi. La tutela della vita di terzi oltre ad essere un dovere etico sancito dall'art. 3 del Codice Deontologico, è soprattutto un diritto tutelato dall'art. 2 della Costituzione che è una norma di rango superiore rispetto al D. Lgs. 196\2003 che tutela il coesistente diritto alla privacy, contrapposto nel caso specifico.

Conclusioni
Poiché l'HPV viene trasmesso sessualmente e viene spesso contratto subito dopo l'inizio dell'attività sessuale, la vaccinazione dovrebbe possibilmente avvenire prima di questo periodo. Le femmine non ancora sessualmente attive possono ricevere il pieno beneficio dalla vaccinazione. Tuttavia, sebbene le donne sessualmente attive possano essere già infette con uno o più tipi di HPV, gli studi concordano che solo una piccola percentuale di queste è stata infettata da tutti 4 i tipi di HPV per cui il vaccino dà immunità. Queste donne potranno essere protette col vaccino dalla malattia causata da altri tipi di HPV non contratti. Pertanto, sebbene nel complesso gli effetti del vaccino risulteranno meno efficaci nelle donne sessualmente attive e gli effetti favorevoli attesi potranno diminuire con la più elevata età e il maggior numero di partner sessuali avuti al momento della vaccinazione, le donne sessualmente attive trarranno comunque alcuni benefici dalla vaccinazione. Quindi è raccomandabile consigliare la vaccinazione fino ai 26 anni d'età.
Il vaccino tetravalente HPV viene somministrato a livello intramuscolare in tre dosi separate. La seconda dose dovrebbe essere presa due mesi dopo la prima dose e la terza dose sei mesi dopo la prima. Il vaccino garantisce una protezione per almeno cinque anni e non è stato ancora dimostrato che oltre questo periodo la protezione diminuisca.

 

 

DIECI REGOLE D'ORO PER UNA ABBRONZATURA SICURA

 

Magazine di Salute e Benessere

 

Immagine tratta da: http://www.unibell.it/esthederm/abbronzatura/


Dal Ministero della Salute i consigli per evitare l'invecchiamento precoce o, peggio, il tumore della pelle

 

Con l'estate cresce la voglia di sole, e con essa il rischio di abbronzarsi in maniera sbagliata. Le conseguenze sono molto pericolose: ogni anno si registrano in Italia circa 8 mila casi di tumore alla pelle e, di questi, l'80% è imputabile a una cattiva esposizione ai raggi UV. Le raccomandazioni per una tintarella senza rischi arrivano direttamente dal Ministero della Salute che, accogliendo l'invito della Commissione Europea, ha aderito alla campagna 2007 per la corretta esposizione al sole.

Le regole da seguire sono queste:
1. Proteggersi sempre con una crema adatta (almeno +15 nei primi giorni), consapevoli però che nessun prodotto è in grado di filtrare tutti i raggi UV.
2. Scegliere i solari in base al tipo di pelle (fototipo) e di luogo (montagna, mare, piscina ecc.). Attenzione alle radiazioni quando si è vicini ad acqua, neve o sabbia.
3. Non esporsi troppo a lungo anche se si utilizza un prodotto UVA+UVB. Evitare le ore tra le 11.00 e le 15.00, ricordando che alberi, ombrelloni e tettoie non proteggono completamente dalle radiazioni.
4. Nuvole leggere lasciano passare fino all'80% dei raggi UV. La foschia può addirittura aumentare l'esposizione ai raggi.
5. Controllare l'indice di UV* quotidianamente, anche attraverso i giornali: più alto è l'indice, più importante è proteggersi.
6. Quando il sole è al suo picco indossare una t-shirt, un cappello a falda larga e gli occhiali da sole.
7. Tenere i neonati e i bambini lontani dalla luce diretta del sole. Proteggerli sempre utilizzando maglietta e cappello.
8. Applicare i solari prima di ogni esposizione. Il fatto di essere già abbronzati non costituisce una protezione sufficiente (sulla pelle bianca una buona abbronzatura offre una protezione equivalente a un fattore 4).
9. Rinnovare l'applicazione dopo ogni bagno o se si è sudato molto. La quantità adeguata corrisponde a 35 grammi di solare per tutto il corpo, ossia circa sei cucchiaini di prodotto, per ogni applicazione.
10. Proteggere la pelle anche durante il bagno in mare o in piscina: i raggi ultravioletti agiscono anche in acqua.

* L'indice internazionale UV correla il livello di radiazione ultraviolette con il grado di rischio: quando è superiore a 3, occorre mettere in atto le misure preventive con fattori di protezione indicati.

 

 

LA CAROTA: COME USARLA E PERCHè

di Flaminia Savelli (Giornalista Pubblicista)

 

 

è originaria dell'Afghanistan, ma già 2000 anni fa veniva coltivata nel bacino del Mediterraneo, mentre oggi è diffusa in Europa, Asia e Nord Africa.

 

Solo intorno al 1400, però, scoperte le sue qualità benefiche, si iniziò a coltivarne diverse varietà. Stiamo parlando della carota, oggi elemento essenziale della dieta mediterranea, nota anche per le sue molteplici applicazioni, non solo in cucina …

Per la pelle: è ricca di Beta Carotene (Vitamina A) necessario per la corretta crescita e riparazione dei tessuti corporei e utile per mantenere l'epidermide liscia, morbida e sana. Questa sostanza, inoltre, previene l'invecchiamento ed ha un effetto tonificante grazie alla sua azione antiossidante che contrasta gli effetti nocivi dei radicali liberi. La polpa si utilizza per curare dermatiti, eczema, sfoghi cutanei, rughe e per sanare piaghe, scottature, foruncoli, dermatosi e screpolature della pelle, mentre la radice fresca, finemente triturata, si può utilizzare come maschera di bellezza per nutrire il viso.

Per la salute: protegge contro gli agenti inquinanti le mucose della bocca, del naso, della gola e dei polmoni, riducendo così la suscettibilità alle infezioni. Sollecita la formazione di ossa e denti ed è fondamentale per una buona vista perché contrasta la cecità notturna e la vista debole. La ricerca medica, negli ultimi anni, ha dimostrato come i cibi ricchi di Beta Carotene aiutino a ridurre i rischi di tumore ai polmoni, soprattutto nei fumatori che "bruciano" letteralmente molta vitamina A. Questa radice è anche indicata per combattere le affezioni polmonari e gastro‑duodenali e l'insufficienza epatobiliare. Fra le altre molteplici proprietà curative la carota ha anche quelle di tonificare il fegato, regolare il colesterolo, facilitare la diuresi e aiutare i reni.

Per bambini e anziani: la carota contiene vitamine dei gruppo B, PP, D ed E oltre ad altri principi utili. Per questo motivo è importante per quanti necessitano di un elevato apporto vitaminico, come bambini, anziani e convalescenti.

 

La carota non sempre ha avuto la tipica colorazione arancione. Si pensa infatti, che inizialmente la sua polpa fosse biancastra e fibrosa e la sua buccia molto dura.

 

 

 

 

ELOGIO DEL CAFFé

 

Magazine di Salute e Benessere

 

 

Per anni ha subito critiche e duri attacchi. Ora, sempre più ricerche confermano:

il caffé protegge le arterie e il cuore, soprattutto degli anziani

 

 

Negli ultimi decenni ha dovuto fronteggiare critiche e sospetti: su tutti, quello di far salire eccessivamente la pressione e addirittura di favorire lo sviluppo di cardiopatia ischemica, anticamera dell'infarto. Oggi, invece, si prende la sua bella rivincita.
Secondo le ultime ricerche scientifiche, il
caffé fa bene alla salute, perché protegge le arterie e, se non ci sono problemi di pressione, è un amico del cuore, soprattutto degli anziani. Lo affermano i ricercatori della City University of New York, che hanno seguito per dieci anni quasi 7 mila adulti tra i 32 e gli 86 anni.

 

 

Gli over 65 senza problemi di ipertensione che bevevano regolarmente caffé sono risultati in qualche modo protetti, visto che la mortalità per cause cardiovascolari è risultata più bassa di quella dei coetanei che non consumavano caffé. E i benefici aumentavano con la quantità di caffeina assunta: il rischio di morte per malattie cardiache si abbassava del 32% negli ultra-sessantacinquenni che prendevano 2 o 3 tazzine al giorno e addirittura del 53% in quelli che ne consumavano 4 o più tazzine.

 


Per gli scienziati il motivo è presto spiegato: la caffeina fa aumentare la pressione, controbilanciando il calo che avviene dopo un pasto, soprattutto negli anziani. Nei soggetti più giovani e negli ipertesi, invece, non mostra lo stesso effetto benefico; anzi, se la pressione è già alta o, come nei giovani, non c'è un calo dopo il pasto, la caffeina potrebbe fare addirittura male.
Secondo una ricerca della Società Italiana di Nutrizione Umana, il caffé spartisce con tè verde e vino rosso un'ottima concentrazione di polifenoli, gli antiossidanti naturali che proteggono le arterie contrastando colesterolo cattivo e aggregazione delle piastrine. E le analisi dell'Inran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione) approfondiscono: la caffeina assunta tramite il caffé stimola la pressione e il consumo abituale rende il sistema cardiovascolare tollerante a questo effetto. Chi prende un caffé ogni tanto, così come chi eccede sempre, fa più danno alla pressione.
Ma le proprietà benefiche del caffé non finiscono qui: protegge da malattie come la cirrosi epatica e il tumore, soprattutto quando si consumano molti alcolici; è una delle maggiori fonti dietetiche di antiossidanti (per il consumatore medio, la quota di polifenoli introdotta con il caffé contribuisce alle capacità antiossidanti della dieta fino al 40-60%); riduce il rischio di ammalarsi di diabete di tipo II; aiuta a controllare gli attacchi di fame; infine, alla caffeina è riconosciuta la proprietà cosmetica, drenante e antiedematosa, che ne fa ingrediente di formulazioni anticellulite.
Naturalmente gli scienziati non invitano ad "abbuffate" di caffé per guadagnarne in salute: sappiamo bene che un alimento benefico, se assunto in eccesso rischia di diventare dannoso. Vanno bene fino a quattro tazzine al giorno. In Italia, mediamente, se ne bevono tre: una quantità assolta da ogni accusa.

 

Per saperne di più: Il Caffè

 

 

ERGONOMIA DELLA SEDIA

Dr. L. Perali

 

Da secoli le sedie sono disegnate secondo i medesimi principi ergonomici fondamentali e sebbene oggi siano dotate di imbottiture sofisticate, ancora non sono soddisfacenti sotto il profilo del comfort. Scopo di questo saggio è quello di vedere se, ai nostri giorni, si può fare qualcosa di meglio che in passato.

  • Comfort

Per arrivare a disegnare un sedile confortevole dobbiamo in primo luogo stabilire cosa intendiamo per comfort e successivamente la posizione ideale del busto quando si sta seduti.

Nel significato comune del termine si intende per comfort l'insieme di sensazioni piacevoli derivanti da stimoli esterni o interni al nostro corpo, che ci procurano una sensazione di benessere in una determinata situazione: nel nostro caso, quando stiamo seduti.

Secondo questa definizione, il comfort sarebbe una condizione del tutto soggettiva e quindi non ci sarebbe alcuna possibilità di giungere ad una soluzione razionale del problema. Dobbiamo allora trovare il modo di rendere questo concetto obiettivo e misurabile.

Ciò diventa possibile se definiamo il comfort in termini di risparmio di energia muscolare. Il problema può quindi essere risolto stabilendo qual è la postura ideale del tronco in grado di far risparmiare al massimo il lavoro dei muscoli.

Proviamo a sviluppare questo concetto.

Comprendere che è sufficiente mettere un piano orizzontale sotto i glutei per far riposare le gambe dopo una corsa è intuitivo; non è altrettanto semplice capire cosa dobbiamo fare per far passare il mal di schiena che insorge dopo poco tempo che ci siamo seduti su un sedile senza schienale.

Se applichiamo i principi della statica, vediamo subito che la posizione ideale del busto è quella verticale. Per la formula del lavoro di una forza (L= F x S = F x P1P2 x cosen alfa), la posizione verticale della colonna vertebrale (c.v) è quella che permette ai muscoli del dorso di risparmiare energia. Infatti, il coseno dell'angolo formato dalla c.v. con il piano orizzontale (angolo alfa) è uguale a zero; ciò significa che se la c.v. fosse una matita, essa starebbe diritta senza bisogno di esser sostenuta.

Ciò non avviene perché, come sappiamo, la c.v. è sinuosa per poter compiere movimenti complessi; inoltre sostiene il peso del capo e delle braccia ed è sottoposta alla trazione dei visceri toracoaddominali: pertanto la posizione verticale del busto, detta ortostatica (fig. 1), deve essere mantenuta attivamente.

 

 

Per questo motivo è necessario applicare al sedile, in posizione verticale, lo schienale il quale fa sì che il lavoro della muscolatura del tronco sia ridotto al minimo. 

Schematicamente lo schienale è costituito da due montanti laterali che sostengono una superficie di supporto di forma, grandezza e inclinazione variabile che nella sedia veniva chiamata in passato "spalliera", oggi supporto lombare ma che dovrebbe invece esser denominata "supporto lombo-dorsale" (s.l-d) perché questo è il tratto della colonna vertebrale (c.v.) che, come vedremo, deve esser sostenuto.

  • Corollario

Da quanto detto deriva che:

- quando il busto è in posizione ortostatica il s.l-d deve avere una estensione in altezza di circa 20 cm, quanto il tratto che va da L3 a D8, in modo da impedire al busto di reclinare e quindi di squilibrarsi

- che le posizioni intermedie dello schienale, interposte fra quella verticale e l'orizzontale, fanno aumentare il lavoro della muscolatura e perciò sono sbagliate, a meno che il sedile non sia studiato per impieghi speciali

- che la posizione orizzontale del busto richiede la superficie massima di sostegno, poiché in tale posizione il coseno dell'angolo alfa è uguale 1 e, pertanto, il lavoro dei muscoli è massimo. Difatti, in posizione sdraiata, che è quella che siamo soliti assumere quando vogliamo riposare o per dormire, il corpo deve essere sostenuto interamente e cioè è necessario usare un giaciglio

- è il s.l-d che deve esser posizionato a contatto del busto quando questo è in posizione ortostatica. Ciò significa che lo schienale, diversamente da quanto si osserva generalmente nei sedili di oggi, deve esser portato in avanti ed entrare, in proiezione, all'interno del piano del sedile (fig. 2)

 

 

Se vogliamo ottenere il massimo comfort non possiamo variare il posizionamento dello schienale mentre gli altri parametri che concorrono alla confortevolezza del sedile, come l'altezza del suo piano dal pavimento o il tipo del rivestimento, possono cambiare.

  • L'errore costituzionale

Nella maggior parte dei sedili attuali lo schienale si alza dal bordo posteriore del sedile con una inclinazione verso l'indietro di circa 12°, cosicché il busto è costretto a reclinare per trovare l'appoggio (fig. 1). Le posizioni oblique dello schienale presentano i seguenti svantaggi:

- il busto (fig. 3), come qualsiasi oggetto su un piano inclinato, scivola verso il basso perdendo il sostegno a livello della lordosi lombare; ciò a sua volta provoca l'incurvamento della colonna e quindi una serie di conseguenze sgradevoli, come la tensione dei legamenti e dei muscoli del dorso nonché l'apertura degli spazi intervertebrali all'indietro specie a livello lombare, condizione questa che favorisce l'insorgenza dell'ernia del disco.

 

 

Per ovviare a questi inconvenienti si ricorre all'espediente di inclinare verso l'alto di alcuni gradi il piano del sedile, in modo che il busto ed i glutei scivolino, per gravità, a contatto dello schienale. Tale misura peggiora la situazione poiché obbliga il corpo a mantenere una posizione scorretta, come già spiegato.

Le conseguenze dirette di tale soluzione sono:

- più il busto reclina, più il collo si flette in avanti per sorreggere il capo, con conseguente rapida comparsa di algie cervicali

- gli arti superiori devono estendersi in avanti per raggiungere il piano di lavoro, ragion per cui i muscoli della spalla ed i bicipiti si affaticano rapidamente

- se il supporto non è sufficientemente esteso in altezza, si forma una coppia di rotazione fra il bordo superiore del s.l-d, che fa da fulcro, e la parte superiore del busto. Ciò provoca dolore nel punto dove il bordo superiore del supporto tocca la schiena (fig. 4)

 

 

- infine il busto deve percorrere un arco di cerchio maggiore nell'atto sia di sedersi che di alzarsi (fig. 5); tale operazione diventa oltremodo faticosa se lo schienale è molto reclinato, il sedile è basso e se l'individuo è anziano o sovrappeso o convalescente da interventi chirurgici al torace, all'addome, o al dorso.

 

 

Vorrei far notare che il busto può assumere un atteggiamento reclinato anche in presenza di uno schienale posizionato correttamente e sagomato a regola d'arte; ciò si realizza quando il sedile è molto lungo. In tale situazione infatti l'individuo è portato ad occupare solamente la parte anteriore del sedile, per cui il busto è costretto a reclinare per raggiungere lo schienale (fig. 6).

 

 

La soluzione del problema consiste dunque nel collocare lo schienale, opportunamente sagomato, all'interno del piano del sedile facendo in modo che il s.l-d vada a contatto della schiena (fig. 7).

 

 

Non so per quali motivi si perseveri nel produrre sedili con siffatto "errore costituzionale". Le possibili spiegazioni a tal riguardo possono essere:

- che anche un sedile prettamente da lavoro sia ritenuto un luogo o un mezzo per riposare. La sua forma scaturirebbe quindi non dall'analisi razionale della sua funzione ma dal desiderio inconscio di ritrarre l'archetipo della confortevolezza e della protezione che l'uomo associa alla posizione fetale e che è solito raffigurare in posizione più o meno obliqua e con la c.v. arcuata; questo stereotipo romantico sarebbe talmente radicato da non essere stato più messo in discussione

- come pure potrebbe esser stata determinante l'influenza di grandi architetti e designers moderni, con le loro interpretazioni personali del concetto del relax, ad avviare il sedile in direzione di un miraggio estetico più che verso una meta funzionale

- che esistano possibili difficoltà costruttive che potrebbero portare ad un aumento dei costi di produzione

- che lo schienale dovrebbe essere modellato seguendo le curve della schiena di ciascun individuo, se fosse collocato in avanti. Questa è una obiezione fondata. L'ostacolo però può essere superato, dato che è sufficiente sostenere solo quella parte della schiena che si estende da L3 a D8 per impedire al tronco di reclinare all'indietro e per ridurre il lavoro muscolare.

Poiché la sedia ha per definizione, i suoi componenti fissi, questo problema potrebbe esser risolto costruendo sedie di almeno due misure diverse; una per persone alte da cm 160 a cm 170 e l'altra per persone di cm 170-180 di altezza. Si potrebbe infine ipotizzare la produzione di sedie "su misura" per le persone molto al disotto o al di sopra di quelle misure. Oppure, rompendo con la tradizione, studiare la possibilità di realizzare il s.l-d, sia in legno che in metallo, regolabile in altezza.

  • Dinamismo virtuale

è un fatto che, specialmente ai nostri giorni, la sedia si è rivelata quella che è: un vero e proprio "strumento di lavoro", considerando come lavoro anche la breve permanenza su una sedia per la frettolosa colazione del mattino. Per questo motivo, a mio parere, dovremmo concepire "il sedile" come dotato di un "dinamismo virtuale", nel senso che, anche privo di meccanismi e nella sua forma più semplice, quale potrebbe essere una panca da chiesa, esso "aiuti" l'individuo a mettersi seduto, a mantener desta la sua attenzione e infine ad alzarsi. Questo risultato si ottiene sia avanzando lo schienale come già detto, sia inclinando di poco in avanti il piano del sedile ed aumentando l'altezza del sedile da terra, tenendo conto dell'aumento di statura delle persone verificatosi negli ultimi decenni.

Personalmente ritengo che una sedia riuscita debba possedere ben equilibrati i requisiti atti a soddisfare le esigenze derivanti dalle tre azioni suddette.

  • Conclusioni

Possiamo concludere quindi che in futuro bisognerà porre maggiore attenzione, durante la progettazione, ad essere coerenti con i principi della statica e che, seguendo l'indirizzo funzionale, potremo disegnare sedie con forme nuove e sorprendentemente comode.

 

 

 

LA MOBILIZZAZIONE DEL RACHIDE SCOLIOTICO NELL'ETà EVOLUTIVA COME FONDAMENTO PER UNA PIù EFFICACE CHINESITERAPIA E UN MIGLIOR USO DEL CORSETTO

 

Andrea QUAGLIOZZI (Dottore in Ingegneria Meccanica Indirizzo Bio-Medica)

Francesco TROPEA (Dottore in Ingegneria Meccanica Indirizzo Bio-Medica)

Michele TORRUSIO (Dottore in Scienze Motorie, Chinesiologo, Membro Attivo della SIRER - Direttore Centro Scoliosi Istituto Grecas, Catanzaro)

Collaboratori: Pirkko MÄNTYSALO - Paola CHIODI - Andrea CANTELMI - Giacomo Luca PEREZ - Salvatore PROCOPIO

 

Riassunto

La scoliosi giovanile è soggetta all'irrigidimento delle curve a causa delle retrazioni muscolo-legamentose. Ciò ostacola la chinesiterapia e l'azione correttiva dei corsetti. Per prevenire e ridurre la rigidità è opportuno mobilizzare il rachide con adeguate attrezzature e tecniche. A questo scopo abbiamo costruito uno strumento idoneo, che permette di ottenere il risultato.

Parole chiave: scoliosi, mobilizzazione, chinesiterapia, traslazioni.

 

Introduzione

La gran parte delle scoliosi evolutive, a causa della progressiva riduzione della mobilità e, quindi della correggibilità, trae limitati benefici dalla chinesiterapia tradizionale e dai busti ortopedici.

La chinesiterapia tradizionale si basa su esercizi di tonificazione muscolare, posturali e di equilibrio, per ripristinare l'assetto perduto e prevenire i peggioramenti. Ma la rigidità riduce o impedisce i benefici di queste tecniche. E' quindi opportuno effettuare una mobilizzazione preventiva. In passato si è tentato di ottenere quest'obiettivo mobilizzando l'intera colonna, con il risultato che si è verificata una destabilizzazione dannosa e controproducente, con l'aggravamento, spesso della scoliosi.

Trovando, invece, il modo di effettuare una mobilizzazione localizzata, si possono eseguire, di conseguenza, esercizi attivi, in modalità isometrica, di traslazione laterale delle vertebre deviate, che preferiamo ai tradizionali esercizi di tonificazione muscolare o posturali o di equilibrio, in quanto si crea un più raffinato controllo delle posizioni e dei movimenti e si possono ottenere correzioni maggiori. Inoltre, in coloro che usano il corsetto, migliora la sua tollerabilità e si produce un maggiore guadagno angolare.

 

Materiali e metodi

Lo strumento usato per la mobilizzazione (Fig. 1) è costituito da un basamento che sorregge un appoggio imbottito a forma di clessidra, una sagoma che si adatta al profilo laterale del torace o del fianco; da un arco che sorregge una mentoniera per la sospensione occipitale e una cintura che si applica intorno al bacino. Per la mobilizzazione del tratto toracico il soggetto poggia il torace sulla clessidra dal lato della convessità, si sospende per la mentoniera ed esercita una trazione laterale sul bacino tramite una cintura. In quest'azione si sfrutta la trazione per gravità e la deflessione con l'ausilio della cintura.

 

Fig. 1

 

Per la mobilizzazione del tratto lombare poggia il fianco sulla clessidra dalla parte convessa, blocca il bacino con la cintura e flette il tronco estendendo la curva. Ogni azione viene eseguita per una durata media di 5', con intervalli di riposo quando il soggetto li richiede e con un'intensità progressiva.

Alle mobilizzazioni fanno seguito esercizi isometrici di traslazione laterale. Guadagnando una progressiva mobilità e acquisendo un più sofisticato controllo dei movimenti, si possono effettuare, contemporaneamente, anche azioni di derotazione e di ripristino delle curve sagittali. La ripetizione costante delle mobilizzazioni e delle traslazioni producono modificazioni che tendono a stabilizzarsi. Si cerca di ottenere ipercorrezioni per contrastare la tendenza, della colonna scoliotica, al ritorno nella posizione iniziale.

Le sedute, della durata di un'ora, sono trisettimanali, per nove mesi all'anno.

Sono stati controllati, in collaborazione con il loro medico di fiducia, i soggetti da 11 a 13 anni, di ambo i sessi, con curve singole o doppie di valore medio di 15°, che hanno frequentato per almeno l'80% delle lezioni, per un arco di due anni.

 

Discussione

Nella fig. 2 si osserva la mobilizzazione di una curva dorsale convesso-destra

Nella fig. 3 si osserva l'effetto della mobilizzazione: a sinistra in ortostatismo, a destra durante l'azione

 

Fig. 2

Fig. 3

 

Nella fig. 4 un esempio di traslazione laterale della stessa curva

 

Fig. 4

 

Nella fig. 5 la mobilizzazione di una curva lombare sinistro-convessa

Nella fig. 6 un esempio di traslazione laterale della stessa curva

 

Fig. 5

Fig. 6

 

Nella fig. 7 un esempio di traslazione laterale di due curve contemporaneamente

Nella fig. 8 lo stesso esercizio visto in radiografia

 

Fig. 7

Fig. 8

 

Nelle figg. 9 e 10 due esempi di risultati

 

Fig. 9 

Fig. 10

 

Conclusioni

I soggetti selezionati secondo i criteri descritti sopra sono stati 28. Di questi, 16 portatori di corsetti di vario tipo e 12 senza corsetto. Alla fine dei due anni sono stati riscontrati questi risultati:

  • due curve sono peggiorate: una di 4° e una di 5°

  • 19 curve semplici e 9 doppie sono migliorate di un valore medio di 8°

I dati presentati in questo studio dimostrano, se confrontati con quelli ottenuti con altri metodi, che la mobilizzazione delle curve scoliotiche, mediante attrezzature e tecniche adeguate, predispone favorevolmente al trattamento con chinesiterapia e con corsetto, facendo ottenere risultati migliori e in un maggior numero di casi.

 

Bibliografia

1 - M. Torrusio: LA MOBILIZZAZIONE SEGMENTARIA PROGRESSIVA E LE TRASLAZIONI LATERALI ALL'EXTENSOR TORRUSIO NELLA CHINESITERAPIA DELLA SCOLIOSI – Résonances Européennes du Rachis - Avril 1998 – n. 18, 791-796

2 - A.Quagliozzi, M.Torrusio: LA MOBILIZZAZIONE DEL RACHIDE SCOLIOTICO IN PREPARAZIONE ALLA CHINESITERAPIA, AL CORSETTO E ALLA CHIRURGIA - Il Rachide – Italian Journal of Spinal Disorders,2003 - Vol.III – Fasc. 2, 303-310.

 


 

L'altezza si eredita dal padre, il peso dalla madre: i risultati di una ricerca britannica

 

"Se siete insoddisfatti del vostro peso prendetevela con vostra madre, se, invece, desiderate essere alti qualche centimetro in più la colpa è tutta di vostro padre": sono queste le bizzarre conclusioni alle quali sono giunti gli scienziati del Royal Devon and Exeter Hospital che stanno portando avanti una ricerca in proposito.

Sembra, infatti, che il peso di un bambino e, poi, di un adulto si "erediti" dalla madre, mentre è ininfluente quanto pesi il padre; al contrario, se il papà è alto, il figlio avrà maggiori probabilità di essere alto a sua volta.
Beatrice Knight e i suoi colleghi hanno analizzato i dati relativi a un migliaio di famiglie, misurando peso corporeo e altezza di padre, madre e figlio nei primi due anni di vita. "L'influenza più determinante proviene dalla madre, ma abbiamo scoperto che l'altezza è un'eredità genetica paterna", ha spiegato la ricercatrice ai microfoni della BBC.
Il peso, invece, sembra essere appannaggio della madre: "la crescita intra-uterina è un momento-chiave per tutto lo sviluppo futuro del bambino e se la madre è in sovrappeso tende ad avere eccessivi livelli di zucchero nel sangue", ipotizza la scienziata, che ha dichiarato che la ricerca proseguirà con l'intento di identificare quei geni siano coinvolti in questo meccanismo
(MFL Comunicazione - 20/11/2006).

 

 

I bambini italiani "rischiano grosso": è proprio l'obesità essenziale, quella che affligge circa il 36% dei bambini italiani di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, portandoli al primo posto tra i Paesi europei e industrializzati.

Un primato che davvero non vorremmo. Per giunta, si tratta della forma che non è secondaria a cause endocrine o genetiche, ma ha più fattori determinanti: socioculturali, ambientali, abitudini alimentari e stili di vita familiari scorretti.
Per fare il punto sulla situazione italiana ed europea sono stati presentati al congresso Milanopediatria - in programma dal 23 al 25 novembre a Milano - i risultati preliminari del progetto Childhood Obesity Programme (EU CHOP), finanziato dalla Comunità Europea. Si tratta della prima indagine mirata all'identificazione degli indicatori precoci di rischio nutrizionale e comportamentale, condotta in cinque paesi - Belgio, Germania, Italia, Polonia e Spagna - e coordinata dalla Clinica pediatrica dell'Ospedale San Paolo di Milano. Marcello Giovannini, direttore del Centro coordinatore e presidente del Congresso, ha già anticipato che uno degli indicatori primari da tenere sotto stretto controllo potrebbe essere l'introduzione di latte vaccino prima dei 12 mesi di vita, causando un eccesso di proteine. Questo progetto permetterà di delineare con chiarezza il quadro italiano avendo coinvolto un gruppo di bambini dalla nascita al compimento del quinto anno di vita. Dal 2002 al 2004 sono stati esaminati quasi 300 bambini, di cui circa 100 allattati al seno e quasi 200 allattati con latte formulato.

Alla fine dell'indagine emergeranno anche molte altre informazioni sugli indicatori di rischio dell'obesità infantile come: le modalità e i tempi di allattamento e svezzamento, l'atteggiamento delle madri al momento della "proposta del pasto" e le conseguenti risposte comportamentali dei loro figli (Nutrizione & Territorio).

 

Gli adulti, invece, "resistono": in Italia, complessivamente, la tendenza all'incremento del peso corporeo è meno pericolosa che nella maggior parte dei Paesi più sviluppati. Tuttavia, nel nostro Paese attualmente vivono circa 15 milioni di persone in sovrappeso e circa 4 milioni di soggetti francamente obesi.
Lo conferma uno studio coordinato dall'epidemiologo S. Gallus, dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano in collaborazione con l'Istituto Doxa di Milano, il Dipartimento del Farmaco dell'Istituto Superiore di Sanità di Roma e l'Istituto di Statistica Medica e Biometria dell'Università di Milano.
Sono stati arruolati tramite intervista nella quale venivano annotati il sesso, il peso corporeo e la statura, un totale di 2932 cittadini italiani maggiorenni (1.407 M e 1.525 F). Dai dati fino ad ora elaborati si evidenzia che: il 3.4 per cento della popolazione italiana complessiva è risultato sottopeso; il 31.3 per cento complessivo era sovrappeso; l'8.2 per cento complessivo erano gli obesi.
Le percentuali più elevate di sovrappeso o obesità sono state trovate tra gli uomini di 45-64 anni e tra le donne con 65 anni o più. La prevalenza del sovrappeso e dell'obesità standardizzata per età e sesso è risultata più elevata tra i soggetti meno scolarizzati; geograficamente la prevalenza era, invece, più bassa al Nord rispetto al Sud.

Insomma, come precisa lo stesso Gallus: "Il sovrappeso è aumentato dal 1983 ai primi anni '90, per poi arrestare la sua crescita. La prevalenza dell'obesità è invece rimasta ferma al 9.9 per cento nel corso degli ultimi 20 anni".
 

Anche nel resto dell'Europa si cerca di dimagrire, ma gli europei ottengono scarsi risultati: si affidano, infatti, a diete errate, povere di frutta e verdura. Questo quanto emerge da un'indagine di "Eurobarometro".
La Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), commentando i dati di "Eurobarometro", sottolinea come i consumi ortofrutticoli siano calati negli ultimi 5 anni in tutta l'UE, facendo registrare un meno 8.7%. Un dato sorprendente se si tengono in considerazione le buone intenzioni degli europei, desiderosi di perdere peso.
I risultati contrastano anche con i consumi di carne, di grassi e di formaggi che nell'UE segnano una crescita complessiva, nell'ultimo anno, del 2.8 per cento, soprattutto i grassi, burro e margarina.
I Greci, con 481 Kg a testa, sono i maggiori consumatori di frutta e verdura; seguono Italiani (359 Kg pro capite), Spagnoli (342 Kg) e Francesi (298 Kg).
In fondo a questa classifica, si posizionano i popoli del Nord Europa: Tedeschi, Inglesi e Austriaci.
Nel nostro Paese, secondo la Cia, a fine anno il calo dei consumi del settore ortofrutticolo ammonterà all'8.2%. Questo malgrado i consigli degli specialisti, secondo cui una famiglia italiana dovrebbe consumare in media, ogni mese, 25 Kg di frutta e 10-15 Kg di verdura. In pratica, però, oggi, 4 italiani su 10 non mangiano questi prodotti almeno una volta al giorno (Dal sito istituzionale della Cia).
 

Nutrizione & Patologia: anche i ricercatori britannici sono impegnati nella lotta contro l'obesità.
Infatti, sono riusciti a costruire per la prima volta un vero e proprio stomaco artificiale. Si tratta di uno strumento, poco più grande di uno schermo di un computer portatile, e servirà a mettere a punto nuovi alimenti e strategie alimentari per combattere l'obesità.
Lo scopo dei ricercatori del Norwich Institute of Food Research, è infatti quello di avere a disposizione un vero e proprio modello meccanico che permetta di valutare, sulla base di indicazioni fornite dall'esterno, le diverse fasi del processo di digestione degli alimenti. Inoltre, controllando la fase d'arrivo del bolo nello stomaco, oltre che la digestione, lo stomaco artificiale permetterebbe di modulare tutte le fasi di reazioni enzimatiche, comprese quelle che riguardano i segnali di fame e sazietà. Con questo perfetto "stomaco modello", totalmente controllabile dall'esterno si potrebbero studiare e poi contrastare i processi chimico-biologici che sottendono l'eccessiva assunzione di alimenti che si verifica nelle persone obese (Almanacco della Scienza - Rivista Online del CNR - n. 18-15, 28 novembre 2006).
 

E il colesterolo impazza: 13 milioni di Italiani sono ipercolesterolemici.

In molti casi, per riportare i livelli plasmatici di colesterolo in range ottimali, non occorrono trattamenti farmacologici, ma è sufficiente modificare lo stile di vita. Un quinto della popolazione italiana soffre di ipercolesterolemia: il 25 per cento delle donne ed il 21 per cento degli uomini.

Non va, poi, dimenticato che l'associazione tra ipercolesterolemia e obesità è tra le più pericolose anche se non è la regola. Un'associazione "a delinquere" se si pensa anche solo all'incremento del rischio per la cardiopatia coronarica.
Secondo gli esperti riunitisi recentemente a Bologna in occasione del XX Congresso Nazionale della Società Italiana per lo Studio dell'Aterosclerosi, una buona parte dei pazienti ipercolesterolemici italiani non necessita di soluzioni farmacologiche.

Infatti, in primis è necessario controllare l'alimentazione, osservando diete a basso contenuto di grassi e praticare una regolare attività fisica. Tuttavia, alcuni ricercatori, come la dottoressa Graziana Lupatelli dell'equipe del professor Elmo Mannarino dell'Università di Perugia, affermano che l'assunzione di steroli vegetali possa contribuire a ridurre il colesterolo plasmatico. Ma questa è tutta un'altra storia (Comunicato stampa dal XX Convegno Nazionale Società Italiana per lo studio dell'Aterosclerosi, Bologna,16-19 novembre 2006).
 

La dieta vegetariana si "mangia vivi" i "grassi corporei": da numerosi lavori sperimentali risulta che le diete vegetariane favoriscono la distruzione della massa grassa e la riduzione del colesterolo LDL. Tuttavia, i vegetariani stretti potrebbero andare incontro a rischi carenziali.
In proposito, gli esperti della sessione scientifica dell'AHA (
American Heart Association), hanno revisionato i dati pubblicati sulle diete vegetariane e nella sostanza raccomandano alle persone che decidono di perdere peso con una dieta vegetariana o anche latto-ovo-vegetariana di programmare con scrupolosa attenzione il loro piano alimentare.
Tale piano va personalizzato e ogni paziente deve farsi aiutare da un nutrizionista, dato che le diete troppo restrittive, in quanto mancanti di nutrienti essenziali per esempio provenienti dalle carni, possono diventare potenzialmente pericolose se prolungate nel tempo. La perdita di peso che effettivamente si verifica potrebbe essere a carico di compartimenti corporei anche metabolicamente attivi.

Per gli americani, comunque, sembra più adatto un regime di tipo latto-ovo-vegetariano. Con l'aggiunta di latte e uova possono resistere anche 18 mesi sotto stretto controllo medico e perdono più peso rispetto a chi osserva un regime restrittivo standard che comprende anche le carni (American Heart Association's Scientific Sessions 2006, Chicago, Nov. 12-15, 2006).


 

L'altezza si eredita dal padre, il peso dalla madre: i risultati di una ricerca britannica

 

"Se siete insoddisfatti del vostro peso prendetevela con vostra madre, se, invece, desiderate essere alti qualche centimetro in più la colpa è tutta di vostro padre": sono queste le bizzarre conclusioni alle quali sono giunti gli scienziati del Royal Devon and Exeter Hospital che stanno portando avanti una ricerca in proposito.

Sembra, infatti, che il peso di un bambino e, poi, di un adulto si "erediti" dalla madre, mentre è ininfluente quanto pesi il padre; al contrario, se il papà è alto, il figlio avrà maggiori probabilità di essere alto a sua volta.
Beatrice Knight e i suoi colleghi hanno analizzato i dati relativi a un migliaio di famiglie, misurando peso corporeo e altezza di padre, madre e figlio nei primi due anni di vita. "L'influenza più determinante proviene dalla madre, ma abbiamo scoperto che l'altezza è un'eredità genetica paterna", ha spiegato la ricercatrice ai microfoni della BBC.
Il peso, invece, sembra essere appannaggio della madre: "la crescita intra-uterina è un momento-chiave per tutto lo sviluppo futuro del bambino e se la madre è in sovrappeso tende ad avere eccessivi livelli di zucchero nel sangue", ipotizza la scienziata, che ha dichiarato che la ricerca proseguirà con l'intento di identificare quei geni siano coinvolti in questo meccanismo
(MFL Comunicazione - 20/11/2006).

 

 

L'AUTISMO è TRATTABILE

 

(Da una mamma) Non sono una giornalista ...

Le volte che ho impugnato la penna, o più esattamente che ho cominciato a battere, spesso con rabbia, sulla tastiera del computer, l'ho fatto per rispondere a chi, per motivi che continuo a non capire, vorrebbe convincerci che nulla può essere fatto per combattere il male oscuro che impedisce ai nostri figli di aprirsi al mondo circostante, di guardarci negli occhi, di comprendere le nostre parole e di farci ascoltare la loro dolcissima voce.
Queste persone, che spesso sono medici, o presidenti di associazioni di genitori di bambini autistici, o che comunque rappresentano dei disabili, vogliono farci credere che siamo degli illusi, che stiamo buttando via tempo energie e soldi (purtroppo tanti), in cure che non possono aiutare i nostri figli, e lo fanno con una arroganza e una presunzione tale, da mettere in fuga quei genitori che stanno ancora cercando di orientarsi dopo aver ricevuto il colpo di una diagnosi terribile, e che vorrebbero dare un futuro migliore ai loro piccoli.
Qual'è il risultato di tutto questo?
Che molti, moltissimi autistici non ricevono le cure di cui avrebbero bisogno, e perdono così l'opportunità di avere una vita migliore, se non addirittura di uscire dalla diagnosi di autismo. E che noi genitori che stiamo invece curando i nostri figli, siamo costretti a continuare a pagare di tasca nostra, i trattamenti biomedici e comportamentali che dimostrano invece di essere efficaci a trattare questa "malattia".
Ma è davvero una malattia quella che stiamo combattendo?
I Neuropsichiatri dicono di si, è pretendono di trattarla con gli psicofarmaci come se fosse una malattia mentale.
Non essendo però riusciti, "drogando i bambini", a ottenere la remissione della malattia stessa, sono giunti alla conclusione che essa è incurabile. Inutile dire che questa versione è quella accettata dal Sistema Sanitario Italiano. Essa fornisce una comoda scusa per continuare a lasciare le famiglie dei soggetti autistici sole con i loro problemi.
Gli scienziati del D.A.N., e gli altri che come loro lavorano per trovare ogni giorno nuove cure, hanno verificato che alla base di tutto c'è un gravissimo stato di intossicazione, che ha reso il sistema immunitario dei soggetti autistici incapace di reagire in maniera adeguata, e che ha danneggiato in maniera grave molti processi metabolici col risultato che i processi mentali risultano anch'essi compromessi. Tutto ha avuto inizio grazie all'utilizzo di un conservante a base di mercurio utilizzato nei vaccini destinati all'infanzia, il Thimerosal. Esso si è insinuato all'interno dei tessuti grassi dell'organismo, e in particolare nel cervello dove i suoi effetti risultano purtroppo disastrosi ed evidenti. Basta infatti confrontare i sintomi autistici con quelli tipici dell'intossicazione da mercurio, per vedere che essi coincidono in maniera impressionante. Questo metallo, che ricordo è la seconda sostanza più tossica del pianeta, ha inoltre la capacità di bloccare la naturale capacita dell'organismo di eliminare gli altri metalli pesanti e ne favorisce quindi l'accumulo nell'organismo accentuando ulteriormente l'effetto neurotossico generale. A complicare il tutto ci si mettono anche i virus, anche loro hanno avuto ed hanno un ruolo importante nell'insorgenza della sindrome autistica. L'idea geniale di fare dei micidiali cocktail mescolando e inoculando insieme ceppi diversi di virus, rappresenta un ulteriore e grave insulto al sistema immunitario del bambino. La cosiddetta trivalente è uno di questi, ma ancora non basta; per ignoranza e pressappochismo, insieme ad essa possono anche venire somministrati altri vaccini, ognuno con la sua micidiale dose di Thimerosal. Roberto, il mio bambino che ora ha quattro anni, ha ricevuto addirittura sette diversi ceppi di virus in un'unica somministrazione, sarà un caso che è diventato autistico?
Sembrerebbe una situazione senza uscita, ma per fortuna non è così; i problemi metabolici possono essere corretti normalizzando carenze ed eccessi. Per farlo in maniera adeguata (visto che gli scompensi sono spesso molto diversi da bambino a bambino) bisogna sapere esattamente cosa bisogna correggere. Dopo aver eseguito numerose analisi, molte delle quali (neanche a dirlo) non sono disponibili in Italia (dobbiamo rivolgerci a nostre spese a laboratori Americani opportunamente attrezzati) si riesce ad avere un quadro della situazione. Si passa quindi alla dieta priva di glutine e caseina e alla difficile cura della Candida Albicans, troppo spesso sottovalutata da moltissimi medici e presente invece nell'intestino dei nostri piccoli in una forma devastante capace di insinuarsi in profondità nelle pareti intestinali fino a realizzare delle minuscole perforazioni. L'intestino diventa quindi permeabile, e questa situazione è causa di intolleranze alimentari e di perdita di importanti nutrienti che non vengono assimilati in quantità sufficiente. Viene inoltre aperta la strada alle particelle indigerite di alcuni alimenti, che in questo modo riescono a entrare nel circolo sanguigno dove diventano tossiche. Il tutto insieme alla presenza di alcuni virus contribuisce a mantenere un grave stato di infiammazione intestinale che è causa di atroci sofferenze per i nostri piccoli. La perdita dei nutrienti viene contrastata grazie alla supplementazione di Vitamine, enzimi, minerali, probiotici e quant'altro serve a normalizzare la situazione metabolica e immunitaria e a riparare le pareti intestinali. In seguito quando la situazione lo permette si ricorre alla "chelazione" per rimuovere i metalli tossici.
Ma chi paga per tutto questo? Come sempre noi genitori che ci vediamo anche costretti a farci spedire dall'estero i supplenti perché non sono disponibili in Italia.
Queste cure non sono riconosciute dal sistema sanitario nazionale, perché a detta di alcuni suoi autorevoli esponenti non sarebbero scientificamente validate in doppio cieco.
Ma cosa prevede questo sistema cosi scientifico di validazione?
Che a un gruppo venga fatto seguire un trattamento pressoché identico (identiche somministrazioni delle sostanze in esame) e che ad un gruppo di controllo venga invece somministrato un placebo. Dal confronto dei diversi risultati si arriva alla validazione o meno del trattamento. Ma come abbiamo già detto in precedenza l'obiettivo che si prefigge il D.A.N.
(defeat autism now) e la normalizzazione di alterazione metaboliche, che variano, analisi alla mano, notevolmente da bambino a bambino, e che prevede quindi trattamenti personalizzati che non possono non tenere conto delle diverse necessità individuali.
Quello che aiuta un bambino può essere addirittura dannoso se somministrato ad un altro, quali risultati ci sarebbero se venisse meno la personalizzazione come prevede invece la metodica di validazione in doppio cieco?
La realtà è che i nostri bambini opportunamente trattati migliorano e ricominciano faticosamente ad aprirsi al mondo circostante, a guardarci e a sorridere. Qualcuno di loro ricomincia a parlare come faceva prima che l'autismo lo rapisse e può cosi raccontarci quanto fosse terribile la sofferenza fisica che accompagnava il suo stato, ma la maggior parte di loro ha bisogno di essere ulteriormente aiutato. Le fasi evolutive che avrebbero dovuto essere raggiunte non si sono verificate e il perdurare dell'intossicazione ha danneggiato alcune aree del loro cervello, che devono essere opportunamente stimolate per ritornare a funzionare correttamente. E a questo scopo che servono le terapie comportamentali come l'A.B.A. e la logopedia specializzata nel trattamento dell'autismo. Esse risultano indispensabili per riparare e per far muovere più velocemente quell'orologio che si era fermato, per insegnare ai nostri figli a giocare e per fargli conoscere e capire quel mondo che per tanto tempo gli è stato negato.
C'è bisogno di dedicare a questi trattamenti moltissimo tempo, dedizione e pazienza e continuare in ogni momento della giornata a lavorare con i nostri nostri bambini. L'A.B.A. prevede per essere realmente efficace un trattamento di circa quaranta ore settimanali, è una metodica scientificamente validata, ma ancora una volta le famiglie si ritrovano da sole a doverne sostenere tutti gli oneri.
Nei vari centri distribuiti sul territorio, ad eccezione di pochi progetti sperimentali, tale terapia non viene resa disponibile a causa dell'alto costo che essa comporta per le istituzioni.
è per denunciare questo continuo stato di abbandono in cui versano le famiglie dei soggetti autistici e per ottenere gratuitamente le cure Biomediche e Comportamentali a cui essi hanno diritto che è nata l'associazione Onlus Area Genitoricontroautismo (di essa parte attiva e integrante i genitori del portale www.genitoricontroautismo.org) a cui circa 3000 famiglie fanno riferimento e che da anni si batte per fare arrivare a tutti i genitori il messaggio che l'autismo è trattabile.
Diversi bambini hanno già perso la diagnosi di autismo, moltissimi altri la perderanno e questa è, e sarà, la migliore riposta a quanti si ostinano a mantenere posizioni assurde e dannose.
Quello che vogliamo è che la parola "autismo" diventi solo un obsoleto termine medico, su qualche polveroso testo di medicina. Moltissimo può essere fatto per prevenire e per curare, ma perché questo si realizzi abbiamo bisogno di essere ascoltati dalle istituzioni, e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per riuscire in questo difficile compito.


Atturi Loretta (una mamma)

 

Questa lettera è un appello a quelli tra voi che possono sfruttare il potere dei media per fare del bene, per dire la verità e migliorare la vita di tanti bambini ammalati di Autismo. Questi bambini hanno bisogno di voi!


L'AUTISMO è TRATTABILE


L'Autismo è una disabilità dello sviluppo che in genere comporta ritardo e danni nelle abilità sociali, nel linguaggio e nel comportamento; è uno "spectrum disorder", cosa che significa che colpisce le persone in modo differente. Alcuni bambini possono parlare, altri invece hanno un linguaggio scarso o del tutto assente. Casi meno gravi sono diagnosticati come Disturbo Generalizzato dello Sviluppo (PDD) o come Sindrome di Asperger.
Lasciati senza cure, molti bambini con autismo non sviluppano abilità sociali e possono non imparare a parlare o a comportarsi in modo appropriato. Oggi, per la prima volta nella storia, ci sono bambini autistici curati con successo - che giocano, parlano, studiano - che vivono in mezzo a noi e godono delle loro vite. Questi bambini normalizzati, che non portano più la spaventosa etichetta di "autistico", devono la loro liberazione dall'autismo a modalità di trattamento che erano, e ancora sono, purtroppo sconosciute alla maggioranza dei medici italiani anche se il nuovo approccio curativo sta rapidamente convincendo studiosi e ricercatori.
Alcuni trattamenti portano a eccezionali miglioramenti in molti bambini, e la nostra associazione AREA-Genitoricontroautismo, intende dedicare tutti i suoi sforzi a fare in modo che essi diventino un diritto per tutti, anche di quei bambini, e sono un numero esorbitante, che non possono permetterseli per motivi economici.

Quello che intendiamo pubblicizzare è che
L'AUTISMO è TRATTABILE
 

Questo è anche il nome della campagna promossa quest'anno dal D.A.N.! (defeat autims now!), un movimento di medici e ricercatori internazionale nato negli USA circa 10 anni fa. Due volte l'anno questi medici e ricercatori, provenienti da tutto il mondo, si riuniscono in congresso per portare tutte le ultime conoscenze e novità, per far si che la ricerca non continui per compartimenti stagni e per portare a conoscenza di tutti le varie problematiche inerenti l'autismo: dall'immunologo al gastroenterologo, all'allergologo, all'esperto in avvelenamento da metalli pesanti ecc.
I bambini con autismo in Italia PURTROPPO non possono godere di questi trattamenti medici, perché l'autismo in Italia è relegato nelle mani dei neuropsichiatri, che sono quelli che si occupano della diagnosi, ma che, avendo studiato decine di anni fa su libri vecchi di altre decine di anni vedono l'autismo solo come un problema PSCHIATRICO e affrontano il disturbo come un disturbo mentale e non medico, curando i nostri bambini esclusivamente con terapia farmacologica (psicofarmaci) senza invece andare ad indagare sulle loro problematiche biochimiche.
Questa visione rende l'autismo e i disordini dello Spettro una condizione senza speranza.
Il fatto che la maggior parte dei bambini (se non tutti) ha manifestato i primi sintomi dopo le vaccinazioni è visto come una coincidenza.
Il fatto che la maggioranza dei bambini (se non tutti) soffre di straordinarie patologie metaboliche, intestinali, immunologiche e allergiche è visto, di nuovo, come una coincidenza.
Recenti sviluppi della ricerca mostrano chiaramente che con interventi biomedici e terapie comportamentali precoci e aggressive (in termini di numero di ore) i bambini possono fare enormi progressi esprimendo tutto il loro potenziale.
è cambiata proprio la concezione dell'autismo: quella che era prima vista come una condizione senza speranza è ora vista da un folto gruppo di ricercatori come un complesso scompenso, come un malfunzionamento del sistema metabolico dei nostri bambini ed è da questo scompenso che nascono i loro problemi comportamentali e di apprendimento.
Trattando ogni sintomo, ogni errore del sistema metabolico che possiamo trovare con opportuni test nel nostro bambino, ricostituendo il sistema immunitario, ripristinando un corretto metabolismo dei metalli, è possibile un cambio graduale e un miglioramento delle condizioni di salute e del comportamento.
Noi genitori italiani abbiamo il diritto di curare i nostri bambini e di investigare i loro problemi fisici, abbiamo il diritto di far eseguire loro le necessarie analisi senza doverci recare negli USA con spese elevatissime e stress per la famiglia intera, abbiamo il diritto di vedere migliorare i nostri bambini.

Chiediamo che finalmente anche in Italia ci sia data la possibilità di curare questi bambini che, se non trattati, sono destinati a peggiorare e diventare adulti con gravissimo handicap, mentre se trattati possono arrivare ad avere delle vite autonome, felici e soddisfacenti.
Se voleste discutere questi temi ulteriormente, saremo contenti di ricevere una vostra visita al nostro portale http://www.genitoricontroautismo.org, saremo contenti di ricevere le vostre email e di raccontarvi le nostre storie personali.
Una generazione di bambini e le loro famiglie hanno bisogno di voi. Cercate la verità, aiutate i nostri bambini.

(Associazione Onlus "AREA-Genitoricontroautismo")

 

LINEE GENERALI PER UNA VACCINAZIONE SICURA E CONSAPEVOLE
Autism Research Institute - San Diego

 

Area – GCA (genitori contro autismo), un'associazione di genitori impegnata nella diffusione di informazioni per la prevenzione e cura dell'Autismo, intende sottoporre all'attenzione dei Pediatri Italiani questa lettera aperta scritta da Bernard Rimland, Ph.D., Direttore dell'Autism Research Institute (ARI) di San Diego Fondatore dell'Autism Society of America, società che coordina circa 400 medici e scienziati e collabora con cinque Università nella lotta e nella ricerca contro l'autismo.

"Siamo nel mezzo di un'enorme epidemia mondiale di autismo: 1 caso su 166.
Nel 1995 scrissi un articolo per l'Autism Research Review nel quale usai, credo, per la prima volta il termine "epidemia di autismo". Richiamavo l'attenzione su vari indicatori che suggerivano che le proporzioni dell'autismo stavano aumentando in misura allarmante e mi lasciavano ritenere che stavamo cominciando ad osservare un'epidemia di autismo. Fui immediatamente attaccato dalle autorità mediche, che erano invece certe che non ci sarebbe stata alcuna epidemia. Quando un giornalista chiese ad un professore di Psichiatria di una delle più famose università di Medicina americane che cosa pensasse dell'idea di Rimland che c'era una epidemia d'autismo, il professore rispose dicendo "Stupidaggini! L'autismo è un disturbo genetico e quindi non può esserci alcuna epidemia di autismo".
Altri attaccarono l'idea di epidemia dicendo che l'aumento non era reale, ma solo dovuto a una maggiore consapevolezza diagnostica sull'autismo.
è ora perfettamente chiaro, riconosciuto dalle stesse autorità e istituzioni che prima la negavano, il fatto che l'epidemia di autismo è molto reale e molto molto grave.
Cominciai a studiare l'autismo nel 1958, quando mia moglie ed io diagnosticammo nostro figlio che allora aveva 2 anni come autistico. A quei tempi l'autismo era estremamente raro, contando forse solo uno o due casi ogni 10.000 nati vivi. Il nostro pediatra, che lavorava nel campo da 35 anni, non aveva mai sentito di un bambino come il nostro. Nel 1989, dopo aver esaminato tutte le evidenze disponibili, raggiunsi la conclusione che l'autismo era aumentato fino a raggiungere la proporzione di circa 4.5 casi ogni 10.000 nati vivi.
Le statistiche più recenti, fornite dall' U.S. Centers for Disease Control e dall' American Academy of Pediatrics - istituzioni che avevano negato la realtà dell'epidemia - rivelano una rapporto di 60 casi di autismo ogni 10.000 nati. Un bambino ogni 166 - un enorme incremento nella diffusione!
Nel mio articolo del 1995, quando per primo proposi l'idea dell'epidemia di autismo, menzionai tre possibili cause per l'epidemia. Sono passati dieci anni da quando scrissi il mio articolo originario sull'epidemia e continuo a credere che i fattori causali potrebbero essere: incremento nell'uso degli antibiotici, vaccinazioni e inquinamento ambientale. Oggi, comunque, metterei le vaccinazioni in cima a questo elenco.
Nel 1995 non sapevo che la maggior parte dei vaccini contenessero mercurio, sebbene sapessi che l'avvelenamento da mercurio produce nei bambini gli stessi sintomi dell'autismo.
Moltissime ricerche e studi si sono avviate dal 1995 e ciò che è cambiato è che i tre fattori da me menzionati sono molto più strettamente collegati di quanto avevamo supposto dieci anni fa.
Per esempio, c'è una forte interazione tra antibiotici e vaccinazioni: i bambini a cui sono stati dati antibiotici nel periodo delle vaccinazioni sono stati colpiti 10 volte di più dal conservante al mercurio nei vaccini rispetto a quelli cui non sono stati somministrati antibiotici. Certo è che gli antibiotici amplificano enormemente la tossicità del mercurio che è usato come conservante nei vaccini. Allo stesso modo, il mercurio è la maggiore fonte di contaminazione degli alimenti. Per esempio, molti pesci che sono importanti nella dieta di tante persone nel mondo, sono ora pesantemente contaminati con il mercurio.
Sappiamo che ci sono enormi differenze genetiche tra le persone, essendo alcune capaci di tollerare 10.000 volte più mercurio di altre, apparentemente senza effetti dannosi. Sappiamo che i maschi sono quattro volte più sensibili delle femmine al mercurio, cosa che può spiegare il perché troviamo quattro volte più autistici tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
Così, abbiamo una epidemia di autismo mondiale in atto, abbiamo alcune idee su ciò che causa l'autismo, ma che cosa facciamo in termini di prevenzione?
La maggior parte dei medici dell'Autism Research Institute non sono contro le vaccinazioni, che considerano una delle maggiori conquiste della medicina moderna che ha portato al completo sradicamento di alcune gravi malattie infettive, salvando un infinito numero di vite.
Crediamo però che i vaccini dovrebbero essere più sicuri e suggeriamo attenzione nella loro somministrazione con le seguenti linee guida generali:

 

LINEE GUIDA PER GENITORI E MEDICI PER VACCINARE IN SICUREZZA


1 - Utilizzare solo vaccini senza Thimerosal.
2 - L'unico modo per sapere con certezza se un vaccino è senza Thimerosal o mercurio è leggere attentamente il "bugiardino", la scatola e la fiala: è certo che i vaccini contenenti mercurio vengono ancora prodotti o distribuiti! Dovete essere sicuri al 100% (Nota: ho sentito dire moltissime volte che genitori, professionisti ed altri hanno indicato che il Thimerosal è stato rimosso dai vaccini dal 1999. Per piacere accertatevi di leggere con i vostri occhi le informazioni riportate sul bugiardino, sulla scatola e sulla fiala! Produttori diversi metteranno le informazioni in POSTI DIVERSI).
3 - Evitare tutti i vaccini combinati se non necessari.
4 - Distanziare le vaccinazioni - non somministrare vaccinazioni multiple nello stesso giorno. (Questo vale anche per le singole dosi contenenti molteplici virus! Dividete le somministrazioni!).
5 - Separare le 3 componenti del vaccino MMR: iniziare con il morbillo tra i 12-15 mesi, parotite a 18-21 mesi, rosolia a 24-27 mesi.

6 - Utilizzare vaccini contenuti in fiale monodose piuttosto che quelli contenuti il fiale multidose, che contengono dosaggi meno uniformi.
7 - Non vaccinare i bambini appena nati. Quando arriva il momento delle vaccinazioni, stabilite un programma di vaccinazione più lento, nel rispetto delle politiche di sanità pubblica.
8 - Evitare di vaccinare ancora dopo una precedente reazione negativa.

9 - MAI vaccinare bambini ammalati o bambini appena guariti da un'infezione.
10 - Utilizzare il virus della polio inattivato (la puntura e non la somministrazione orale).
11 -
Non somministrare vaccini contenenti virus vivi in bambini immunosoppressi.

12 - Non somministrare vaccini in caso di allergia a questi componenti:

  • Lievito (Epatite B)

  • Uova (MMR)

  • Neomicina (MMR o Varicella)

13 - Evitare il vaccino della varicella fino a 10-12 anni.
14 -
Verificare l'immunizzazione prima di eseguire i richiami (molte persone diventano immuni dopo una sola dose. Si continuano a somministrare dosi multiple CHE POTREBBERO NON ESSERE NECESSARIE. Verificare gli anticorpi mediante le analisi del sangue per il controllo dell'immunizzazione).
15 -
Somministrare vitamina C (150 - 300 mg due volte al giorno secondo l'età), per tre giorni prima e tre giorni dopo la vaccinazione.

16 - Somministrare vitamina A (1250 - 5000 I.U. a seconda dell'età. La fonte migliore è il Cod Liver Oil) per tre giorni prima e tre giorni dopo la vaccinazione.

 

(Bernard Rimland)

 

 

 

 

TROVATO IL MODO DI RIGENERARE LE FIBRE NERVOSE

 

 

Un'equipe di scienziati italiani che lavora a New York ha dimostrato per la prima volta una connessione tra il meccanismo che consente ad un tumore di crescere e quello che stimola la rigenerazione delle fibre nervose. Gli esperti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella della Columbia University, sono già riusciti a far ricrescere in laboratorio fibre nervose la cui crescita era stata bloccata.

"è qualcosa di completamente inatteso e sorprendente. - ha commentato con soddisfazione Iavarone - Il nostro interesse era quello di approfondire la conoscenza di alcune proteine della famiglia "Id" già note per la loro capacità di promuovere la crescita delle cellule staminali durante il periodo fetale, ma anche per la possibilità a elevate concentrazioni, di conferire caratteristiche di malignità ad alcuni tumori infantili del sistema nervoso". La stessa proteina, invece, nelle cellule nervose mature e normali viene distrutta continuamente dall'enzima APC (Anaphase Promoting Complex).

"In laboratorio - ha proseguito lo scienziato - abbiamo provato a inserire una forma modificata di Id2, resistente a questo enzima, in cellule nervose trattate con la sostanza che normalmente ne inibisce la crescita nota come mielina. E abbiamo constatato una incredibile ricrescita degli assoni, i filamenti che trasferiscono le informazioni (sotto forma di segnali elettrici) tra le cellule nervose oppure dalle cellule nervose agli altri tessuti, per esempio i muscoli. Dal punto di vista scientifico si tratta di una scoperta sensazionale, perché ora si apre la prospettiva di riprogrammare le cellule nervose e far crescere gli assoni usando la forma modificata di Id2".

In un prossimo futuro, gli esperti non lo escludono, la medicina potrebbe essere in grado di riparare le lesioni al midollo spinale. "Al momento non abbiamo un nuovo farmaco capace di fare qualcosa del genere - ha spiegato Iavarone - ma dal punto di vista speculativo è certamente un progresso di rilievo. Finora tutti i tentativi di far ricrescere gli assoni sono stati un vero e proprio fallimento. La mielina, sostanza di cui gli assoni sono rivestiti, ha una funzione inibitoria su questa ricrescita, e invece la proteina che abbiamo utilizzato è insensibile a questo effetto".

Anche se le informazioni in merito sono poche, servirsi di questa scoperta potrebbe però esporre i pazienti a rischio tumore. "Affermarlo con certezza risulta al momento prematuro. Per capire i possibili rischi si dovrebbe provare questo in vivo, su molti pazienti. Ora - ha concluso Iavarone - possiamo solo dire che non abbiamo notato anomalie nei tessuti che abbiamo trattato. è chiaro che se la Id2 è dotata di simili effetti una sua eventuale applicazione dovrà essere sottoposta a scrupolose verifiche".

 

MEDICINA

 

 

Buone notizie per la terapia di uno dei difetti della vista più fastidiosi (forse anche perché ci ricorda l'avanzare dell'età ...): la PRESBIOPIA. Oggi si può curare con un intervento innovativo a "colpi" di laser. Leggiamo in proposito la seguente notizia:

 

PRESBIOPIA: UN INTERVENTO INNOVATIVO A "COLPI" DI LASER

 

 

Finora è stato il difetto della vista più difficile da risolvere con la chirurgia refrattiva; ma anche per la presbiopia, il calo della capacità di mettere a fuoco gli oggetti vicini che in genere compare fra i 40 e i 50 anni, continua la ricerca di un'alternativa agli occhiali. Una delle tecniche messe a punto negli ultimi anni prevede di "allargare" il bulbo oculare con dei piccoli tagli effettuati sulla sclera, la parte bianca dell'occhio, senza toccare quindi cornea e cristallino.

La tecnica prende spunto da una teoria proposta alcuni anni fa da un oculista statunitense, Ronald Schachar, che capovolge l'interpretazione del meccanismo che permette all'occhio di accomodare, cioè di mettere a fuoco gli oggetti vicini. Secondo la teoria classica il muscolo ciliare, il muscoletto attaccato con delle fibre alla periferia del cristallino, la lente interna all'occhio, è contratto quando guardiamo da lontano in modo da mantenere piatta la lente. Quando il muscolo si rilascia, il cristallino, grazie alla sua elasticità, tende ad aumentare la curvatura, consentendo così di mettere a fuoco gli oggetti vicini; la presbiopia sarebbe dunque dovuta ad un indurimento del cristallino che, perdendo la sua elasticità, perde anche la capacità di aumentare la curvatura.

Secondo la nuova teoria accadrebbe esattamente l'opposto: il muscolo si contrae per consentire l'accomodazione, aumentando la tensione della lente che si fa più sottile alla periferia, ma aumenta la curvatura al centro. Da qui una diversa interpretazione della presbiopia che imputa il fenomeno al fatto che nel corso della vita il cristallino continua a crescere, aumentando ogni anno di 0,02 millimetri. "Con la crescita del cristallino si riduce lo spazio a disposizione del muscolo, di conseguenza le sue fibre sono lasse e, anche se si contraggono, non riescono a modificare la curvatura del cristallino" spiega Umberto Merlin, oculista a Rovigo e past‑president della S.O.I., la Società Oftalmologica Italiana. Da qui anche l'idea di un nuovo metodo per correggere la presbiopia: "Se si riesce ad aumentare il diametro del bulbo, lo spazio fra cristallino e muscolo ciliare aumenta, le fibre tornano a essere in tensione e una piccola contrazione del muscolo riesce a trasmettere la tensione alla periferia del cristallino" chiarisce ancora Merlin. Ed è questo il principio su cui si basa la cosiddetta LaPR, Laser Presbiopia Reversal, che viene eseguita grazie a un particolare laser, il laser a erbio. "Si tratta di uno strumento che non sprigiona calore.

 

 

Non riscaldando il tessuto, il laser a erbio permette di vaporizzare piccole parti di tessuto sclerale senza provocare lesioni o infiammazioni", spiega Stefano Pintucci, l'oculista romano che ha al suo attivo 150 interventi. La procedura dura circa 40 minuti e i due occhi vengono operati nella stessa seduta: dopo l'applicazione di un collirio anestetico, nella sclera vengono praticate con il laser 8 incisioni di pochi millimetri di lunghezza. "è un intervento che si fa sulla "carrozzeria" dell'occhio ‑ spiega lo specialista. Le ablazioni praticate permetteranno a questa parte dell'occhio di espandersi e di guadagnare lo spazio perso". Il recupero della vista è praticamente immediato e tende a migliorare nelle settimane successive, man mano che il muscolo si "allena".

Ma non tutti sposano la nuova teoria e sono molti a raccomandare cautela. "La letteratura è divisa: studi recenti sulla fisiopatologia dell'accomodazione sarebbero orientati a smentire la teoria di Schachar e a confermare quella classica ‑ avverte Pasquale Troiano dell'Università di Milano. Sarei cauto prima di dire che con questo intervento abbiamo risolto la presbiopia; direi, piuttosto, che è un'opzione in alcuni casi selezionati". La tecnica non può infatti essere proposta se la sclera è sottile o troppo rigida e in caso di infiammazioni dell'occhio. Inoltre, prima di eseguire la LaPR, è necessario correggere con la chirurgia refrattiva altri difetti visivi (miopia, ipermetropia e astigmatismo) eventualmente presenti.

 

Alternative: Il cristallino artificiale

La più promettente fra le procedure chirurgiche alternative alla Lapr è la cosiddetta Prelex (Presbyopic lens exchange). Si tratta di effettuare un intervento analogo a quello per la cataratta in cui il cristallino viene sostituito con una lentina intraoculare multifocale che consente di mettere a fuoco sia da lontano, sia da vicino. "Oggi il problema della Prelex è che non abbiamo ancora un cristallino artificiale veramente valido. Penso però che non appena disporremo di impianti adeguati potrà diventare la tecnica di riferimento", spiega il professor Troiano. Un'altra strada che si è tentato di percorrere è quella della monovisione. In pratica, un occhio viene reso miope in modo da consentirgli la visione da vicino, mentre l'altro occhio viene utilizzato per vedere da lontano. Questa procedura ha però il difetto di far perdere la visione stereoscopica, alterando la percezione della profondità.

 

(Franco Marchetti – Corriere della Sera, 21 maggio 2006)

 

 

CFS: LA SINDROME DA STANCHEZZA CRONICA

 

"è proprio ... nato stanco ...!": questa fino a poco tempo fa era la considerazione che veniva fatta in risposta a chi si lamentava di sentirsi sempre stanco anche quando non aveva fatto alcuno sforzo ... e forse mai frase fu più giusta! Questa condizione di stanchezza continua è una vera e propria malattia e le ultime ricerche puntano il dito sulla genetica, nel tentativo di chiarirne le origini e trovare una terapia efficace e, soprattutto, definitiva.

Una ricerca dell'Università di Wichita, in Texas, dove un gruppo di ricercatori ha tenuto sotto controllo, con visite, esami clinici e test genetici, oltre 200 pazienti affetti dalla "sindrome da stanchezza cronica (CFS)", ha evidenziato variazioni della sequenza genetica in cinque geni responsabili del controllo della risposta allo stress. Anomalie genetiche che rendono l'individuo più vulnerabile allo stress fisico e psichico.

 

 Definizione e Sintomi

Nel dicembre 1994, un gruppo internazionale di studio sulla Sindrome da Fatica Cronica, costituito dai Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta - USA, tra i quali il Prof. Umberto Tirelli, unico rappresentante dell'Italia, ha pubblicato sugli Annals of Internal Medicine (15 Dicembre 1994, Fukuda et al.), una nuova definizione della CFS che rimpiazzava la definizione pubblicata sei anni prima. Nella nuova definizione un caso di Sindrome da Stanchezza Cronica è definito dalla presenza delle seguenti condizioni:

  •  Una fatica cronica persistente per almeno 6 mesi che non è alleviata dal riposo, che si esacerba con piccoli sforzi e che provoca una sostanziale riduzione dei livelli precedenti delle attività occupazionali, sociali o personali

ed inoltre devono essere presenti quattro o più dei seguenti sintomi, anche questi presenti per almeno 6 mesi:

- disturbi della memoria e della concentrazione tali da ridurre i precedenti livelli di attività occupazionale e personale

- faringite

- dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari

- dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse

- cefalea di tipo diverso da quella presente eventualmente in passato

- sonno non ristoratore

- debolezza post esercizio fisico che perdura per almeno 24 ore

Vi sono numerosi altri sintomi tipici della CFS come irritabilità, depressione, febbre, disturbi della vista, sintomi che variano a seconda dell'individuo.

La complessità della sindrome da stanchezza cronica e l'esistenza di diversi ostacoli alla sua comprensione rendono necessario un approccio integrato per lo studio di questa patologia e di patologie similari. Il concetto di fatica è di per sé non chiaro, e sviluppare una definizione operativa di fatica è stato un problema per gli autori. Comunque nella concezione degli autori, il sintomo fatica si riferisce a una spossatezza molto grave, sia mentale che fisica, che si determina anche con uno sforzo fisico minimo, oltre che ovviamente, per definizione, non dovuta ad una malattia nota, e che differisce dalla sonnolenza e dalla mancanza di motivazione.

La CFS è stata riportata in tutto il mondo, compresa l'Europa, l'Australia, la Nuova Zelanda ed il Canada, l'Islanda, il Giappone, la Russia ed il Sudafrica.
 
Cause, incidenza, e fattori di rischio

La causa esatta della sindrome da stanchezza cronica (CFS) è sconosciuta. Si ritiene che alla base vi possa essere una risposta anomala del sistema immunitario ad una infezione o ad una intossicazione chimica o alimentare. Alcuni ricercatori sospettano che sia causata da un virus, tuttavia, nessuna causa virale è stata identificata.

La CFS si presenta il più comunemente in giovani e donne intorno ai 35 - 40 anni ed è praticamente assente negli anziani (oltre i 65-70 anni). Si rilevano alcuni rari casi nell'età pediatrica.

Nessun dato indica che la CFS è contagiosa o che le persone devono essere isolate.
 Diagnosi ed Esami

La presenza di una fatica cronica prolungata richiede una valutazione clinica. Perché venga fatta diagnosi di CFS da parte del medico è necessario che:

  •  sia presente una prolungata fatica cronica con i sintomi sopra descritti

  •  sia certa l'assenza di altre malattie.

è quindi necessario escludere altre possibili cause per presupporre una diagnosi di fatica cronica, come ad esempio:

- apnea notturna

- narcolessia

- disturbi endocrini (ad esempio: ipotiroidismo o ipertiroidismo)

- epatite B o C non risolte

- abuso di alcool, droghe o altre sostanze

- obesità severa

- lupus eritematoso sistemico

- effetti collaterali ai farmaci

- disordini immunitari o autoimmunitari

- cancro

- anoressia o bulimia nervosa

- disturbi ai muscoli o al sistema nervoso (sclerosi multipla)

- disturbi depressivi maggiori, demenza, disordini bipolari, schizofrenia

- altre malattie (cuore, reni, infezioni epatiche).

Non esistono esami specifici per confermare la diagnosi di CFS, ma sono usualmente effettuati esami diagnostici per escludere altre possibili cause.

 Il trattamento

Non esiste ad oggi un farmaco specifico per la CFS. I trattamenti effettuati servono a ridurre i sintomi quale il dolore muscolare e alle ossa, gli stati febbrili associati alla malattia. Molta gente con CFS avverte la depressione ed altri problemi psicologici che possono migliorare con un adeguato trattamento. Ai pazienti con CFS non è consigliabile effettuare una vita sociale attiva, ma una moderata esercitazione fisica può anche essere utile.

Presso il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, sono stati compiuti una serie di studi, il primo dei quali con la descrizione della prima serie di pazienti italiani con le loro caratteristiche cliniche (U. Tirelli et al., Arch Intern Med, 153, Jan 11, 1993, 116-120), la valutazione delle alterazioni immunologiche nei pazienti con CFS (U. Tirelli et al., Scand. J. Immunol. 40, 601-608, 1994), la valutazione delle alterazioni cerebrali con una sofisticata metodologia di diagnosi radiologica, la PET (U. Tirelli et al., The American Journal of Medicine, 105 (3A) 54S-58S, 1998), l'eventuale rapporto della CFS con i tumori maligni, lo studio di nuovi farmaci, in particolare immunoglobuline ad alte dosi, magnesio, acetilcarnitina, antivirali come amantadina e acyclovir ed immunomodulatori come timopentina. Complessivamente si può affermare che questa patologia debilitante perdura in molti pazienti per diversi anni, mentre in altri, spontaneamente o con l'intervento farmacologico, tende a migliorare nel tempo. Vi sono anche casi guariti ed altri che hanno avuto un notevole beneficio dai trattamenti adottati. I pazienti sono solitamente giovani e donne con un età media intorno ai 35-40 anni.

La CFS è praticamente assente negli anziani (oltre i 65-70 anni), ma vi è qualche caso pediatrico. Presso l'unità CFS della Divisione di Oncologia Medica A del Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano sono stati osservati ad oggi oltre 500 casi di CFS, con i criteri dei CDC di Atlanta.

Recentemente l'Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive dei National Institutes of Health statunitensi ha prodotto un volumetto dal titolo "Chronic Fatigue Syndrome. Informazione per i medici". L'autorevolezza della fonte dovrebbe fugare dubbi, se ancora ve ne fossero, sulla esistenza della sindrome.

Vi sono oggigiorno diverse terapie per la CFS, molte delle quali possono alleviare i sintomi e la sintomatologia generale, ma non esiste ancora un trattamento definitivo. Nuove speranze provengono da un nuovo farmaco l'Ampligen, che è un modificatore della risposta biologica, precisamente è l'acido ribonucleico a doppia elica, "mismatched" cioè spaiato, che esercita attività tra di loro correlate: attività immunomodulatoria, attività antivirale contro virus sia RNA che DNA e attività antitumorale. L'Ampligen regola l'espressione e l'azione di varie citochine, tra le quali l'interferone, l'interluchina e il tumor necrosis factor ed altri componenti del sistema immunitario quali macrofagi, linfociti natural killers, linfociti T e B. Inoltre l'Ampligen interviene direttamente nell'attivazione antivirale e immunitaria modulando specifici enzimi importanti per questi processi. Per queste attività biologiche l'Ampligen è stato testato in diversi studi su pazienti con CFS, dimostrando attraverso test obiettivi ed analisi statistiche la propria attività. Infatti è in grado di ridurre significativamente i sintomi ed aumentare il performance status del paziente. Inoltre è stato in grado, in uno studio randomizzato a doppio cieco, di aumentare la capacità di svolgere attività giornaliere di lavoro riducendo pertanto il livello di supporto richiesto.

In tutti i trials nei quali è stato testato, l'Ampligen è stato molto ben tollerato e non si sono evidenziati effetti collaterali importanti. L'Ampligen è stato già valutato sia in USA dalla Food and Drug Administration che in Europa dall'EMEA. Entrambe le Agenzie hanno richiesto ulteriori indagini scientifiche per l'approvazione dell'Ampligen, che attualmente sono in atto.
 Le aspettative (prognosi)

Complessivamente si può affermare che questa patologia debilitante perdura in molti pazienti per diversi anni, mentre in altri, spontaneamente o con l'intervento di farmaci tende a regredire.
 Complicazioni

Alcune complicazioni nel corsi della malattia possono essere rappresentate da:

- l'isolamento sociale causato dallo stato di affaticamento
- gli effetti secondari di depressione e di limitazioni dello stile di vita
- la depressione
- le reazioni avverse relative ai trattamenti farmacologici.

 Visita dal medico

Se ritenete di avere un problema relativo alla sindrome da fatica cronica, Vi consigliamo di consultare il Vostro medico curante, che, se lo riterrà opportuno, potrà richiedere indagini successive. Al riguardo forniamo i Centri di Riferimento che l'Istituto Superiore della Sanità ha identificato per valutare la Sindrome da Fatica Cronica.

 

I SINTOMI

I medici hanno individuato una serie di condizioni che, se si manifestano per almeno sei mesi, definiscono la stanchezza cronica:

1- Stanchezza persistente che non è alleviata da riposo e provoca una sostanziale riduzione delle attività e delle relazioni sociali.

2- Disturbi della memoria e della concentrazione

3- Faringite

4- Dolori dei linfonodi cervicali e ascellari

5- Dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazione

6- Cefalea

7- Sonno non ristoratore

8- Debolezza dopo l'esercizio fisico che perdura per almeno 24 ore.

LA SINDROME

Diagnosticata per la prima volta in Gran Bretagna agli inizi degli anni 80, la Sindrome da Stanchezza Cronica (CFS) viene definita come tale negli Stati Uniti nel 1994. Secondo una recente ricerca all'origine della malattia ci sarebbero "variazioni della sequenza genetica in cinque geni che controllano la risposta allo stress".

I MALATI

Sono soprattutto i giovani (i sintomi insorgono tra i 15 e i 20 anni) e le donne, colpite quattro volte più degli uomini. Negli adutli l'età media di insorgenza della malattia è 35-40 anni. Non sono noti casi pediatrici ed è praticamente assente negli anziani.

I CASI

In Italia le persone affette da CFS sono tra le 200 e le 300 mila. Negli Stai Uniti i malati sono più di un milione.

 

MALATI CELEBRI

- Francesco COSSIGA (Presidente della Repubblica)

- Kelly HOLMES (Oro Olimpico negli 800 e nei 1500 metri)

- CHER (Attrice)

 

PER SAPERNE DI PIù:

CFS - Sindrome da Stanchezza Cronica

 

 

FISIOTERAPIA? "NON è PER TUTTI"

di Maria Gullo

 

 

Nuova polemica per le categorie sanitarie non mediche: pomo della discordia una recente norma che stabilisce l'equipollenza tra i fisioterapisti e i laureati in Scienze motorie ‑ definiti nel decreto del 1998, che istituiva lo specifico corso di laurea, professione non sanitaria ‑ previa una sorta di tirocinio su paziente ancora da decidere. "Fallito per ora il tentativo di correggere la norma grazie a un emendamento del governo", specifica Vincenzo Manigrasso, presidente dell'Associazione Fisioterapisti (Aifi), "aspettiamo la prossima legislatura ma sostanzialmente la norma è delegittimata, è anticostituzionale: ogni corso di laurea porta alla formazione di una figura professionale diversa dalle altre e un semplice corso non sostituisce anni di studi". Secondo i fisioterapisti, la legge incrementerà i rischi per la sicurezza dei cittadini, già compromessa dall'abusivismo dilagante. Che sia diversa la formazione tra le due professioni lo dimostrerebbe il fatto che nell'eventuale passaggio da Scienze motorie a Fisioterapia i crediti riconosciuti sono ben pochi.

Si tratterebbe dì occuparsi, senza preparazione. tra l'altro di malati di Parkinson, Alzheimer. "Anche nei controlli delle strutture pubbliche o accreditate sulle qualifiche si creano spesso dei buchi, figuriamoci nel privato, specie al centro‑sud. Più volte abbiamo segnalato ai Nas che laureati in Scienze motorie si occupavano di riabilitazione magari per patologie neurologiche cui non sono preposti: possono solo occuparsi dell'organismo sano".

Intanto arriverà a breve il decalogo antiabusivismo elaborato da Aifi e Tdm. Il Tdm ha denunciato che negli ultimi anni si sono triplicati i reclami per disservizi e scarsa professionalità proprio nella riabilitazione e prevenzione della disabilità. Maggior controllo formale sulla qualità e sugli aspetti deontologici verrà anche dalla istituzione dell'Ordine Professionale, che il governo ha delega di istituire già dal 24 gennaio. il fisioterapista "generalista" è pronto a fine triennio, quando già possiede, precisa l'Aifi "gli strumenti per la valutazione delle patologie e le competenze per strutturare specifici percorsi terapeutici, affrontando tutte le patologie e i campi, dal neurologico, all'ortopedico, al viscerale, al cardiocircolatorio". Poi con master ed Ecm ci si specializza, in pediatria piuttosto che in terapia manuale, fatto salvo che la specializzazione universitaria biennale è più orientata al management.

"Continueremo la nostra protesta, ricorreremo agli organismi europei, ma", assicurano, "senza fame pagare lo scotto ai cittadini".

 

 

Associazione Laureati in Scienze Motorie (Anlism): "In sanità. Da sempre"

"LA NUOVA norma offre la possibilità di riavere il titolo, negatoci nel '98, di operatori sanitari quali siamo da sempre", controbatte Giuseppe Santoro, presidente dell'Associazione Laureati in Scienze motorie (Anlism), "regalato" invece nel '94 ai fisioterapisti nonostante l'assenza di una tradizione formativa come la nostra. Gli interventi di prevenzione, funzione e riabilitazione delle aree della motricità, citati dalle leggi come loro competenze sono di piena competenza anche dei laureati in Scienze Motorie che studiano il movimento, le patologie correlate e gli specifici protocolli per la riabilitazione di funzioni motorie perse. Il vero abuso è quello di fare diagnosi! Però anche tra i presidi di facoltà di Scienze Motorie, c'è chi si dichiara contrario. La replica: "Nel decreto sono previsti training specifici per ottenere l'equipollenza".

(2 marzo 2006: Repubblica Salute - Anno 12, n. 481)

 

 

ELETTROSTIMOLATORE: SERVE DAVVERO A QUALCOSA

U. Miletto (con la collaborazione del Dr. F.Rocca)

 

Ecco un bel quesito che ci dobbiamo porre.

Ogni giorno la televisione con la sua pubblicità, ma anche tante riviste, più o meno scientifiche, del settore, ci mostrano le immagini di superuomini o di fantastiche ragazze che giurano di avere raggiunto un simile livello di prestanza atletica stando comodamente sdraiati sul divano, a leggere Topolino o a vedere in TV il loro programma preferito, mentre l'ultimo modello di elettrostimolatore faceva tutto il lavoro per loro.

DUBITATE GENTE, DUBITATE!!!

Non neghiamo che la vecchia frase anglofona "NO PAIN, NO GAIN - nessuna fatica, nessun risultato" possa essere ai giorni nostri un po' fuori moda e dura da ascoltare ed accettare, ma è purtroppo la verità (o almeno gli si avvicina parecchio).

Certo gli elettrostimolatori possono essere utili nel recupero dopo un infortunio, o nella ginnastica pre-operatoria, quando è importante mantenere un buon tono muscolare e magari non è possibile compiere del movimento. Ma si tratta di fisioterapia, di condizioni patologiche, in cui si può solo scegliere tra la completa atrofia del muscolo o il mantenimento di un minimo tono, e l'unica possibilità è quella di limitare i danni.
Però la situazione di cui stiamo parlando è differente: non siamo in un ospedale, con la necessità di riprendere a camminare, ma conduciamo una vita normale ed abbiamo la necessità di migliorarne la qualità. E allora quello che ci serve non è più il mantenere un minimo di tono muscolare, ma portare la funzionalità del nostro corpo ad un livello superiore a quello cui siamo, che si suppone sia già sufficiente.

La domanda è dunque una: l'elettrostimolatore è in grado di far tutto questo?

La risposta, l'avrete capito, non può che essere negativa, e per alcune importantissime ragioni.

Il primo evidente limite dell'elettrostimolatore risiede nell'attivazione non specifica della meccanica muscolare.
Parlando in maniera più semplice, nei gesti tipici di molte attività sportive (nei salti, nei lanci, etc.) il movimento inizia con una fase di "pre-stretch" (pre-stiramento) della muscolatura agonista e successivo repentino accorciamento della stessa … L'elettrostimolatore non permette nulla ti tutto ciò! Non segue la fisiologia della meccanica muscolare e risulta di poca utilità hai fini della prestazione.

La seconda ragione sta nel fatto che nel mondo dell'allenamento, esclusi alcuni sport dove è richiesto dalla disciplina, è stato abbandonato l'uso delle contrazioni isometriche, cioè quelle in cui non si sviluppa movimento. La ragione è abbastanza ovvia, e si rifà al principio della specificità dell'allenamento (principio del SAID) che, senza farla troppo tecnica, dice che il nostro corpo deve essere allenato in maniera specifica, in modo simile a ciò che dovrà fare al momento della prestazione. In buona sostanza, se devo fare una gara in bicicletta, la gran parte dell'allenamento dovrò passarla in sella ad una bici; se la mia gara sono i 100 metri, non dovrò allenarmi con la maratona; e se come gara ho una partita di pallavolo, il miglior modo di allenarsi è giocare una partita di pallavolo.
Detto questo, crediamo sia evidente che l'unico modo di allenarsi alla vita di tutti i giorni, che è fatta di movimento, sia allenarsi con il movimento. E non crediamo che di movimento con un elettrostimolatore ce ne sia molto, visto che posso farlo tranquillamente sdraiato sul divano ...

La terza ragione invece risiede nella "cascata ormonale" che avviene durante un allenamento.
A quanto ci è dato di sapere dagli studi più attuali l'allenamento produce risultati solo se riesce a modificare la produzione di determinati ormoni, creando quella che viene definita "cascata ormonale". E sempre questi studi ci dicono che ciò che produce questa scarica ormonale non è altro che il movimento. Ecco quindi che, di nuovo, ci servono proprio quelle cose che l'elettrostimolatore non ci può dare, ma che sono la base dell'allenamento: movimento e fatica.

Se ancora questo non bastasse, ci sono ancora due ragioni che vogliamo esporre per farvi pensare: la prima è che il nostro corpo, qualunque movimento debba compiere, lo fa attraverso l'uso contemporaneo di più muscoli, di più gruppi muscolari, inseriti in quella che viene definita catena cinetica.

"Ogni movimento umano è caratterizzato dalla modulazione degli interventi muscolari dei muscoli agonisti e antagonisti. I protocolli di stimolazione elettrica sono basati sulla stimolazione dei soli muscoli agonisti. In questo modo, non sono solo i muscoli agonisti a lavorare in maniera non specifica, ma è l'intero sistema agonista-antagonista che non viene propriamente stimolato. Le strutture propriocettive deputate alla modulazione degli interventi muscolari tra agonisti e antagonisti (in prevalenza fusi neuromuscolari e organo tendineo del Golgi) non vengono quindi stimolate in maniera adeguata e specifica. L'assenza di queste stimolazioni a carico delle strutture propriocettive potrebbe sicuramente facilitare l'isorgenza di infortuni (stiramenti e strappi) …" (Carmelo Bosco, 2002).

Lavorare con l'elettrostimolatore rischia di causare un rinforzo di una piccola parte di essa, a scapito di altre parti, creando così uno squilibrio e dando vita ad uno o più anelli forti nella catena, a cui corrispondono altrettanti anelli deboli, sedi sicure di future lesioni.
Inoltre l'uso dell'elettrostimolatore è qualcosa che il nostro corpo subisce, come un massaggio, in cui non ha parte attiva. Ora, a prescindere dai danni che un elettrostimolatore potrebbe provocare (sono stati fatti studi sulla possibilità che la scarica esterna leda le cellule nervose, sono riferiti casi di muscolo "esploso", per l'utilizzo di una scarica troppo intensa), chiunque si sia allenato sa come sia necessaria la volontà, l'impegno mentale, per ottenere un miglioramento. Se io voglio migliorare la mia forza esplosiva, dovrò richiedere al mio corpo di compiere un movimento alla massima velocità possibile, a prescindere dal carico. E questo richiede uno sforzo, che non è solo del muscolo, ma è del cervello stesso … è l'allenamento neurale che manca con l'uso dell'elettrostimolatore!!!
In pratica noi con la stimolazione elettrica potremmo dare al nostro corpo più potere (poco, come abbiamo visto prima), ma non insegneremmo alla nostra mente come usarlo e controllarlo, col risultato di fare più danni che altro.
Come recita lo slogan:
LA POTENZA è NULLA SENZA CONTROLLO.

Ascoltate noi: NO PAIN, NO GAIN … e buon allenamento a tutti.

 

Bibliografia

1- Fox E., Brower R., Foss M.: Le basi fisiologiche dell'educazione fisica, 1995 – Il pensiero Scientifico, Roma

2- Bellotti S., Matteucci E.: L'allenamento sportivo, 1999 – UTET, Torino

3- Weineck J.: L'allenamento ottimale, 2001 – Calzetti Mariucci, Perugia

4- Bosco C.: La forza muscolare – Aspetti fisiologici e applicazioni pratiche, 1997 – Società stampa Sportiva, Roma

5- Bosco C.: La valutazione della forza con il test di Bosco, 1992 - Società stampa Sportiva, Roma

6- Bosco C., Viru A.: Biologia dell'allenamento, 1996 - Società stampa Sportiva, Roma

7- Bosco C.: Scopriamo i pro della vibrazione e i contro degli elettrostimolatori - Fitness e Sport, anno 10, n° 2, 2002.

 

Gli autori:

Umberto Miletto - Dottore in Scienze Motorie, Specializzazione in Scienze e Tecniche dello Sport e dell'Allenamento, Personal Trainer I.S.S.A, Chinesiologo, Preparatore Muscolare. Attualmente titolare dello Studio di Personal Training Miletto, Torino (www.studiomiletto.com)

Flavio Rocca - Dottore in Scienze Motorie

 

 

L'OBESITà IN ITALIA è SEMPRE PIù DONNA

(pubblicato su: TEMA MEDICINA - Numero 3-4/2005)

Dal 13° Congresso della Società Italiana di Chirurgia dell'Obesità (SICOB)

 

Secondo l'Istat al 2002 gli obesi in Italia erano l'8.5% della popolazione adulta ma oggi, secondo la Società Italiana di Chirurgia dell'Obesità siamo ormai al 10%. Ma l'obesità ... è donna: il rapporto uomo/donna è di 1 a 5. In giovane età non c'è differenza tra i sessi, ma col passare degli anni il divario aumenta: oltre i 60 anni circa l'80 per centro degli obesi sono donne.

 

L'obesità in Italia dilaga, e la maglia nera - secondo gli ultimi dati Istat - spetta al Sud dove quasi il 10% degli abitanti è obeso e quasi il 37% è in sovrappeso. Al Nord-Ovest il primato per il normopeso: infatti oltre la metà degli abitanti (57.4%) non deve fare i conti con la bilancia. La percentuale di popolazione adulta con problemi di sovrappeso e obesità è più alta in tutto il Mezzogiorno e in particolare in Abruzzo (oltre il 36% quelli in

sovrappeso, quasi l'11% quelli obesi), Molise (quasi il 35% quelli in sovrappeso, e circa l'11% quelli obesi) e Sicilia (quasi il 37% quelli in sovrappeso e quasi il 10% gli obesi), mentre nel Centro-Nord l'eccesso di peso risulta meno diffuso, soprattutto in Lombardia (dove circa il 31% è in sovrappeso e circa il 7% è obeso) e Trentino Alto Adige (dove circa il 27% è in sovrappeso e oltre il 6% è obeso). Inoltre, sovrappeso e obesità, risultano più diffusi nei piccoli Comuni fino a 2mila abitanti (oltre il 35% è in sovrappeso e circa il 9% è obeso) e in quelli che contano tra i 2mila e i 10mila abitanti (dove il 34% degli abitanti è in sovrappeso e circa il 7% è obeso.

Obesità & Età

Italiani attenti: più avanzano gli anni e più si muove l'ago della bilancia. Passata la soglia dei 42 anni si verifica il "sorpasso" dell'esercito degli italiani, uomini e donne, in sovrappeso o obesi rispetto a quelli che non devono fare i conti con la linea. Oltre i 42 anni, infatti, la percentuale degli over size (51%) batte quella dei normopeso (47.6%). E più avanzano gli anni e più peggiorano le cose fino ad arrivare alla fascia dei 65-74 anni quando quasi 6 italiani su 10 hanno un girovita eccessivo. La quota di popolazione obesa cresce al crescere dell'età (1.5% tra i 18 e i 24 anni), raggiunge il massimo sopra i 50 anni (13.3% nei 55-64enni e 15.2% nei 65-74enni) per diminuire nelle età più anziane (10% negli ultra75enni).

Obesità & Titolo di Studio

L'eccesso ponderale è una caratteristica più diffusa nella popolazione adulta con basso titolo di studio - sono sempre i dati Istat a rivelarlo - come licenza elementare o nessun titolo di studio (il sovrappeso interessa circa il 43% e l'obesità quasi il 15%). Gli uomini con basso titolo di studio hanno maggiori problemi di obesità rispetto alle coetanee fino ai 44 anni, hanno gli stessi problemi tra i 45 e i 64 anni ma tra gli ultra75enni con basso titolo di studio sono le donne ad avere obesità più grave. Come tra le italiane in generale.

 

www.associazioneitalianaobesità.it

Numero Verde 800-114070

 

 

UN "AIRBAG" TRA LE VERTEBRE

(pubblicato su: UNIVADIS Medicina e Oltre - 24 Novembre 2005)

a cura di Anna Durini

 

Assorbe gli "shock" e restituisce mobilità in tempi record. Il suo impianto potrebbe in breve sostituire la normale tecnica chirurgica per risolvere il problema dell'ernia cervicale.

 

 La discoplastica
Il concetto di rimuovere il disco vertebrale danneggiato e sostituirlo con uno artificiale non è nuovo, soprattutto in Europa, dove questa soluzione viene utilizzata da oltre 10 anni per intervenire sul tratto lombare della colonna.
Innovativo, e ancora oggetto di studi, è invece l'approccio sul tratto cervicale, con protesi capaci di riformare il naturale cuscinetto "shock-absorbing" e ripristinare la mobilità a livello delle vertebre trattate, grazie alla presenza di un nucleo flessibile. La protesi sostituisce il disco in tutte le sue funzioni, proteggendo i dischi intervertebrali dei livelli adiacenti dai sovraccarichi di stress che si possono verificare, invece, nel caso dell'intervento chirurgico di fusione intersomatica.
I risultati incoraggianti dei primi studi sono stati presentati a Barcellona nel corso di Eurospine, il principale congresso europeo di Chirurgia Vertebrale, tenutosi quest'anno alla fine di settembre.
"I dati di Barcellona confermano quello che anche i dati provenienti dalla nostra casistica, e non ancora pubblicati, hanno già rivelato: le generali condizioni cliniche del paziente risultano sensibilmente migliorate rispetto alla tecnica tradizionale" afferma
Roberto Assietti, il neurochirurgo del Fatebenefratelli di Milano che realizza, tra i pochissimi in Italia, questo tipo di intervento.
Conferme dell'efficacia del dispositivo e della tecnica arrivano anche dal Politecnico di Milano, dove studi di biomeccanica assicurano la sua totale somiglianza con il disco intervertebrale naturale dal punto di vista dell'assorbimento degli shock e del movimento.

 Il disco artificiale in dettaglio
Al Fatebenefratelli di Milano si utilizza attualmente il Bryan cervical disc system, costituito da un nucleo in poliuretano sul quale appoggiano e si articolano due piatti in lega di titanio (TiA6V4) dalla forma concava. La superficie in contatto con l'osso di ciascun piatto è rivestita di uno strato di titanio poroso che facilita l'integrazione dell'osso con il dispositivo e quindi la stabilità a lungo termine.
Una guaina di poliuretano circonda il nucleo e si attacca ai bordi dei due piatti tramite due fili in titanio, formando così un compartimento chiuso. Al centro di ciascuno dei due piatti in lega di titanio si trova un foro attraverso il quale viene immessa una piccola quantità di soluzione fisiologica al momento della preparazione della protesi, prima del suo impianto; i due fori vengono chiusi da due piccole viti di serraggio. La soluzione fisiologica ha la funzione di lubrificante che riduce l'attrito tra nucleo, guaina e interno dei piatti.
Esistono però altre protesi, costruite con materiali diversi, ma dotate delle medesime caratteristiche funzionali, che sono oggetto di studi clinici in tutto il mondo.

 Per molti, non per tutti
I criteri di applicazione della discoplastica sono più restrittivi ed escludono pazienti:

- già sottoposti a intervento chirurgico (coinvolgente un qualunque altro impianto o procedura)

- con infezioni in atto

- con osteoporosi

- con instabilità meccanica o assenza di mobilità al livello da trattare (danneggiamento o non funzionamento di strutture quali legamenti anteriori, legamenti posteriori o faccette articolari) evidenziate da indagini radiografiche pre-operatorie

- con dolore assiale al collo come unico sintomo

- con deformità anatomiche cervicali significative (ex. spondilosi anchilosante, artrite reumatoide, ecc.)

- con sublussazione di 2 o più mm presente al livello da trattare evidenziata da esame radiografico pre-operatorio

- con angolazione dello spazio discale da trattare, rispetto ai livelli adiacenti, maggiore di 11 gradi

- con spondilosi avanzata (fusione spontanea anteriore e posteriore).

 

Approfondimenti
Le protesi oggetto di studi
Filmato esemplificativo

 

 

INFLUENZA AVIARIA (H5N1) NELL'UOMO

 

è universalmente noto che in Asia, in questi ultimi anni, si è manifestata una nuova influenza epizootica aviaria da virus A (H5N1), che ha provocato milioni di abbattimenti selettivi di pollame finalizzati al controllo della diffusione della malattia. Fino alla metà del 2005 l'influenza aviaria ha causato circa 50 morti attribuibili direttamente al virus H5N1, ma la possibilità che si verifichino mutazioni in una forma più contagiosa per l'uomo con le caratteristiche di pandemia, rappresenta il motivo di maggior preoccupazione dell'OMS e delle autorità sanitarie Internazionali che hanno predisposto piani di prevenzione veterinaria e medica adeguati al contenimento di questo possibile evento.

La Commissione di Consulenza sull'Influenza Umana dell'OMS (Committee of the World Health Organization [WHO] Consultation on Human Influenza A/HS) ha pubblicato sul New England Journal of Medicine:
"Avian Influenza A (H5N1) Infections in Humans" (N Engl J Med 2005;353:1374-85), un documento che formalizza le attuali conoscenze sull'influenza aviaria e fornisce delle raccomandazioni che, in considerazione dei molti interrogativi aperti sul problema, saranno suscettibili di modifica.
Rispetto all'incidenza e alla trasmissione, l'influenza umana A (H5N1) ha avuto un andamento parallelo all'epidemia aviaria (H5N1) benché quest'ultima, nel 2004 e 2005, raramente abbia causato la malattia nell'uomo. La frequenza dell'infezione umana non è stata tuttora definita e sono in corso studi specifici. Le modalità di trasmissione confermano la trasmissione uccelli-uomo, mentre quella ambiente-uomo è ritenuta limitata e al momento non è accertata la trasmissione uomo-uomo.
Lo spettro clinico delle manifestazioni dell'influenza H5N1 nell'uomo è basata sui dati dei pazienti ospedalizzati e non è possibile definire con precisione le manifestazioni sub-cliniche e le presentazioni atipiche, ma solo i dati reperibili nei singoli report. Il periodo di incubazione potrebbe essere più lungo rispetto a quello di altri virus influenzali. Nel 1997 la maggior parte dei casi si manifestò dopo 2-8 giorni dall'esposizione e i report più recenti documentano intervalli simili, ma con range fino a 8 giorni.
Nella maggior parte dei casi l'esordio era caratterizzato da febbre (> 38 °C) e sintomi simil-influenzali con interessamento delle basse vie respiratorie (94-100% casi), mentre solo a volte erano interessate le alte vie (25-71%). Diversamente dai soggetti affetti da influenza aviaria H7 quelli con influenza A (H5N1) raramente hanno manifestato congiuntivite. Erano presenti diarrea (17–70%), vomito (10–33%), dolori addominali (17–50%) e sanguinamento dal naso e dalle gengive e in particolare una diarrea profusa senza sangue e modificazioni infiammatorie si manifestava con una frequenza maggiore rispetto a quanto avviene nella normale influenza e precedeva le manifestazioni respiratorie.
Il decorso era correlato all'infezione delle basse vie respiratorie con dispnea e tachipnea che potevano evolvere verso un'insufficienza respiratoria e una sindrome da distress respiratorio (ARDS) che nei casi della Thailandia si evidenziava dopo 6 giorni (range 4-13). Molti soggetti hanno richiesto una ventilazione assistita in unità di cure intensive per la comparsa di un deficit multiorgano (MOF) e ipotensione. La mortalità nei soggetti ospedalizzati era alta con un'ampia variabilità (33–100%). Rispetto al 1997, quando le morti erano prevalenti in giovani > 13 anni, i casi più recenti di influenza aviaria hanno causato un'alta percentuale di mortalità nei bambini. La morte era intervenuta dopo 9–10 giorni dall'esordio per insufficienza respiratoria.
I dati di laboratorio più significativi erano rilevabili all'emocromo che evidenziava leucopenia, linfocitopenia e trombocitopenia moderata, inoltre era evidente un incremento lieve delle transaminasi.
Gli studi sulla patogenesi del virus hanno indicato, sin dal 1997, una sua continua evoluzione con cambiamento antigenico; la specie ospite è aviaria, ma il virus ha dimostrato capacità di infettare i felini; l'infezione sperimentale nei topi e furetti ha aumentato la patogenicità virale e la sua stabilità ambientale. La replicazione virale è prolungata, il virus è stato isolato nei tamponi naso-faringei per circa una settimana (media giorni 6.5 range 1-16), ma più bassa che nell'influenza umana. La maggior parte dei campioni fecali testati erano positivi per RNA virale (7 su 9), mentre le urine erano negative. L'alta frequenza di diarrea nei soggetti affetti e la presenza di RNA virale nei campioni di feci fa supporre la replicazione virale a livello del tratto gastroenterico.
La possibilità di influenza A (H5N1) dovrebbe essere considerata in tutti i soggetti con una malattia respiratoria severa ed acuta nei paesi con presenza di influenza animale A (H5N1), in particolare in coloro che hanno avuto contatti con pollame.
Attualmente i test rapidi antigenici in commercio non hanno una sensibilità adeguata per formulare una diagnosi virologica certa che richiede una diagnosi di conferma attraverso sofisticati strumenti di laboratorio. Nel sospetto diagnostico, finché il setting non è quello di una pandemia, l'ospedalizzazione e il monitoraggio sono le procedure da attuare, anche per poter iniziare una terapia antivirale con inibitori delle neuraminidasi.

 

Indicazioni per viaggiatori in aree a rischio

- Vaccino antinfluenzale trivalente umano 2 settimane prima del viaggio in zone a rischio.

- Per coloro che potrebbero avere contatti con pollame infetto, evitare il contatto diretto con gli animali e le loro secrezioni.

- Adottare norme igieniche personali per ridurre il possibile contagio con frequente lavaggio delle mani con gel alcolici e ingerire solo uova e pollame previamente sottoposto a cottura. Il lavaggio delle mani è fondamentale se viene manipolato pollame vivo destinato all'alimentazione.

- I soggetti che manifestano febbre entro 10 giorni dal rientro da aree a rischio devono rivolgersi al medico.

(Estratto da Tab. 5 N Engl J Med 2005;353:1374-85)

 

Per le misure di prevenzione, attualmente non è disponibile un vaccino per l'infuenza A (H5) e i precedenti vaccini sono scarsamente immunogeni e richiedono due dosi o l'aggiunta dell'adiuvante MF59 per determinare una risposta anticorpale. La terza iniezione del vaccino H5 1997 ha determinato anticorpi che hanno una cross-reazione variabile con quelli isolati nel 2004. Pertanto sono in corso studi per approntare un vaccino per uso umano del ceppo H5N1.

A questo scopo è fondamentale il lavoro coordinato dei ricercatori clinici ed epidemiologi dei paesi con casi di influenza H5N1 con i rappresentanti dei sistemi sanitari internazionali. Nella pratica clinica attuale, ai medici di famiglia viene chiesto di incrementare la copertura di vaccino nelle popolazioni a rischio di influenza umana e favorire la pratica di vaccinazione a coloro che lo richiedono. La rivista Nature ha aperto un osservatorio con gli aggiornamenti sull'acquisizione di conoscenze e le decisioni delle autorità sanitarie sul tema. Questo può essere utile a chi viene chiamato a chiarire ai pazienti quesiti su un argomento ad elevato impatto emotivo, al momento difficilmente traducibile in termini di rischio di malattia, proiezioni epidemiologiche e storia naturale.

(A cura di Paolo Spriano)

 

 

CARNE DI POLLO E INFLUENZA AVIARIA

Possiamo ancora mangiare la carne di pollo o dobbiamo averne paura?

 

Le notizie sul rischio di pandemia di influenza aviaria hanno fatto crescere ansia e paura nei consumatori, ma tale paura non è giustificata: la malattia non si prende mangiando carne infetta, ma stando a contatto con animali ammalati (ne può bastare anche solo uno ...). Per aumentare la tranquillità acquistiamo solo pollo italiano (in Italia non ci sono attualmente allevamenti con epidemie di influenza aviaria), la cui carne è certificata e quindi sicura.

In ogni caso se non conosciamo la provenienza della carne, basta cuocere bene la carne stessa per non correre rischi: il virus dell'influenza aviaria sopravvive al massimo un giorno e viene comunque distrutto dal calore.

E possiamo mangiare anche le uova, sempre meglio cotte, ma non solo per combattere l'influenza aviaria (il cui virus al massimo potrebbe trovarsi sul guscio, evenienza comunque estremamente rara ...), ma anche per essere certi di distruggere la salmonella.

L'unica preoccupazione può essere il rischio di mutazione del virus: se esso sarà in grado di trasmettersi direttamente da uomo a uomo (e non sappiamo quando e se ciò avverrà) potrà scoppiare la tanto temuta pandemia; ma allora non saranno i polli i nostri nemici, bensì l'uomo stesso (amici, parenti, colleghi) che potranno trasmetterci (come avviene già per la normale influenza) il virus.

 

 

 

NUOVA METODICA PER MISURARE LA CONCENTRAZIONE DEL CORTISOLO

(Istituto di Scienza dello Sport del CONI - Settore Biochimica)

 

In condizioni normali l'organismo risponde agli eventi stressanti con una serie di modificazioni che, coinvolgendo vari apparati, permettono il mantenimento dell'omeostasi; tra queste la risposta endocrina è una delle più rilevanti.

Una particolare forma di stress in cui sono presenti vari componenti, da quella metabolica a quella fisica e psichica è rappresentata dall'esercizio fisico.

L'endocrinologia dell'esercizio in particolare, si occupa delle relazioni intercorrenti tra i dosaggi ormonali e l'esercizio fisico. Infatti, quest'ultimo è in grado di determinare una notevole quantità di modificazioni a carico di vari organi e apparati; in linea di massima l'entità delle variazioni omeostatiche, così indotte è proporzionale all'intensità e alla durata dello sforzo richiesto nel corso di una determinata attività sportiva. Il CORTISOLO è probabilmente l'ormone che più viene influenzato dall'esercizio.

Il livello di cortisolo incrementa durante l'attività fisica in rapporto all'intensità, alla durata e al livello di allenamento del soggetto.

è anche vero, però, che il cortisolo è fortemente influenzato da fattori psicologici (stress emotivo) (2,5)

Il testosterone subisce variazioni meno importanti durante l'esercizio, queste variazioni sono evidenti soprattutto negli sport anaerobici. Esistono però correlazioni tra livello di testosterone e aggressività, vittoria e sconfitta durante la competizione; d'altra parte una esposizione continua allo stress può provocare una riduzione dei livelli di cortisolo e testosterone (3,4,6).

Fino ad oggi era possibile monitorare le variazioni di questi due ormoni attraverso analisi del sangue e delle urine.

Attualmente esiste una metodica che permette di valutare i valori di cortisolo e testosterone nella saliva con il vantaggio di poter far effettuare il prelievo dallo stesso atleta, di limitare le condizioni di stress, essendo la tecnica assolutamente incruenta, e di permettere una più agevole conservazione dei campioni.

Utilizzando questo metodo, presso l'Istituto di Scienza dello Sport del CONI è stato effettuato uno studio pilota (in collaborazione con la Federazione Motociclistica Italiana) sulle variazioni del cortisolo salivare in piloti di TRIAL durante allenamento e gare, dal quale è emersa una correlazione tra lo stress dei soggetti e le concentrazioni dell'ormone stesso.

 

Per Informazioni: Istituto di Scienza dello Sport del CONI

 

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L'ATTIVITà FISICA "RISVEGLIA" I GENI DEL MUSCOLO

(Fonte: The FASEB Journal. 2005; 19:750-760)

 

Uno studio del Karolinska Institutet di Stoccolma ha definitivamente consacrato l'attività fisica come toccasana per una serie di patologie croniche e come elisir di lunga vita. Per la prima volta uno studio ha dimostrato che l'allenamento (i partecipanti allo studio si sono esercitati alla cyclette per 6 settimane di seguito) influenza l'attività di una serie di geni, 500 per la precisione. Per la verità, i ricercatori svedesi hanno evidenziato anche una notevole variabilità di attivazione di queste centinaia di geni da persona a persona, ma il dato resta comunque eclatante.

L'esercizio fisico regolare rientra da tempo nelle più importanti misure di stile di vita consigliate ai pazienti in tutto il mondo per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, del diabete, dell'ipertensione, solo per citarne alcune. L'attività fisica inoltre non solo migliora lo stato di salute e la qualità della vita ma è anche un vero elisir di lunga vita, come dimostrano gli studi epidemiologici. Fino ad oggi però non era noto quali fossero i meccanismi alla base di tutte queste azioni positive, ma lo studio del Karolinska li sta cominciando a chiarire. Alcuni dei 500 geni attivati dall'esercizio fisico sono stati infatti sicuramente coinvolti nel determinismo del diabete e delle malattie cardiovascolari. Peccato però che non tutti rispondono allo stesso modo all'allenamento.

 

 

IPERTENSIONE ARTERIOSA IN ETà PEDIATRICA

A cura del Dottor Armando Calzolari

Dipartimento di Medicina Pediatrica – Medicina Cardiorespiratoria e dello Sport

 

Cosa si intende per ipertensione arteriosa in età pediatrica?

Per ipertensione arteriosa si intende quella patologia caratterizzata dal riscontro di valori elevati di pressione arteriosa misurata al braccio.

Negli ultimi anni, è stata individuata come "non" rara in età pediatrica ed in continuo aumento anche a causa di sedentarietà ed obesità.

Quanto è diffuso il problema?

L'incidenza della ipertensione arteriosa in età pediatrica varia tra il 4 e il 6% circa a seconda delle varie casistiche, con la presenza di ipertensione secondaria (nefrovascolare, endocrinopatie, coartazione aortica) nel 50-85% dei casi e di ipertensione essenziale nel 15-30% dei casi.

Cosa si intende per ipertensione secondaria ed ipertensione essenziale?

L' ipertensione secondaria è quella causata dal mal funzionamento di un organo (esempio rene), mentre quella essenziale non riconosce una causa ben definita.

I pazienti affetti dalla patologia presentano sintomi?

Il campanello di allarme non è quasi mai dato da sintomi, ma dalle numerose condizioni patologiche che impongono la valutazione dello stato funzionale del paziente come in caso di obesità, diabete mellito, nefropatie.

È possibile che esista una familiarità per questa patologia?

È possibile che la pressione dipenda dallo stile di vita del paziente?

Quali rischi corre un bambino iperteso?

Tale patologia riveste un ruolo primario nel determinare il rischio cardiaco in senso stretto e le alterazionI degli organi bersaglio, quali rene, retina ed encefalo. Le patologie che più frequentemente si possono sviluppare in conseguenza della pressione arteriosa sono l'ipertrofia ventricolare sinistra, l'insufficienza renale cronica, infarto miocardico, ictus cerebrale in età adulta.

Come prevenire la patologia

Le forme più comuni e semplici da realizzare sono l'attività fisica, il controllo del peso corporeo e la riduzione del consumo di sodio.

Come si fa la diagnosi?

Per la diagnosi precoce sono necessari un test ergometrico, un monitoraggio della PA 24 ore, un ecocardiogramma e gli esami di funzionalità nefrologica ed endocrinologia.

A chi rivolgersi?

L'Unità Operativa di Medicina Cardiorespiratoria e dello Sport ha attivato un Ambulatorio per l'ipertensione arteriosa in età pediatrica per individuare soggetti a rischio o affetti da ipertensione arteriosa.

L'Ambulatorio è stato istituito per proteggere e ridurre il numero di soggetti che in futuro saranno affetti da malattie cardiovascolari e quindi ridurre anche l'incidenza dei fattori a rischio correlati all'ipertensione, comuni a malattie croniche, come il diabete mellito tipo II o l'aterosclerosi.

I medici dell'Unità hanno il compito dell'inquadramento clinico e strumentale del paziente.

L'esame strumentale avviene attraverso una valutazione in maniera statica (misurazione della pressione arteriosa a riposo, ecocardiogramma) e dinamica (test ergometrico, monitoraggio PA 24 ore).

In particolare un esame molto avanzato è la valutazione della portata cardiaca sistemica con impedenziometria.

Per prenotare:

Segreteria dell'Unità Operativa: tel. 06.6859.2241 (tutti i giorni escluso il sabato dalle 12:00 alle 14:00)

Unità Operativa di riferimento

Unità Operativa di Medicina Cardiorespiratoria e dello Sport

 

 

NUTRIZIONE E CERVELLO

 

Tra i molti valori nutritivi evidenziati nel gruppo alimentare delle carni e prodotti trasformati (salumi), il contenuto in vitamina B12 rappresenta un valore aggiunto.
Infatti, la carne fresca e i suoi derivati ne contengono una quota cospicua e tutta biodisponibile. I vegetali, in pratica, ne sono quasi privi e la specie umana non è in grado di sintetizzarla.
Quindi, eccettuata la piccola quota prodotta dalla flora batterica intestinale, per immagazzinarla nel fegato in quantità che coprano le esigenze contingenti e una esigua riserva, non c'è altra possibilità se non quella di "mangiarla".
In ogni caso, in condizioni di salute per soddisfare i fabbisogni (LARN - Livelli d'assunzione Raccomandati di Nutrienti per la popolazione Italiana) della B12, si raccomanda l'assunzione alimentare quotidiana di 2 mg.
Micronutrienti piuttosto intelligenti
Il ruolo della B12 è stato recentemente indagato in relazione alla demenza di Alzheimer, sia per la sua azione antiossidante, sia per gli ormai accertati effetti sulle capacità cognitive. Malaguarnera e colleghi, del Dipartimento di Medicina Interna dell'Università di Catania, hanno analizzato i livelli plasmatici di omocisteina, folato e B12 nella demenza vascolare e nell'Alzheimer.
I risultati di questo studio, pubblicato nel 2004, mostrano un andamento simile nelle due patologie per omocisteina (più elevata nei malati) e folato (scarso nei pazienti), mentre i livelli di B12 risultano inferiori alla norma solo nei soggetti con Alzheimer.
Gli autori ne deducono che probabilmente la degenerazione di base, danneggiando i neuroni, induce un deficit funzionale della vitamina, non correggibile con farmaci o integratori in quanto i neuroni lesionati non sono in grado di utilizzare la vitamina di sintesi.
Un altro filone sperimentale tra i più accreditati, è quello, meno recente, nato da un gruppo di ricercatori olandesi, che ha seguito nel tempo (1985 - 2000) lo stato nutrizionale di una coorte di neonati educati sin dallo svezzamento con un regime vegetariano stretto. I risultati hanno confermato che un deficit della B12, dovuto al regime vegetariano, compromette significativamente la capacità di formulare un pensiero astratto e anche la capacità di orientamento spaziale. E questi danni permangono anche nell'adolescenza, addirittura nei ragazzi che hanno poi scelto una dieta onnivora.
Ai confini delle anemie
In relazione alle note connessioni metaboliche tra la B12 e i folati, anemia perniciosa a parte, studi più recenti, mostrano come l'omocisteina (intermedio metabolico dei folati) sembra implicata nella eziopatogenesi delle cardiovasculopatie aterosclerotiche.
In proposito, esistono molte evidenze sperimentali che confermano come, somministrando vitamina B12 e folati, si possano ridurre i livelli plasmatici di omocisteina e quindi intervenire nella prevenzione dell'aterosclerosi.

In conclusione, sono molteplici i motivi per garantirsi un giusto apporto di vitamina B12, consumando la carne e tutti i suoi prodotti di trasformazione, che la contengono in abbondanza.

 

APPROFONDIMENTI:

"Carni e salumi tra nutrizione e cultura: quali novità?"

Clin Chem Lab Med. 2004;42(9):1032-5 (Malaguarnera et al.)

Da dica33 la banca dati degli alimenti

 

 

TOMOGRAFIA PERICOLOSA PER I BAMBINI

 

Gli esami diagnostici come la Tomografia (TAC), sempre più usati per rilevare tumori o traumi cranici, minaccerebbero l'intelligenza degli adulti del futuro, quando i medici li usano sui bimbi più piccoli. Si tratta di apparecchi che sfruttano le radiazioni ionizzanti e, secondo uno studio di Per Hall dell'Istituto Karolinska di Stoccolma, sembrerebbe che, già alle piccole dosi tipiche dei dispositivi ospedalieri, queste radiazioni pregiudichino le capacità cognitive future di un bambino.

Come riferito sulla rivista British Medical Journal, alla luce di questa nuova scoperta, gli scienziati ritengono necessario rivedere le linee guida che regolamentano l'uso degli apparecchi di tomografia sui piccoli. Gli esperti svedesi, a conoscenza del fatto che alte dosi di radiazioni ionizzanti compromettono lo sviluppo del cervello, hanno voluto valutare l'esistenza di un rischio anche per le basse dosi usate in diagnostica. E la risposta, ottenuta sull'esame delle capacità cognitive e dei curricula scolastici di 3094 adulti che da piccoli vi si erano sottoposti, è stata purtroppo affermativa.

L'intelligenza di queste persone e il loro successo negli studi sono ridotti rispetto alla media, anzi molti di loro avevano addirittura abbandonato la scuola. Gli scienziati, quindi, ritengono che si debba limitare l'uso di questo test sui bimbi solo ai casi in cui è strettamente necessario per la diagnosi di patologie o traumi gravi.

 

 

ATTIVITà FISICA E RISCHIO DI TUMORE MAMMARIO IN ETà POST-MENOPAUSALE

 

L'aumento dell'attività fisica è associato alla riduzione del rischio di tumore mammario nelle donne in età post-menopausale. Una maggiore durata del periodo di aumento dell'attività fisica fornisce maggiori benefici e non è necessario che tale attività sia intensa. Già a 35 anni le donne che effettuano più movimento manifestano una riduzione del rischio del 14% rispetto alle altre. Ad esempio, lo svolgimento di un'attività pari a 1,25-2,5 ore di camminata alla settimana porta ad una riduzione del rischio del 18% (RR = 0,82, CI 95% 0,68-0,97). Nel caso di 10 ore/settimana il beneficio risulta maggiore soltanto in misura minima. Il maggior beneficio si ottiene nelle donne che rientrano nel più basso terzile di BMI, ma rimane significativo anche nelle donne che rientrano in quello intermedio. (JAMA. 2003;290:1331-1336)

 

 

ANORESSIZZANTI PERICOLOSI PER I POLMONI

 

Alcune sostanze anoressizzanti (utilizzate in alcune diete dimagranti) possono avere, in certe persone, effetti indesiderati sui polmoni, provocando il restringimento o l'occlusione dei vasi sanguigni che li alimentano. è quanto risulta da due ricerche internazionali presentate a Venezia, nel congresso mondiale sull'ipertensione arteriosa polmonare. "Le sostanze anoressizzanti - ha detto il presidente del congresso, Nazzareno Galiè, dell'università di Bologna - agiscono liberando la serotonina. Ma in alcuni casi questa stessa sostanza può avere serie ripercussioni sulla circolazione polmonare, provocando la vasocostrizione o l'occlusione dei vasi sanguigni".

Questo scatena l'ipertensione arteriosa polmonare, una grave malattia caratterizzata dall'aumento della pressione nella circolazione polmonare che determina un sovraccarico del cuore e che, nel tempo, può condurre allo scompenso cardiaco. Difficoltà respiratorie, facile affaticabilità, vertigini sono i sintomi di questa patologia, che colpisce oltre 200 mila persone in Italia, soprattutto donne (70%).

 

 

LA TIROIDE: NEMICA DEL PESO FORMA?

 

Molte persone pur mangiando poco, non riescono a dimagrire nemmeno di un etto; altre, al contrario, si lamentano perché, nonostante mangino in abbondanza, non aumentano di peso come vorrebbero: in questi casi è opportuno controllare la funzionalità della tiroide. La tiroide svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell'intensità del metabolismo, cioè di tutti quei processi chimico - fisici che trasformano il cibo in energia.

COME FUNZIONA

Importante organo del sistema endocrino, la tiroide è situata nella parte anteriore del collo; il suo tessuto è formato da due tipi di cellule secretorie: le cellule follicolari e le cellule parafollicolari (cellule C).

Le cellule follicolari, che sono la gran parte, secernono due ormoni contenenti iodio: la tiroxina (T4), e la triiodiotiroxina (T3). Le cellule C, sparse a piccoli gruppi, sono del tutto indipendenti dalla tiroide; secernono l'ormone calcitonina, deputato al controllo e all'equilibrio del calcio. Gli ormoni T3 e T4 regolano l'intensità del metabolismo.

Può succedere che la tiroide diventi iperattiva e produca una quantità eccessiva di ormoni: in questo caso si verifica la condizione patologia di IPERTIROIDISMO; le persone che ne soffrono hanno un metabolismo accelerato, bruciano zuccheri e grassi troppo in fretta e non riescono ad ingrassare.

Al contrario si parla di IPOTIROIDISMO quando la tiroide non è in grado di produrre una normale quantità di ormoni tiroidei. Questa patologia è abbastanza diffusa e la sua reale incidenza è difficilmente valutabile, poiché variamente influenzata da fattori genetici ed ambientali, quali la carenza di iodio. Le persone che soffrono di ipotiroidismo hanno un metabolismo lento, tendono quindi ad ingrassare e ad avere anche i ritmi cardiaco e respiratorio lenti.

GLI ESAMI DI LABORATORIO

Per verificare la situazione della tiroide è sufficiente sottoporsi ad un normale prelievo di sangue per il dosaggio degli ormoni T3 e T4. L'esame deve essere comunque sempre prescritto dal medico e può essere effettuato presso un qualunque laboratorio di analisi attrezzato per tali esami.

LA DIETA

Se soffriamo di ipertiroidismo, la dieta deve essere ipercalorica, iperglucidica, normoproteica, con adeguato apporto di alimenti ad alta densità nutrizionale. Sono previste supplementazioni di vitamine e minerali negli stati carenziali.

  • ALIMENTI DA EVITARE

Formaggi, carni grasse, alcolici, creme, salse, cioccolato, aperitivi, dolci, brassicacee (cavoli, broccoli, verze, ecc.).

  • CURIOSITà

Perché tali disturbi colpiscono soprattutto le donne? Una risposta precisa non esiste, ma sembra che tutto dipenda dal più complesso equilibrio ormonale che caratterizza la donna rispetto all'uomo. Prova ne è che le malattie della tiroide compaiono spesso in corrispondenza di fasi ormonali particolarmente delicate, come la gravidanza o la menopausa.

 

 

IL COLPO DI CALORE

 

L'alta temperatura della stagione estiva può nuocere gravemente alla salute, specialmente se insieme coesiste una umidità dell'aria molto elevata ed una scarsa ventilazione dei luoghi ove soggiorniamo. I primi sintomi del cosiddetto "colpo di calore" (la patologia che si rischia a causa della temperatura molto elevata) sono: nausea, mal di test, vertigini e sensazione di svenimento, debolezza.

La temperatura interna ottimale per far funzionare il nostro organismo (ed in particolare muscoli, sistema nervoso e cuore) dovrebbe mantenersi costante a circa 38 gradi; questa costanza viene assicurata da una zona del cervello che si trova nell'ipotalamo, preposta proprio alla regolazione della temperatura corporea, ottenuta attuando i processi di vasodilatazione e sudorazione.

La sudorazione è però efficace solo se il sudore, dopo essere stato prodotto, evapora disperdendo il calore stesso; ma quando la sudorazione è intensa, l'umidità dell'aria è elevata e la ventilazione insufficiente, la regolazione termica non è più garantita perché il sudore non evapora.

Le persone più a rischio per l'insorgenza del colpo di calore sono:

- chi pratica attività fisica (l'atleta produce una grande quantità di calore che non viene dispersa)

- gli anziani e i bambini (i loro sistemi di termoregolazione sono meno efficienti, perché ancora immaturi nei piccoli, non più perfetti negli anziani; i bambini inoltre, non sono in grado di dissetarsi da soli, mentre negli anziani diminuisce lo stimolo della sete: l'introduzione di pochi liquidi diventa quindi una situazione di rischio elevato).

Non dobbiamo poi dimentica che alcune terapie farmacologiche possono aumentare il rischio di colpo di calore; i farmaci più pericolosi sono: i diuretici; gli antispastici; gli antistaminici; molti dei farmaci usati per le patologie cardiache (ad esempio gli antiaritmici), il diabete e l'obesità.

 

DIECI REGOLE PER LA PREVENZIONE

Se si è anziani o genitori di bambini piccoli, con i primi caldi vanno attuate tutte le misure preventive idonee a proteggere dai danni delle alte temperature:

1- Indossare abiti leggeri ed ampi, per non "soffocare" la pelle. I tessuti più indicati sono quelli naturali, come lino e cotone.

2- Ventilare gli ambienti in cui si soggiorna, ricordando che la sudorazione è un meccanismo di termoregolazione e non deve essere assolutamente ostacolato.

3- Bere abbondanti quantità di liquidi, per facilitare la sudorazione e compensare le perdite idriche causate dalla sudorazione stessa.

4- Mangiare in abbondanza frutta e verdura, ricche dei sali minerali che vengono persi con il sudore.

5- Evitare l'alcool, che anche in piccole quantità altera il controllo vasomotorio.

6- Evitare l'attività fisica nelle ore più calde e bere integratori salini durante l'attività sportiva stessa.

7- Fare frequentemente bagni o docce fresche per facilitare la dispersione del calore.

8- Mangiare appena più salato del solito per migliorare l'apporto del sodio, che viene in parte perso con la sudorazione.

9- Specialmente se in casa ci sono anziani e bambini, utilizzare un climatizzatore per mantenere la temperatura più bassa (4-5 gradi) di quella esterna.

10- Usare un deumidificatore per mantenere il tasso di umidità dell'aria a valori ottimali (60-65%).

 

COSA FARE IN CASO DI COLPO DI CALORE

In caso di malore:

- Distendere il soggetto in luogo fresco e ventilato con gli arti inferiori leggermente sollevati rispetto al corpo.

- Spogliarlo e raffreddare la superficie cutanea per far abbassare la temperatura: si può ricorrere a spugnature fredde o alla borsa di ghiaccio da applicare su collo, inguine e ascelle.

- Far bere bevande fresche, spremute di frutta zuccherate o acqua e sale, per reintegrare i liquidi e i sali minerali persi.

- Se il soggetto sviene o ha le convulsioni, con pelle asciutta e debolezza molto intensa, condurla immediatamente al pronto soccorso più vicino.

 

UN INTEGRATORE IDROSALINO ... "FATTO IN CASA"...

Aggiungere ad 1 litro di acqua, 1 cucchiaino da tè di sale da cucina, 1 di bicarbonato di sodio, 5 di zucchero, succo di limone o arancia. è utile associare delle banane, frutta ad alto contenuto di potassio.

 

 

L'ABBRONZATURA

 

L'abbronzatura è sinonimo di benessere e moda, ma da qualche anno i dermatologi hanno cominciato a consigliare prudenza nell'esposizione al sole, in considerazione dello stretto legame esistente tra "scottature" ed eritemi solari con malattie molto gravi, quali melanomi e tumori della pelle. Inoltre la protezione garantita dallo strato di ozono dell'atmosfera si è attenuata, aumentando la quantità di radiazioni ultraviolette che possono raggiungere il suolo.

Le radiazioni solari più pericolose sono quelle con lunghezza d'onda compresa tra 3000-6000 A°.

La pelle si difende dal sole riflettendo le radiazioni, ma soprattutto producendo la Melanina,un pigmento che assorbe le radiazioni ultraviolette (UVA e UVB). La melanina è prodotta dai "melanociti" e viene poi trasferita alle cellule dell'epidermide. L'abbronzatura dipende da una accelerazione di questo processo.

Le radiazioni ultraviolette vengono in gran parte arrestate dallo strato corneo dell'epidermide, mentre quelle rosse ed infrarosse penetrano in profondità senza provocare, però, alcun effetto lesivo (se non in quantità estremamente elevate); oltre un certo limite le radiazioni ultraviolette causano invecchiamento precoce della pelle, che si ispessisce e perde elasticità. Questo fenomeno detto "fotoinvecchiamento" predispone allo sviluppo del cancro della cute.

Il sole può essere quindi un pericolo, ma per abbronzarsi in sicurezza si devono solo rispettare alcuni accorgimenti.

 

I CONSIGLI PRATICI

- Prima dell'esposizione pulire bene la pelle (eliminando il "trucco" soprattutto dagli occhi), perché molte sostanze cosmetiche possono reagire con il sole macchiando la pelle. Anche l'alcool contenuto nei profumi può essere dannoso, perché può bruciare e macchiare la pelle, e pertanto va evitato.

- Alcuni farmaci (antibiotici, anticoncezionali, diuretici, ipoglicemizzzanti orali, antidolorifici, alcuni farmaci per il sistema nervoso) possono generare reazioni irritative conseguenti all'esposizione solare. Se il farmaco non può essere sospeso, cercare di esporsi al sole con molta attenzione e, comunque, chiedere consiglio al medico.

- Esporsi al sole sempre con gradualità (soprattutto i soggetti con la pelle chiara).

- Preferire per la "tintarella" le ore del mattino o del tardo pomeriggio.

- Ricordare sempre che l'ombrellone non protegge dalle radiazioni solari e che anche nelle giornate nuvolose i raggi UVB arrivano al suolo.

- E' consigliabile proteggere la pelle con adeguati prodotti, soprattutto nei primi giorni di esposizione al sole.

L'abbronzatura è il risultato di un processo di autoprotezione che il nostro organismo mette in atto, producendo melanina (il pigmento che "colora" la nostra pelle). L'abbronzatura dei primi giorni utilizza la melanina che abbiamo già nel nostro organismo e sparirà molto rapidamente, qualunque sia la durata di esposizione al sole; l'abbronzatura di lunga durata è invece quella che si ottiene dopo i primi 7-10 giorni di esposizione e che è frutto di produzione di nuova melanina.

 

COME OTTENERE UN'ABBRONZATURA DURATURA E SENZA RISCHI

- Proteggere la pelle con creme idonee anche sotto l'ombrellone: i raggi infrarossi passano anche attraverso il tessuto.

- Assumere da almeno 30 giorni prima della vacanza, degli integratori a base di betacarotene, che stimola la produzione di melanina.

- Mantenere sempre la pelle pulita (evitando cosmetici e profumi).

- Anche i soggetti con carnagione scura devono proteggersi nei primi giorni di esposizione al sole.

- Dopo l'esposizione al sole, evitare docce o bagni con detergenti "aggressivi", ma cercare di usare oli protettivi e creme idratanti.

- Non utilizzare creme troppo grasse che "surriscaldano" i tessuti impedendo la traspirazione.

- L'acqua di mare contiene microcristalli che "seccano" la pelle e asciugando sulla pelle crea un effetto "specchio" che favorisce le scottature.

- L'eccessivo calore causa perdita di sali minerali nei capelli; è opportuno per proteggerli, assumere integratori ricchi di ferro, zinco e rame. La salsedine, poi, danneggia la cheratina: sciacquare quindi i capelli ogni fine giornata, usando pochissimo shampoo, ma sostanze ristrutturanti.

 

GLI ERITEMI SOLARI

Si tratta delle comuni scottature solari causate appunto da un eccesso di esposizione ai raggi ultravioletti. Il risultato sarà un arrossamento più o meno "importante" della zona cutanea esposta, che risulterà anche dolente e "gonfia". Se l'esposizione è stata particolarmente prolungata compariranno anche le classiche "vescicole" (flittene) con una sensazione di malessere generalizzato, febbre, mal di testa.

In questa situazione la prima cosa da fare è togliersi dal sole e effettuare impacchi di acqua fredda su tutto il corpo, soprattutto se è presente la febbre.

Spesso anche gli occhi subiscono i danni di una esposizione prolungata al sole, con irritazione e bruciore quasi insopportabile ed edema delle palpebre; in questi casi è bene rivolgersi subito ad un medico che prescriverà il farmaco necessario (di solito colliri decongestionanti). Se non c'è un medico a "portata di mano", un rimedio "della nonna" è quello di affettare una patata e disporne le fette sugli occhi e sulle zone del viso più colpite. Otterremo così una riduzione del gonfiore delle parti interessate.

 

 

LA BIOTECNOLOGIA SCONFIGGE LA CARIE

 

Stanno per iniziare i primi esperimenti clinici di un colluttorio geneticamente modificato che potrebbe sconfiggere la carie per sempre.

Il colluttorio, sviluppato dai ricercatori della University of Florida (Gainesville, USA) contiene una versione GM del batterio Streptococcus mutans, che generalmente converte lo zucchero in acido lattico dando inizio alla carie.

Il ceppo GM non scinde lo zucchero e, dopo essere stato spruzzato una sola volta, comincia a colonizzare la bocca spodestando i batteri che producono acido lattico.

Potenzialmente, un unico spruzzo può bastare per sempre. In esperimenti su topi nutriti con una dieta ricca di zuccheri, non si ha nessuna carie e lo zucchero stesso aiuta i batteri mutati ad insediarsi nella cavità orale.

(In Biotechnology, vol. 20, Maggio 2002)

 

 

DALLA NATURA UN INIBITORE DEL TUMORE

 

L'erba di San Giovanni o iperico (hypericum perforatum) è usata nella medicina sia per le sue proprietà antibiotiche che antidepressive.

Schempp et al. (Univ. di Freiburg, Germania) hanno dimostrato che uno degli ingredienti attivi chiamato hyperforin agisce come potente farmaco anti cancerogeno sia in vitro che in vivo.

Sembra che hyperforin induca l'apoptosi (morte programmata della cellula) nelle cellule cancerogene dove di solito questa viene abolita, dando luogo allo sviluppo incontrollato della massa tumorale. I mitocondri delle cellule trattate con questo farmaco hanno una perdita di potenziale di membrana ed una perdita di Citocromo C, essenziale per l'inizio di una serie di processi che portano all'apoptosi.

Hyperforin è efficiente contro vari tipi di tumore, non è tossico e può essere ottenuto in gran quantità.

(Oncogene, 21 n. 8, Febbraio 2002)

 

 

MIGLIORATO IL TEST PER IL CANCRO DELLA PROSTATA

 

Il test per il controllo della prostata basato sulla misura degli antigeni PSA (prostate-specific antigen) nel sangue è spesso impreciso. Può esserci infatti un aumento dovuto al semplice ingrossamento della prostata e non a cause maligne.

Ora si è scoperto un biomarker basato sull'uso di "microarray di DNA. I ricercatori della University of Michigan (Ann Arbor) hanno inserito campioni fluorescenti di DNA stratto da individui sani o malati in microarray contenenti migliaia di DNA di riferimento.

Così hanno midentificato un gene che codifica alfa-methylacyl coenzyme A racemase (AMACR) ed è over-espresso nelle cellule cancerogene.

Per confermare l'utilità clinica di AMACR, i ricercatori hanno dimostrato che olter il 95% dei malati presenta una concentrazione anomala della proteina prodotta dal coenzima. Si potrà così ridurre il numero di biopsie inutili dovute ai risultati falso-positivi dei valori di PSA. Si potranno inoltre determinare profili genetici per verificare la predisposizione alla malattia.

(Nature Biotechnology, vol. 20, Maggio 2002)

 

 

L'OBESITà NEL BAMBINO

 

I bambini che presentano un eccesso di peso, talvolta anche significativo, sono sempre più numerosi: sono bambini che si nutrono male, non fanno attività sportiva, stanno troppo a lungo davanti alla tv o ai videogiochi. E l'infarto è in agguato.

 

Obesità infantile: ormai è epidemia globale. In nazioni ricche, come gli Stati Uniti, è sovrappeso un bambino su quattro, ma anche Paesi a minor tenore economico, come la Cina o la Russia, si trovano a fronteggiare una crescita preoccupante del numero dei piccoli gravati da chili di troppo (ricerca condotta dall'Universitv of North Carolina at Chapel Hill).

Anche l'Italia, che può vantare una percentuale di adulti obesi sotto la media europea, non può andar fiera del peso dei suoi abitanti con meno di 12 anni di età: i bambini italiani (dati, riferiti al 2000, del British Medical Journal) in sovrappeso sono ben il 20 per cento. E il dato è ancora più grave se si considera che questa cifra è raddoppiata in soli dieci anni.

Un quadro complessivo che preoccupa, anche perché ora sappiamo con maggior precisione rispetto al passato quali sono i rischi cui questi giovanissimi obesi vanno incontro: ricercatori dell'Ospedale Necker Enfants-Malades di Parigi hanno recentemente studiato un gruppo di bambini obesi di età media di 12 anni, confrontandoli con coetanei di peso normale. Dalla ricerca è emerso che i livelli di colesterolo "cattivo" e di trigliceridi nei piccoli obesi, rispetto ai bambini di peso normale, sono significativamente maggiori della norma, mentre il colesterolo "buono" è più basso.

Non solo: una buona quota di essi ha anche dimostrato ridotta tolleranza al glucosio e/o resistenza all'insulina, segni chiari di un elevato rischio di diabete di tipo II.

Infine, esami condotti con ultrasuoni hanno dimostrato che la distensibilità delle arterie dei bimbi sovrappeso era significativamente ridotta e che le arterie presentavano segni di disfunzione endoteliale (il tappeto di cellule che riveste l'interno di questi vasi). E riduzione di elasticità e alterazioni endoteliali possono essere considerate i primi segni dello sviluppo dell'aterosclerosi.

 

Segnali di pericolo

Sezione di un'arteria semiocclusa da una placca aterosclerotica in un bambino. Primo sintomo, nei piccoli obesi, di problemi cardiovascolari

 

Una prova documentata, quindi, del maggior rischio dei piccoli obesi nei confronti di problemi cardiovascolari, come l'infarto ad esempio, anche in età giovanile.

Che fare quindi?

Il primo intervento è certamente quello sull'alimentazione: la dieta dei giovani in crescita deve garantire tutti i nutrienti essenziali, ma in generale si deve dare maggiore spazio a frutta e verdura ed eliminare i cibi ricchi di grassi e zuccheri quali merendine, gelati, patatine fritte e bevande gasate e zuccherate.

Il secondo fronte riguarda l'attività fisica, troppo spesso trascurata a favore di televisione e videogiochi.

 

 

SEQUESTRO PREVENTIVO PREPARATO BCAA (Branched Chain Amino Acids)

 

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino ha "disposto il sequestro preventivo del preparato BCAA (Branched Chain Amino Acids) prodotto e confezionato da Ultimate Nutrition Products, distribuito in Italia da Interpharm Herbes s.r.l. - Vigonza (Padova) - Via Col. A. Varisco 22/B, lotti nn. 010030, 104056".

Tale preparato "presentato in etichetta e materiale pubblicitario come integratore dietetico di aminoacidi a catena ramificata, risulta contenere gli steroidi nor-androstenedione e androstenedione, molecole rientranti nella Classe C, Agenti Anabolizzanti, della lista di riferimento delle classi farmacologiche di sostanze dopanti e di metodi di doping vietati".

 

Quanto sopra perché alla notizia venga data la massima divulgazione presso i diretti interessati (ATLETI, TECNICI, MEDICI ecc.) e perché vengano presi gli opportuni provvedimenti.

 

 

PERICOLO INTEGRATORI

Si riportano i risultati, a dir poco allarmanti, emersi da studi eseguiti per verificare gli effetti di alcuni integratori (o sostanze presenti in essi) sull'uomo. E' ovvio che si tratta di dati che devono essere confermati, ma la fonte è sicuramente attendibile ed è perciò auspicabile, quanto meno aumentare il livello di attenzione.

Da: "Adverse Cardiovascular and Central Nervous System Events Associated with Dietary Suppelements Containing Ephedra Alkaloids" (C.A. Haller, N.I. Benowitz) e da "Phenylpropanolamine and the Risk of Hemorrhagic Stroke" (W.N. Kernan et al. - 2000 Massachusetts Medical Society)

 

Le sostanze elencate di seguito possono favorire le emorragie cerebrali, ma sono di facile reperibilità sul mercato (sono contenute in alcuni integratori alimentari sia di tipo sportivo che "per perdere peso"):

  • efedrina

  • pseudoefedrina

  • norefedrina

  • norpseudoefedrina

possono essere anche chiamati:

  • alcaloidi dell'efedrina

  • ma huang

Prodotti commerciali in cui sono presenti:

 Ultimate Orange (bevanda tonificante)

 Ripped Force (bevanda tonificante)

 Shape-Fast Plus (capsule per perdere peso)

 Ripped Fuel (capsule per perdere peso)

 

La fenilpropanolamina, altro prodotto pericoloso come quelli sopra menzionati, che si usa per sopprimere l'appetito, entra anche nella composizione di prodotti per il raffreddore di uso comune, come:

  • BABYRINOLO

  • DENORAL

  • ZERINETTA

  • ZERINOL

  • DURAZINA

  • TEMPORINOLO

  • TRIAMINIC

Nota bene: tutte queste sostanze fanno parte della lista delle Sostanze Doping per le attività sportive agonistiche.

 

 

CON LA CREATINA SI RISCHIA IL CANCRO!?

 

(Dal Corriere dello Sport del 25-01-2001: I risultati della ricerca di un'agenzia francese per la sicurezza degli alimenti.)

 

L'abuso dell'integratore può avere effetti devastanti sul fisico degli atleti.

 

PARIGI - Il surplus di creatina, sostanza azotata consumata da alcuni atleti con l'obiettivo di accrescere la massa muscolare, presenta un "potenziale rischio cancerogeno". Questi i risultati di una ricerca dell'Agenzia Francese per la sicurezza sanitaria degli alimenti (AFSSA).

Considerata un complemento alimentare energetico, la creatina non figura sulla lista dei prodotti dopanti del Cio. In Italia e in altri paesi il suo consumo è lecito, in Francia è vietato e punito dalla legge sportiva.

Nel rapporto si sottolinea che un apporto di creatina superiore a quello di una alimentazione naturale di origine animale (pesce, manzo, maiale) è inutile, ha pochi effetti sulle performance atletiche e rappresenta "un rischio finora poco considerato, soprattutto a lungo termine".

Il comitato di esperti consultato dall'AFSSA, ritiene inoltre che "i supplementi di creatina appaiono contrari alle regole, allo spirito e al significato dello sport" e suggerisce "una riflessione in vista di un'eventuale iscrizione della creatina sulla lista dei prodotti vietati".

La richiesta fisiologica di creatina è di 3-4 grammi al giorno per gli sportivi durante la pratica intensa (per la popolazione in generale è di circa la metà). Questa quantità è già apportata dall'alimentazione e dalla "sintesi di origine endogena" e non è stata "appurata alcuna necessità di apporto nutritivo", né di carenze di creatina nell'uomo sano.

Se viene raggiunto il risultato sognato da chi prende la creatina - al massimo un aumento del 10% della massa muscolare - ciò avviene, dice la ricerca, "a causa della ritenzione idrica e non di una sintesi proteica".

Per quanto riguarda gli effetti dell'apporto dei complementi in creatina, l'AFSSA ha constatato che i miglioramenti riguardano "unicamente gli esercizi brevi e ripetuti, di alta intensità, per un massimo di 15 secondi". Nessun effetto è stato dimostrato sulla resistenza.

"I rischi della creatina - dicono gli scienziati francesi - in particolare di una elevata ingestione di questo prodotto, sono attualmente mal valutati. Ci risultano incidenti digestivi, muscolari e cardiovascolari. La creatina e la creatinina (sostanza derivata) potrebbero avere, a certe condizioni, effetti cancerogeni per la cui dimostrazione sono stati già portati argomenti sperimentali inoppugnabili".

 

 

La risposta alla ricerca dell'agenzia francese riportata in precedenza:

LA CREATINA è CANCEROGENA? di Jerry Brainum

(direttore responsabile di Applied Metabolics)

 

 

CEFALEE: CONOSCERLE PER COMBATTERLE MEGLIO

(da "CORRIERE SALUTE – Medicina" ottobre 2001)

Cesare Peccarisi

 

A "SCUOLA" DI MAL DI TESTA

 

Senza ricorrere ad alcun nuovo ritrovato, gli specialisti dell'Unità Operativa per le Cefalee dell'Ospedale di Conversano (Bari) sono riusciti a ridurre il bisogno di visite, di farmaci e di esami dei loro pazienti emicranici.

Il segreto di questo successo è stato spiegato dal dottor Ettore Attolini, responsabile dello studio, al congresso internazionale "Focus sulle cefalee", organizzato a fine settembre a Stresa dal Centro Cefalee dell'Istituto nazionale neurologico Besta, di Milano.

Per ottenere questi risultati i medici pugliesi hanno istituito una vera "scuola del mal di testa" e per due mesi hanno fatto da insegnanti ai loro pazienti: man mano che gli "alunni" acquisivano conoscenze sul loro disturbo, i giorni di mal di testa che si presentavano ogni mese si sono ridotti (fino al 50 per cento), come le loro richieste di consultazioni mediche, di valutazioni strumentali (per esempio, la TAC) o di laboratorio (per gli esami del sangue il calo è stato del 60-80 per cento). Ma soprattutto, è calato significativamente (del 35%) il consumo di farmaci.

«I nostri risultati indicano che esiste la necessità di mettere a punto un vero programma pedagogico dei pazienti, facendolo diventare una pratica di routine per ogni medico, utile non soltanto per chi soffre di cefalea, ma in genere per chiunque sia affetto da una malattia cronica: ottimi risultati ad esempio sono stati ottenuti anche con persone affette da diabete" ha spiegato Attolini.

Non c'è dubbio che insegnare al malato e ai familiari i "meccanismi" che sono chiamati in causa dalla malattia può aiutare nella gestione di un disturbo cronico come il mal di testa – ha precisato il dottor Attolini – Per esempio, comprendere il significato della cosiddetta "chest sindrome", che può presentarsi all'inizio della terapia con particolari farmaci, i tritani, ha consentito a molti pazienti di liberarsi da questa spiacevole sensazione di oppressione toracica che, talvolta, fa addirittura abbandonare la terapia prescritta dallo specialista".

 

NEGLI USA "LEZIONI AZIENDALI"

 

Risultati simili erano stati ottenuti l'anno scorso anche da un gruppo di neurologi americani attraverso un corso educazionale sulle cefalee di appena 45 minuti, intitolato "Come gestire il mal di testa sul posto di lavoro" e tenuto presso le aziende. Nelle otto imprese coinvolte hanno partecipato 492 persone: la frequenza al corso aveva ridotto il consumo di farmaci (sia di quelli da banco, sia di quelli su prescrizione medica), con un maggior ricorso a trattamenti non farmacologici, come il rilassamento assistito tramite biofeedback. E il 75% dei soggetti, che è stato possibile rivalutare un mese dopo, ha dichiarato un miglioramento della qualità di vita e della disabilità legata alla malattia. Il fatto che la pratica clinica non possa mai prescindere dall'operare attraverso una relazione umana è ancora più vero nel caso del paziente afflitto da mal di testa: egli non chiede tanto di essere rassicurato attraverso esami strumentali, bensì cerca un rapporto più "personalizzato" con lo specialista, tale da potersi sentire aiutato da un medico che si occupa del suo problema personale non solo con l'arida prescrizione di un farmaco.

 

ALTRE INFORMAZIONI SU "Il Sito Italiano della Cefalea"

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